Politica
Ho nostalgia di quando c’era l’Unità, quel giornale è l’album dei miei sogni
Pubbllichiamo la trascrizione dell’intervento di Maurizio de Giovanni alla presentazione del libro “Quando c’era l’Unità” (edizioni Strisciarossa) che si è svolta il 6 marzo a Napoli presso l’Associazione Sudd alla quale hanno partecipato anche Antonio Bassolino, Gianfranco Nappi, Marcella Ciarnelli, Pietro Spataro e Massimiliano Amato. Riflettendo sulla storia dell’Unità, mi viene da dire che è stato molto importante esserci stati.
Aggiungerei anche che oggi è giusto, come è stato sottolineato, provare nostalgia. Perché prova nostalgia chi vive, esiste e chi ha vissuto.
Ho avuto la fortuna di aver fatto amicizia con Pietro Spataro in anni ormai lontani e sono riuscito a fare in tempo a firmare qualche articolo quando l’Unità era ancora l’Unità, quindi prima che cominciasse il suo declino. Tra di noi non vedo giovani: perché?
Vorrei fare qualche considerazione proprio partendo dall’esperienza di un giornale così importante. Mi guardo attorno e vedo tanti cari amici che amo profondamente, che sono nel mio cuore saldamente.
Ma non vedo nessuno che abbia meno di 40 anni. Vorrei che fosse chiaro: non è che non li vedo oggi.
Non li vedo mai. Questo succede dovunque ci incontriamo e dovunque io presenti libri.
Come sapete io sono uno scrittore popolare, non sono uno scrittore di élite o di nicchia, non mi occupo di argomenti profondi e seri. Sono uno scrittore di romanzi gialli.
Quindi dovrei avere un pubblico molto più vasto. Eppure, io non vedo mai gente al di sotto dei 40 anni.
Non la vedo a un certo tipo di spettacoli, non la vedo alle presentazioni dei libri, non la vedo a incontri di natura sociale, su temi di impegno, sulle problematiche ambientali, sulle guerre. Non vedo giovani attorno a noi.
E’ stato sbagliato inseguire una ipotesi assurda di modernità Perché? Badate, sto parlando dell’Unità.
Avere nostalgia di un certo tempo significa avere nostalgia del dibattito, vuol dire avere nostalgia di momenti in cui ci si appassionava al dibattito. Oggi non ci si appassiona più a nessun dibattito.
Ed è strano perché sono cambiate le modalità di espressione. Io guardo qualche volta, a fini archeologici, le tribune politiche condotte da Ugo Zatterin.
Non sono andate in onda cento anni fa, parliamo degli anni ‘80. Si confrontavano allora persone che avevano posizioni diverse e vivevano contrapposizioni violentissime di tipo ideologico.
Ebbene, sono tribune politiche che a guardarle oggi sono di una noia mortale. Perché nessuno strillava, nessuno insultava, nessuno aveva la bava alla bocca, nessuno diceva parolacce.
Si cominciava un discorso e lo si finiva. Si parlava con dignità, con rispetto, forse anche con falso rispetto ma con cortesia.
Allora, perché il giornale fondato da Antonio Gramsci che abbiamo conosciuto e che viene raccontato nel libro “Quando c’era l’Unità”, oggi è anacronistico? Se guardiamo il mondo dell’informazione è evidentemente così.
Guardate i titoli dei giornali, e parlo dei giornali, non dei social né delle tv e né delle radio. Ma li vedete certi titoli?
L’Unità, che pure era un giornale di partito, fortemente orientato dal punto di vista politico, certi titoli non li avrebbe mai fatti. Allora mi pongo queste domande: perché è stato sbagliato modernizzarsi, cambiare nome, cambiare faccia, cambiare colori, modo di fare?
Perché è stato sbagliato rincorrere la modernità e quindi cedere a questa opera di smussatura degli angoli? È stato sbagliato perché è stata un’abdicazione a una identità che oggi sarebbe fortemente attrattiva.
Una identità spigolosa, complessa, difficile, conflittuale, determinata, oggi sarebbe, ne sono certo, meravigliosamente coagulante e vincente. Perché la gente saprebbe da che parte stai, saprebbe che se viene ad ascoltarti o a leggerti si riconoscerebbe in quello che sentirà o leggerà.
Oggi servirebbe una identità chiara Questo è il problema: noi abbiamo compiuto l’enorme errore di rincorrere l’idea di una vittoria. Faccio un esempio.
È come se io, per vincere, diventassi juventino. Pur di vincere si fa questo e il meridione ne è un esempio e, pur essendo spesso perdente, pur di vincere cerca un carro su cui salire.
Ecco, noi abbiamo rinunciato, per inseguire un’ipotesi assurda di modernità, a una identità che oggi invece sarebbe un porto per tantissime persone, a cominciare dai giovani. Vi rendete conto quanto sarebbe importante oggi poter seguire qualcuno che dicesse in modo chiaro: no, noi siamo contro questo modo di amministrare il diritto internazionale, noi siamo contro questo modo di dissipare le risorse ambientali.
Oggi tutti noi siamo ridicolmente testimoni che è consentito fare il dittatore quando e come si vuole purché non si abbia il controllo del petrolio. Se avete il petrolio non lo farete mai il dittatore perché vi faranno saltare.
Ma possibile che nessuno alzi il dito e le dica queste cose? Guardo la tv compulsivamente aspettando un leader qualsiasi che dica: ma lo sapete che la Nato vanta 93 miliardi e mezzo di dollari di arretrati dagli Stati Uniti?
Possibile che noi siamo testimoni della svendita, pezzo a pezzo, di tutto quello che abbiamo e nessuno dice niente? Vedete allora perché parlare di nostalgia non vuol dire assolutamente pronunciare una parolaccia.
Nostalgia significa il dolore del ritorno. E quindi magari potessimo tornare.
Se potessimo tornare, però, non vorrei tornare ai bei tempi in cui nei bar si leggeva orgogliosamente l’Unità che si trovava sui tavolini. Vorrei tornare invece alla prima volta in cui uno ha detto: sentite, ma se cambiassimo nome?
Quello è stato un grande errore, cambiare nome, togliere il rosso dalla bandiera è stato un peccato mortale. Quindi, se mi chiedete che cos’è per me l’Unità rispondo così: è un album di fotografie.
Un bellissimo album di fotografie che mi è molto caro, in cui vedo l’evoluzione fisica, dalla gioventù alla vecchiaia, dei miei sogni. L'articolo Ho nostalgia di quando c’era l’Unità, quel giornale è l’album dei miei sogni proviene da Strisciarossa.