Giovedì 9 aprile 2026 ore 08:58

Politica

Il golpe di Videla 50 anni dopo: la tragedia argentina che l’Italia (e anche il Pci) tardò a capire

Giovedì 19 marzo 2026 ore 14:17 Fonte: Strisciarossa
Il golpe di Videla 50 anni dopo: la tragedia argentina che l’Italia (e anche il Pci) tardò a capire
Strisciarossa

Il 24 marzo 2026 ricorre il 50° anniversario del colpo di stato militare in Argentina. Quel golpe diede inizio ad una dittatura (1976-1983) guidata dal generale Jorge Rafael Videla, nota per il regime di terrore che instaurò.

Si parla di 30mila persone che furono rapite,  torturate, uccise, i loro corpi dispersi in fosse comuni o gettati dall’aereo nel Mar de la Plata. Nel linguaggio orwelliano del regime, queste vittime furono chiamate desaparecidos, semplicemente “scomparsi”.

I bambini nati in detenzione dalle prigioniere vennero dati in adozione, e spesso ai torturatori dei loro genitori. È piuttosto singolare che le commemorazioni di quella straordinaria tragedia abbattutasi su un paese al 40 per cento di italiani immigrati, e al quale l’Italia è sempre stata molto legata, siano poche e poco approfondite.

Ci sarebbe invece molto da riflettere e discutere sul perché l’Italia, che condannò immediatamente il golpe militare del Cile nel 1973, e mobilità istituzioni e società contro il regime del generale Pinochet, non fece lo stesso con Videla. Il colpo di stato militare in Argentina avvenne in un clima di distrazione generale e quel 24 marzo del 1976 non ci fu alcuna protesta.

Una spiegazione parziale la si trova nel fatto che il golpe argentino non mostrò in pubblico la sua violenza subito e sfacciatamente. Ma i rapimenti e gli assassini furono così immediati e numerosi, che ignorarli fu una scelta, non il risultato del “non sapere”.

A cinquant’anni di distanza un titolo come, “Argentina, 24 marzo 1976. Il golpe (quasi) invisibile”, apparso sul supplemento del Corriere della Sera, La Lettura, dell’8 marzo 2026, è perlomeno curioso.

Il golpe era stato visibilissimo al corrispondente dello stesso giornale, Giangiacomo Foà, che cercò vanamente di informare l’opinione pubblica italiana. Prendendo a pretesto le minacce al giornalista di gruppi armati, Il Corriere lo trasferì rapidamente in Brasile, e poi continuò con una copertura episodica e rassicurante delle efferatezze del regime.

Solo nel 1982 lo stesso giornale pubblicò un articolo di Foà con la lista di 297 desaparecidos italiani, lista rimasta fino allo stesso 1982 negli archivi dell’ambasciata d’Italia. Poiché di tutto questo non si parla nel recente articolo della Lettura, l’esortazione alla memoria come responsabilità civile e politica suona completamente priva di significato.

La storia del Corriere non è unica ma emblematica di una complicità colpevole e diffusa in tutta Italia, orchestrata in gran parte da Licio Gelli — fascista, maestro venerabile della loggia massonica P2, legato alla destra peronista e poi consigliere dei generali argentini. Gli altri due leader del golpe oltre Videla, l’ammiraglio Emilio Eduardo Massera e il generale Carlo Guillermo Suárez Mason, erano iscritti alla stessa loggia.

Ma lo erano anche le più alte cariche del Corriere: l’amministratore delegato Bruno Tassan Din, il direttore del quotidiano Franco Di Bella, e lo stesso proprietario del gruppo editoriale, Angelo Rizzoli. Fa bene Enrico Deaglio a ricordare il ruolo di Gelli e della P2 nel suo bel libro sugli anni Settanta.

Ma anche lui eredita il senso comune dell’epoca e scrive che “tutto questo, nel 1976 non  si sapeva. E circolavano poche notizie.

Che la Junta stesse procedendo allo sterminio della ‘gioventù marxista’ non trapelò per anni.” È vero che i mondiali di calcio del 1978 si svolsero in Argentina al segno dell’efficienza e dell’orgoglio nazionale, e che fu  un trionfo per il regime. Ma come è possibile credere che l’Italia si accorse che in Argentina “scomparivano” migliaia di persone solo all’inizio della guerra per le isole Malvinas nel 1982?

Scrive Deaglio che sarebbero state le madri e le nonne dei desaparecidos a dare l’allarme, sfilando davanti alla Casa Rosada con cartelli che dicevano: “Las Malvinas son argentinas, lo desaparecidos también”.

Ma ora sappiamo che la mancanza di notizie, se di questo vogliamo parlare, non fu per caso. Il Corriere non fu l’unico giornale a chiudere gli occhi sulla tragedia argentina.

Una sorta di manipolazione della stampa italiana, che riportava notizie sul regime di terrore di Videla e compagni, ma in modo episodico e certamente non facendone una questione urgente, coinvolse le maggiori testate italiane. Era lo specchio dell’atteggiamento neutrale, e quindi complice, del governo italiano con alla testa Giulio Andreotti, e della Farnesina sotto la guida del Ministro Forlani.

Favorire i grandi interessi di alcune potenti figure dell’economia dei due paesi, che continuarono, se non aumentarono, i loro scambi commerciali e traffici di armi, prese la precedenza sulla denuncia del regime. La neonata Repubblica e  giornali di sinistra come Il Manifesto e Lotta Continua ma anche l’Avanti criticarono più attivamente il regime di Videla.

E quindi che l’Unità mostrasse poca passione nel seguire le vicende argentine è un caso degno di nota. L’Unità pubblicò sporadici articoli, spesso non firmati, che riportavano notizie sulle restrizioni delle libertà, ma non c’era molto allarme.

La rivista del partito per la quale mi occupavo di esteri, Rinascita, aveva cominciato a gennaio a pubblicare articoli sui pericoli per la democrazia argentina, condannando gli estremismi che ne avrebbero facilitato la crisi. Immediatamente dopo il golpe, l’articolo di uno dei maggiori studiosi dell’America Latina, Marcello Carmagnani, ne sottolineò il carattere incruento: il generale Videla ci aveva tenuto a differenziarsi da Pinochet.

Non c’era dubbio il golpe argentino fosse reazionario, ma di fronte ad un sindacalismo debole politicamente, e all’avventurismo violento dei montoneros della sinistra peronista, lo si vedeva quasi come inevitabile e forse non tragico come quello cileno. Perfino il coraggioso giornalista argentino José Ricardo Eliaschev, in esilio a New York, scriveva su Rinascita che non era chiaro cosa sarebbe accaduto in Argentina dopo il golpe.

Durante l’estate, uscirono sulla stessa rivista un paio di colonne non firmate. Si cominciava a capire che la situazione era drammatica,  ma non tanto da giustificare una condanna della giunta di Videla.

Certamente la stampa di partito rifletteva l’esitazione del Partito Comunista Italiano a prendere una posizione più critica e combattiva come aveva fatto nel caso del Cile tre anni prima. Seguivo gli avvenimenti attraverso  mio fratello minore Enrico, giovanissimo console a Buenos Aires nel suo primo incarico diplomatico.

Mi faceva delle telefonate in codice, dalle quali capivo di dover avvertire familiari italiani di argentini nel mirino della giunta. Per esempio, mi parlava di un tipo che avrebbe avuto lo stesso cognome di Nico, cioè mio cognato Nicolàs Sartorius, senza le lettere “u” ed “s” alla fine, ed io sapevo che parlava di un Sartori.

In assenza di un qualsiasi aiuto dell’Ambasciata d’Italia agli italiani a rischio, Enrico aveva trovato questo modo per allertare parenti e la stampa, e sollecitare un sostegno politico al loro rimpatrio. Incurante dei pericoli che correva, Enrico riuscì a mettere in salvo più di 300 persone.

Nell’ottobre del 1976 il PCI mi chiese di svolgere una doppia missione in America Latina: riallacciare i rapporti tra i compagni rimasti in Cile e quelli in esilio a Mosca, e valutare la situazione argentina. Fu un viaggio memorabile,  durante il quale incontrai dirigenti politici del peronismo, del Partito Radicale, del Partito Socialista, del Partito Comunista, ed esponenti del mondo della cultura.

Da questi incontri si confermava l’estrema violenza della repressione del regime militare, la frammentazione e la debolezza dell’opposizione, incluso il Partito Comunista Argentino, e il sistematico rifiuto della nostra Ambasciata a garantire protezione a coloro che la chiedevano, in maggioranza italiani. Scrissi tutto questo in una nota privata consegnata direttamente dalla sezione esteri ad Enrico Berlinguer e Giancarlo Pajetta.

Ma la posizione del partito non cambiò di una virgola. Appena un anno dopo lo stesso Pajetta, in una sua nota informativa alla segreteria del 14 novembre del 1977, riproponeva l’incredibile posizione del Partito Comunista Argentino sulla supposta moderazione di Videla e su una prossima transizione democratica.

Questa nota non citava neppure lo straordinario sciopero dei portuali di La Spezia del mese prima, sciopero che bloccò l’acquisto della portaerei Lupo da parte dell’ammiraglio Massera in visita in Italia. Evidentemente i portuali non credevano al moderatismo della giunta militare.

La leadership del PCI mantenne una posizione attendista, e paralizzante, nei confronti del regime argentino. Dette priorità al realismo politico e alla posizione “quasi governativa” guadagnata con la non sfiducia al governo Andreotti proprio quell’anno.

Pur avendo proclamato l’eurocomunismo, e sfidato pubblicamente l’egemonia dell’URSS, i vertici del PCI restarono finanziariamente dipendenti da Mosca, che dei generali argentini era amica perché da loro veniva rifornita di grano dopo le sanzioni americane. E forse, preoccupati com’erano della  minaccia  estremista in Italia, i leader comunisti si trovarono in difficoltà a identificare interlocutori credibili contro i generali.

L’incertezza creata da queste dinamiche fu più forte della solidarietà al popolo argentino ed ai portuali italiani, cioè fu più forte della missione di un partito di sinistra di massa. A cinquant’anni di distanza, la memoria dovrebbe assumersi la responsabilità politica di ciò che accadde perché non accada piú.

L'articolo Il golpe di Videla 50 anni dopo: la tragedia argentina che l’Italia (e anche il Pci) tardò a capire proviene da Strisciarossa.

Articoli simili