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Politica

La destra alla disfida della Biennale teme la Russia e dimentica la “diplomazia del ping pong”

Martedì 17 marzo 2026 ore 18:31 Fonte: Strisciarossa
La destra alla disfida della Biennale teme la Russia e dimentica la “diplomazia del ping pong”
Strisciarossa

Ciascuno ha la sua guerra. Noi ne abbiamo più di una, a misura di una “nazione” piccola piccola.

Ultima viene quella a proposito della Biennale tra il ministro Giuli e il presidente Buttafuoco, quasi fratelli e si potrebbe aggiungere, in questo caso, “fratelli serpenti”, per quanto si ispirino entrambi alla “fiamma” tricolore celebrante Mussolini cadavere, Almirante e ora Giorgia Meloni. Oggetto della disfida, come si sa, il padiglione russo a Venezia, che attende la sua inaugurazione dopo il restauro (con i soldi del Pnrr) il prossimo 19 marzo, giorno di San Giuseppe e festa del papà (in vista ovviamente dell’apertura della Biennale Arte il 19 maggio).

Buttafuoco lo difende il padiglione russo, perché cultura è cultura e la cultura è un atto di pace. Giuli non lo vuole, inchinandosi alle proteste degli ucraini e di altri paesi: guai ai russi invasori, guidati da un feroce dittatore.

Ovvio che se il metro valesse per tutti, a cominciare da Israele (in una lettera al presidente quasi duecento tra artisti e operatori culturali ne chiedono l’esclusione) e dagli States, rischieremmo una mostra semideserta. Il ministro Alessandro Giuli Il ministro contro il presidente non sa se andare o no L’evento però incombe e intanto il ministro, già redattore del Foglio, sfoglia la margherita, “vado, non vado”, e attende l’illuminazione e soprattutto gli ordini del sottosegretario Fazzolari.

Nel frattempo attende anche il voluminoso, così immaginiamo, plico che contiene le carte, che dettagliano accordi, lavori, compatibilità, insomma mattoni e cemento del padiglione. Si potrebbe scovare lì la prova provata della violazione delle sanzioni alla Russia putiniana o qualche altra irregolarità, buona per bloccare tutto, accontentare gli ucraini e cacciare gli odiati russi dalla Laguna.

Ad esempio abbiamo appreso che neppure un ingegnere o un pompiere italiani potrebbero intervenire per stabilire l’idoneità dei locali, per tutti i controlli e i timbri necessari a garantirne la conformità alle nostre specifiche leggi sulla sicurezza, perché, stando alle sanzioni stabilite dal Consiglio d’Europa, “è vietato prestare, direttamente o indirettamente servizi di architettura e ingegneria, consulenza giuridica e informatica” al governo russo. Giuli andrebbe a nozze, a caccia di chi, architetto o ingegnere, avrebbe validato l’impianto elettrico dei russi, prese e interruttori.

Un architetto e un ingegnere si saranno ben messi all’opera: sanzionabili. Dovremo comunque attendere ancora qualche ora per capire se Giuli si presenterà accanto a Buttafuoco o manifesterà il gran rifiuto, perché lo si noterebbe di più.

Salvo poi procedere alla punizione di Buttafuoco medesimo, perché gli sarebbe consentito dalla legge: un commissario bussa già alla porta. La storia però insegna che ogni guerricciola italiana ha il suo retroscena oscuro.

In questo caso ci sarebbe di mezzo il vice ministro degli Esteri e già generale, Edmondo Cirielli, pure lui di Fratelli d’Italia, che a inizio febbraio incontrò alla Farnesina l’ambasciatore russo in Italia, Aleksey Paramonov. L’iniziativa avrebbe assai amareggiato la povera Giorgia, che si è infatti stretta nel più pensoso silenzio, ordinando pure a tutti i suoi il silenzio, perché sarebbe stata letta all’estero come un passo verso la riconciliazione con Mosca.

Un passettino, cioè, da dire e non dire, secondo il rigore e il coraggio e il metodo sempre manifestati da questo governo, sul filo del barcamenarsi perenne. Di che cosa avrebbero parlato il generale e l’ambasciatore?

Fonti bene informate (vedi il Corriere della Sera, tra una pagina e l’altra dedicate al “sì” referendario) alludono ad uno scambio: il gas russo contro i russi alla Biennale… Non si sa che dire… Pietrangelo Buttafuoco (foto di Stefano Carofei)   Ma la cultura non deve essere nel segno dell’apertura al mondo? Si può solo ricordare che la curatrice di Biennale Arte, scomparsa proprio un anno fa, Koyo Kouok, doppia nazionalità tra Camerun e Svizzera, aveva sognato la sua mostra nel segno dell’apertura al mondo, della caduta delle frontiere, dell’integrazione e della contaminazione: più di cento artisti, compresi i russi, tante installazioni, tante opere, che potessero ad ogni angolo dell’Arsenale e dei Giardini veneziani parlare al pubblico di differenze e di uguaglianza, di giustizia e di pace.

Pierangelo Buttafuoco probabilmente lo aveva capito. Probabilmente lo aveva capito anche Giuli, che sembrerebbe però preferire piegarsi agli opportunismi governativi.

Si continua così una storia che si era aperta, all’indomani dell’invasione russa, con l’espulsione di Dostoevskij dall’Università statale di Milano, quando fu proibito al critico Paolo Nori di tenere alcune conferenze su uno dei più grandi romanzieri di tutti i tempi. Si continuò con Valery Gergiev, il direttore d’orchestra tra i più ammirati al mondo, cacciato da Caserta, con Alexander Romanovskij, pianista allontanato da Bologna.

Un nuovo recentissimo capitolo: questa è la volta della ballerina Svetlana Zakharova, étoile del Bolscioi, ma non gradita all’Auditorium di Roma. La sua parte avrebbe anche lo sport… C’era una volta la diplomazia del ping pong, quando più di mezzo secolo fa una squadra cinese affrontò a Pechino sul tavolo verde una squadra americana avviando la distensione tra Usa e Cina, presente Richard Nixon.

A palline e racchette si affidò l’onere di dimostrare il valore ancora della politica. Modernizzandoci, dalla politica siamo precipitati nell’infernale lunapark dei droni.

Con il nostro governo che sembra guidato da un solo precetto: stare a guardare. L'articolo La destra alla disfida della Biennale teme la Russia e dimentica la “diplomazia del ping pong” proviene da Strisciarossa.

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