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Politica

Rogoredo: i tanti interrogativi sulla morte del giovane ucciso da un poliziotto nel bosco dello spaccio

Martedì 27 gennaio 2026 ore 19:41 Fonte: Strisciarossa
Rogoredo: i tanti interrogativi sulla morte del giovane ucciso da un poliziotto nel bosco dello spaccio
Strisciarossa

“Sangue a Milano. Giù le mani della polizia”.

Così Libero, il giornale diretto da Mario Sechi ci informa di una tragica serata, che i bravi cronisti del Corriere della Sera ci descrivono: “E’ ormai quasi sera.

Il poliziotto osserva la sagoma avvicinarsi decisa verso i colleghi impegnati ad arrestare uno delle decine di pusher in quel che resta del bosco della droga. Gli intima l’alt.

Fermo, polizia. Lo sconosciuto non accenna però a fermarsi.

Prosegue a dirigersi verso gli uomini in divisa. Ha in mano quella che sembra a tutti gli effetti una pistola.

Segue un bagliore. E un piccolo boato.

E’ l’agente a far fuoco. Il proiettile centra lo sconosciuto alla testa.

Il colpo gli è fatale…”. Rogoredo, periferia sud.

Il bosco era un centro di spaccio. In parte lo è ancora.

In parte è stato recuperato, ripulito, sistemati i percorsi, diradate le alberature, estirpate le sterpaglie. Al buio difficile riconoscere le mosse di questo o di quello.

Almeno lì non esistono telecamere. La vittima marocchina apparteneva a un clan attivo dagli anni Novanta Ancora il Corriere, in un altro articolo:

“Ogni pusher di Rogoredo ha addosso le sue armi. Che nei boschi della droga hanno molte e variegate funzioni, tranne una: usarle contro la polizia o i carabinieri”.

Coltelli, bastoni, pistole giocattolo per intimorire i clienti… “Di fronte alle forze dell’ordine i cavallini del clan Mansouri (boss marocchini cresciuti negli anni novanta come importatori di hashish) hanno sempre avuto una sola opzione: scappare. Inoltrarsi nei campi.

Perdersi nella vegetazione… La reazione contro un poliziotto o un carabiniere è storicamente stata autorizzata, ma solo a mani nude, per divincolarsi, per non farsi brancare…”. L’altra sera è rimasto a terra nel suo sangue, vanamente soccorso, un marocchino di ventotto anni, proprio del clan Mansouri, spacciatore che aveva già conosciuto le nostre prigioni.

Impugnava un’arma, una pistola a salve, una scacciacani. Il poliziotto non era in divisa.

Era in abiti borghesi. Viene da chiedersi perché il piccolo criminale con la sua bella esperienza e tanti precedenti alle spalle non abbia rispettato le regole del clan, perché non sia fuggito, perché si sia messo di mezzo quando non proprio lui cercavano.

Non possiamo ormai entrare nella testa di Abderrahim. Forse temeva un altro arresto, un’altra condanna e una pena più severa delle altre.

Abderrahim non c’è più a raccontare la sua versione dei fatti. Per ora l’unica versione è quella della polizia.

Perché mai non dovremmo credere? Comunque sia andata, restano la pena per quella esistenza e per quelle esistenze nel bosco di Rogoredo, un popolo di ombre senza speranze, e resta la solidarietà per i poliziotti, persone che faticano in un lavoro difficile, pericoloso, persone che possono sbagliare.

“Sottoproletari”, come insegnò Pasolini. Forse è ancora vero.

Di fronte ad episodi così dolorosi dovrebbe valere un’attenzione severa (e dovrebbe valere l’indagine dei magistrati). Invece non ci fanno mancare tanti motivi per indignarci: il titolo di un giornale, gli strepiti di Salvini, la cavalcata propagandistica di tanti cantori della destra al governo, i megafoni viventi del decreto sicurezza e della separazione delle carriere, gli oppositori elettorali del sindaco, come se toccasse a lui dirigere poliziotti e carabinieri.

Sentiremo presto qualcuno che si compiacerà soddisfatto e ossequiente per l’arrivo in Italia degli agenti dell’Ice, convinto che per ripristinare l’ordine si debba prendere esempio da loro, arrivo fortemente osteggiato proprio da Sala. La Lega rilancia lo scudo penale per le forze dell’ordine Il più cauto è stato il ministro Piantedosi, che si affida alle “autorità competenti”, senza “presunzioni di colpevolezza”.

Il cosiddetto “scudo penale”, “priorità per la Lega”, del decreto presto all’esame del Consiglio dei ministri, dovrà attendere. Il poliziotto che ha colpito compare nel registro degli indagati.

Avrà modo di chiarire, ben consapevoli tutti che indagato non significa colpevole. Ci hanno sempre spiegato che l’iscrizione al registro degli indagati è una norma di garanzia.

Quanta sicurezza in più ci riserverà invece lo “scudo penale”? Non una parola per il ventottenne marocchino caduto sulla trincea dello spaccio.

Un attimo di pietà umana dovrebbe toccare pure a lui, condannato a morte senza processo. Uno di meno, nella spietata logica assai diffusa oggi (mi verrebbe da dire “imperante oggi”), alimentata dal credo salviniano (e del concorrente Vannacci), secondo il ritornello che l’immigrato delinque.

Mentre, dati alla mano, si può scoprire che l’immigrato regolare delinque quanto il cittadino italiano ed anzi si “carica” di reati meno gravi. Se si analizza l’esito dei processi, si riconosce che le condanne sono più lievi e non certo per la generosità dei giudici (questo afferma adesso la destra in campagna referendaria), ma in ragione dello scarso rilievo dei delitti, estorsioni, scippi, furti… Come mostrano i dati di Antigone, la forbice tra detenuti stranieri e italiani aumenta all’aumentare della pena.

I primi costituiscono quasi la metà di tutti i detenuti che scontano condanne inferiori a un anno, ma appena il dodici per cento per quelle superiori ai vent’anni. Altra storia quella degli immigrati irregolari, perché una condizione di invisibilità giuridica, mentre esclude quasi completamente da un cammino produttivo, incide sulle scelte soggettive, rendendo soluzioni percorribili, necessità di vita, quei reati contro la proprietà, il patrimonio, o quei reati legati alla vendita di stupefacenti.

Chi non si sente tutelato, chi non può lavorare si costruisce una via d’uscita oltre la legalità. Il “bosco della droga” di Rogoredo prospera di questa “esclusione” e non sarà certo il decreto sicurezza a riportare pace e legalità e umanità lì dentro.

Nel frattempo un’inchiesta e un processo dovrebbero restituire verità ad una dolorosa vicenda, per la giustizia, per rispetto del poliziotto, ma anche – se viviamo ancora in uno stato di diritto – per rispetto del pusher marocchino ucciso. Mi chiedo se anche dal Marocco invocheranno verità e quindi che la legge venga onorata, minacciando magari il ritiro dell’ambasciatore.

Come insegna la Meloni, che, incurante dell’indipendenza dell’autorità giudiziaria, vorrebbe metter mano lei all’inchiesta svizzera sulla tragedia di Crans Montana. Giorgia respira sempre aria di elezioni e non si ferma di fronte a nulla, pur di guadagnare qualche consenso, neppure di fronte ai ragazzi straziati dalle fiamme… Anche questo è populismo, il più basso, nel registro dello sciacallaggio, quanto lo è l’ostentata e loquace solidarietà di Salvini.

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