Politica
La guerra all’Iran è un affare per Donald Trump, mentre a Giorgia Meloni non tornano più i conti
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Quanto durerà la guerra scatenata da Stati Uniti e Israele in Iran? Giorni, settimane, qualche mese?
Le previsioni variano e nessuno sa niente, così l’incertezza e il timore per gli effetti politici ed economici di un’aggressione prolungata continuano a crescere. Ogni giorno che passa, se la guerra non si ferma, il rischio aumenta per il mondo intero che vede da vicino la minaccia di un rallentamento o di un blocco totale della crescita dell’economia e rende più fragili le prospettive dell’Europa e, quindi anche dell’Italia, che potrebbero ritrovarsi presto ad affrontare un’impennata dell’inflazione, una crisi energetica, una nuova stagione di recessione.
Molto dipenderà dalla durata di questa aggressione americana e israeliana contro il regime iraniano. La strategia di Donald Trump forse non è chiarissima sotto il profilo geopolitico, è illuminante, però, sotto quello degli affari e del potere.
L’attacco a Teheran ha determinato un immediato aumento del prezzo del petrolio oltre 80 dollari al barile e la speculazione sui derivati è subito decollata puntando ai 100 dollari. Le recenti operazioni in Venezuela, Nigeria, Iran (tre stati produttori di greggio) consentono alla Casa Bianca di controllare e governare le riserve di petrolio e far salire i prezzi delle esportazioni Usa che prosperano sui combustibili fossili.
Con tanti saluti alla sostenibilità e alle varie transizioni declamate in anni recenti dai presunti progressisti del capitalismo mondiale. Il costo della guerra dipenderà dai tempi Molti commentatori e analisti hanno ricordato in questi giorni la doppia crisi petrolifera degli anni Settanta, quella ’73 dopo la guerra del Kippur e quella del ’79 quando Khomeini conquistò Teheran, cercando similitudini e possibili indicazioni sul futuro.
Il paragone, per quanto storicamente utile, non regge perché le condizioni generali del mercato mondiale sono cambiate, dalle fonti ai consumi. Oggi i grandi consumatori di petrolio (e di gas, soprattutto) non stanno solo nell’Occidente industrializzato, ma ci sono altri protagonisti potenti come Cina, India, le economie del Sud Est asiatico.
La più recente crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina è stata assorbita senza grandi traumi in Occidente, se non quello per i consumatori chiamati a pagare bollette più alte. Oggi, ma non sappiamo ancora quanto durerà la guerra in Iran, l’impatto sul costo dell’energia, quindi sulle bollette, sull’inflazione, sui costi di produzione industriali sarà certo sensibile.
Vedremo se diventerà insostenibile e quali conseguenze avrà sulle prospettive economiche. I rischi per l’Italia: bollette, inflazione e recessione Secondo il Fondo Monetario Internazionale un aumento del 10% delle quotazioni del petrolio determina un calo massimo dello 0,2% del Pil dei Paesi importatori, una cifra modesta considerato il momento.
Però noi europei e italiani possiamo subire un impatto più forte se la chiusura dello stretto di Hormuz, dove passano gran parte delle forniture di petrolio e gas che consumiamo, dovesse diventare un fattore consolidato nel tempo come desiderano i pasdaran di Teheran. Per l’Italia, inoltre, è un fattore di grande rischio la decisione del Qatar di rallentare le attività di fornitura di gas naturale liquefatto, di cui noi siamo grandi importatori e consumatori.
Un blocco prolungato delle attività di esportazione del Qatar sarebbe per il nostro Paese un fatto gravissimo. Qualche anticipazione su cosa potrà succedere già si è vista in questi giorni, con il balzo dei prezzi di gas e benzina e anche del carrello della spesa.
Secondo Nomisma Energia la guerra causerà un aumento del 15% delle bollette del gas dal primo aprile e un ritocco dell’8-10% sulle bollette elettriche nel secondo trimestre. Le bollette del gas potrebbero poi stabilizzarsi nei mesi successivi su di un aumento del 5-10%, mentre quelle dell’elettricità nel terzo trimestre dell’anno potrebbero mantenere un rialzo del 5%.
Per il Codacons la spesa delle famiglie costerà 818 euro in più l’anno. L’onda di aumenti sui prezzi al consumo incide ancora sul potere di acquisto delle famiglie, uno dei problemi di sistema del nostro Paese, che la crisi iraniana può certo peggiorare, ma che trova le cause principali nella lentezza dei rinnovi contrattuali, nelle resistenze delle imprese a concedere gli aumenti salariali dovuti, nella mancanza del salario minimo legale, nelle politiche economiche dell’esecutivo che portano a un aumento della pressione fiscale ma concede la flat tax ai miliardari.
La legge di Bilancio 2026 non regge l’impatto della guerra Giorgia Meloni, in attesa di capire se tra Crosetto e Tajani può fidarsi di qualcuno, ha subito consultato i vertici di Eni e Snam per capire se si profila un buco nelle riserve energetiche del Paese, ma al momento i livelli sono rassicuranti. Piuttosto la premier dovrà valutare con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti la congruità delle cifre e delle previsioni contenute nella legge di Bilancio 2026 appena varata.
Meloni e suoi pensavano di poter utilizzare il 2026 per preparare le cartucce finanziarie da sparare l’anno prossimo in vista delle elezioni politiche. Il governo si era tenuto cauto l’anno scorso puntando a uscire dalla procedura d’infrazione europea, ma l’Istat ha indicato che nel 2025 il rapporto deficit-Pil è stato del 3,1%.
Un bel risultato, ma non basta per fare festa. E adesso Meloni deve fare i conti con le follie dell'”amico Donald” e del suo sodale di Tel Aviv.
Per completare il quadro manca solo la riscoperta del nucleare, ma in questi giorni non mancherà chi vorrà riproporlo per dare energia all’Italia. L'articolo La guerra all’Iran è un affare per Donald Trump, mentre a Giorgia Meloni non tornano più i conti proviene da Strisciarossa.