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Chi si ricorda delle case a zero emissioni? La Ue avvia procedure di infrazione contro 19 paesi, Italia inclusa

Domenica 15 marzo 2026 ore 15:57 Fonte: Strisciarossa
Chi si ricorda delle case a zero emissioni? La Ue avvia procedure di infrazione contro 19 paesi, Italia inclusa
Strisciarossa

Quando si parla di ambiente è ricorrente l’uso dell’aggettivo verde. Anzi green per far vedere che ci muoviamo disinvoltamente tra le lingue e che consideriamo che tale, verde, debba essere l’ambiente.

Allora se si vuole essere coerenti con l’uso delle parole dando ad esse il significato che meritano che cosa deve essere più verde del quotidiano ambiente di vita, cioè la casa? È per spiegarlo a chi non lo avesse capito e/o a chi distrattamente trascura questo importante obiettivo, che il Parlamento europeo il 12 marzo 2024 con 370 voti favorevoli, 199 contrari e 56 astenuti ha approvato la direttiva europea Case green (Energy performance of building directive, EPBD).

Una direttiva la quale si propone di far diventare ad emissioni zero il parco edilizio della UE attraverso la riqualificazione del patrimonio edilizio e il miglioramento dell’efficienza energetica. Risultato che si propone di raggiungere innanzitutto realizzando le nuove costruzioni a zero emissioni entro il 2030, anticipato al 2028 per gli edifici pubblici.

Mentre per il complesso edilizio esistente la norma impone ristrutturazioni, con l’eliminazione delle caldaie a combustibili fossili entro il 2040 e l’installazione di impianti solari. Insomma niente di rivoluzionario, ma propositi in linea con il planetario obiettivo di ridurre il più possibile e in tempi realisticamente accettabili, l’incremento delle temperature terrestri con tutto quanto ne consegue e ne sta conseguendo.

Come, peraltro, previsto dall’accordo del 12 dicembre 2015 firmato a Parigi dai rappresentanti di 195 Stati partecipanti alla ventunesima COP (Conferenza delle parti). Qualche mese dopo, il 21 aprile 2016,  Sharon Dijksma, l’allora ministro dell’ambiente dei Paesi Bassi e presidente del Consiglio ambiente dell’Unione europea, e Maroš Šefčovič, allora vicepresidente della Commissione europea, firmarono l’accordo a nome dell’Unione europea a New York.

Il 5 ottobre 2016 i rappresentanti della presidenza del Consiglio europeo e della Commissione europea depositarono i documenti per la ratifica presso il segretario generale delle Nazioni Unite che era il depositario dell’accordo, a seguito della decisione da parte del Consiglio ambiente. Inadempienti 19 paesi Ricordo tutto questo perché è (apparentemente) incomprensibile apprendere che oggi, marzo 2026, 19 Paesi dell’Unione Europea (Belgio, Rep.

Ceca, Germania, Estonia, Irlanda, Grecia, Francia, Cipro, Lettonia, Lussemburgo, Ungheria, Malta, Paesi Bassi, Austria, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Svezia ) non hanno redatto entro il termine del 31 dicembre 2025 la bozza dei piani per raggiungere gli obiettivi indicati dalla direttiva che punta alla graduale riduzione delle emissioni di gas serra degli edifici sino a raggiungere la neutralità nel 2050. Tra i 19 Paesi c’è, naturalmente, l’Italia.

Naturalmente l’Italia, dicevo, con grande giubilo dei rappresentanti della Lega i quali, coerentemente con la loro definizione di “follia ideologica” dei contenuti della direttiva EPBD, già al suo varo protestarono platealmente contro quel provvedimento. Di fronte a questa posizione della netta maggioranza dei Paesi UE la Commissione ha avviato l’iter per una procedura di infrazione dando ai 19 Paesi morosi due mesi di tempo per la presentazione di piani definitivi previsti dalla normativa.

Con i tempi che corrono e l’aria che tira non sarà facile che l’Italia, e non solo l’Italia, rispetti le regole approfittando dei due mesi di tempo concessi. Anche perché è chiaro che questo Governo non sa vedere e cogliere le opportunità che un’efficace politica sull’efficienza energetica rappresenterebbero per il nostro sistema, e sta intraprendendo una strada ben diversa rispetto a quella tracciata dall’Europa.

“L’Italia – commentano Legambiente e Kyoto Club – registra un deficit di politiche e di strategia di efficienza per gli edifici, sia pubblici che privati, lasciando le famiglie in balia dei prezzi energetici. Ed è fortemente dipendente dal gas fossile”.

E così, tra petroliere che affondano riempendo i mari di petrolio; missili e droni che dilaniano gli ecosistemi vicini e lontani dai fronti di guerra ( i quali peraltro vanno sempre più aumentando), Parigi con i suoi accordi e le speranze alimentate dieci anni fa, resta un sogno dal cui risveglio ci si riprenderà non si sa quando. Anche perchè come ha scritto Lorenzo Ciccarese (Oltre le guerre: come ripristinare gli ecosistemi dilaniati dai conflitti “”nuova ecologia” marzo 2026) “Gli ecosistemi sono colpiti attraverso effetti diretti e indiretti: distruzione e frammentazione degli habitat causate da combattimenti, bombardamenti, mine e infrastrutture militari, rilascio di sostanze tossiche nei suoli, nelle acque e nell’aria, indebolimento delle istituzioni ambientali e aumento dello sfruttamento non sostenibile delle risorse naturali.” La portata di questi danni è evidente.

Tuttavia il ripristino è possibile, ma, scrive sempre Ciccarese, “i costi sono elevati e molto variabili, a seconda del livello di degrado e degli interventi necessari: da circa 200 euro per ettaro, in casi di interventi ‘passivi’ vicini alla rigenerazione naturale, a oltre 30.000 euro per ettaro in caso di interventi ‘attivi’ di decontaminazione dei suoli e ripristino della vegetazione. I processi di recupero richiedono decenni e spesso non producono i risultati sperati, rendendo il ripristino una sfida centrale nei processi di ricostruzione post conflitto.” L'articolo Chi si ricorda delle case a zero emissioni?

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