Martedì 17 febbraio 2026 ore 18:01

Cultura

Cena di classe con delitto

Sabato 14 febbraio 2026 ore 09:19 Fonte: La ricerca
Cena di classe con delitto
La ricerca

Michele Mari è uno di quegli scrittori i cui libri solitamente i lettori o amano incondizionatamente (e sono la maggioranza) oppure smettono di leggere dopo poche pagine. La ragione di tale apprezzamento o avversione è dovuta soprattutto a un modo di scrivere, a uno stile, non sempre lineare, anzi, talora volutamente e sperimentalmente un po’ baroccheggiante, in nuance con il clima spesso horror o gotico di sottofondo.

Personalmente ho molto apprezzato – tra gli altri – l’autobiografico e coraggioso Leggenda privata (Einaudi, 2017) che esplora il rapporto difficile con il padre Enzo Mari, famoso designer, e invece mi sono innervosito leggendo il suo penultimo romanzo Locus desperatus (Einaudi, 2024), in perenne bilico tra il timore che fossi io a non capirne il senso (e probabilmente è così) oppure che di senso ne avesse poco. Michele Mari e la macabra riffa Di tutt’altro tenore è invece il recentissimo, e godibilmente amaro, I convitati di pietra (Einaudi, 2025), il quale narra di una classe – la III A del liceo classico “Berchet” di Milano – che stipula un patto per una macabra “riffa” basata sulla sopravvivenza, nella quale chi muore per ultimo vince il capitale accumulato.

Il patto trasforma i legami in rivalità spietate che manifestano cinismo, si mescolano con il timore per l’invecchiamento e palesano una disperata corsa contro il tempo. Ho letto che la vicenda ha qualche affinità con la serie televisiva coreana Squid game (2021-2025), ma – poiché non l’ho mai vista e non la conosco proprio – mi fermo qui.

Sicuramente presenti, invece, alcuni riflessi letterari (tra gli altri Il club dei suicidi, di Robert Louis Stevenson o Dieci piccoli indiani, di Agatha Christie), ma più per la progressività dei decessi che per la reale tematica del romanzo. Tornando ai Convitati di pietra, più in particolare, l’accordo che vincolerà nel bene e nel male i nostri trenta compagni viene sancito – durante una “cena di classe” – la sera del 22 luglio 1975, un anno e un giorno dopo la conclusione dell’esame di maturità, e si rinnova ogni anno proprio in occasione del rituale della cena.

Non anticipo nulla, ovviamente, né dei risultati della lotteria, né delle singole personalità dei partecipanti. Posso solo dire che l’ambito temporale del romanzo si estende fino al 2053 (sic!) e che i “tipi” umani che gli ex studenti rappresentano sono uno spaccato credibile di una classe di quell’epoca– che è poi quella del Mari liceale: abbiamo il ragazzo bullizzato che negli anni trasforma in rabbia (e altro…) la sua frustrazione, la misteriosa ragazza di origine straniera, il fanatico di cinema che idolatra la figura di Gene Hackman etc.

Così come persone diventate economicamente floride e altre meno, e – ovviamente – soggetti dalle condizioni di salute assai diverse, anche se non è sempre vero (come vedrete, se leggerete il libro) che sono quelli messi peggio ad andarsene per primi. Una Milano… familiare Posso, però – ammettendo che a qualcuno interessi –, raccontare le ragioni del mio coinvolgimento in questa lettura, che si origina fondamentalmente da due ragioni.

Anzitutto dal fatto che sono milanese e ho fatto il liceo classico maturandomi (presso il liceo classico “Beccaria”, allora un po’ meno prestigioso del “Berchet”) qualche anno dopo i nostri personaggi. Infatti Mari non solo fornisce nomi e cognomi dei suoi personaggi, ma anche i loro indirizzi e, al momento della loro morte, pure il nome della chiesa dove si officiano i funerali.

Alcune di queste vie sono le stesse nelle quali abitavano i miei compagni di scuola, e ho addirittura sobbalzato sulla sedia leggendo che una scena si svolge «prima lungo via Losanna, poi oltrepassato corso Sempione, lungo la via Arona…»: era la strada che percorrevo ogni mattina a piedi proprio per andare al “Beccaria” – io che in via Losanna allora ci abitavo – e che talora facevo insieme a un compagno che abitava proprio in via Arona! Potrei fare molti altri esempi, ma non voglio tediare nessuno: certamente i miei concittadini si divertiranno a disegnare una mappa delle abitazioni dei partecipanti alla lotteria, magari sovrapponendoli a persone di loro conoscenza.

Una classe è per sempre C’è però un’altra ragione perché il romanzo mi ha fatto riflettere, e deriva dal fatto che – da ex studente ma anche da docente di lungo corso – me ne intendo abbastanza di “cene di classe”, di tipologie di ex compagni o ex alunni diventati “grandi”, e delle reazioni non sempre prevedibili (nel bene e nel male) al fatto di rivedersi molti anni dopo. Non solo, infatti, ho partecipato a qualche cena plenaria della mia classe di liceo, ma in veste di vecchio prof anche a qualche decennale (o ventennale? non ricordo bene…) delle maturità altrui, occasioni – che si voglia o no – sempre cariche di nostalgia.

Certamente Mari non è il primo a parlarne, e il tema è già stato affrontato (anche in forme non superficiali) nel film Compagni di scuola di Carlo Verdone (1988), diventato a buon diritto icona della cultura pop. Quello che caratterizza il romanzo in esame è, come anticipavo, l’idea che questi ex compagni abbiano deciso di legare in modo così indissolubile il loro reciproco destino, offrendo il fianco alla recrudescenza di vecchi rancori (e alla nascita di nuovi: mors tua, vita mea…), ma anche ribadendo con questo gesto un’idea che travalica ogni tempo e ogni spazio: avere passato insieme, a scuola, gli anni della propria adolescenza è qualcosa che non può non legarci gli uni agli altri.

Anche a quelli (e qui parlo io, studente degli anni Settanta…) che ci stavano antipatici (magari per avversione politica), ci nascondevano l’astuccio, facevano la spia o non ci lasciavano copiare. E anche alle ragazze che – ovviamente (come fanno ora le mie studentesse) – preferivano allora uscire con quelli un po’ più grandi, lasciando i compagni di classe (da loro giudicati immaturi) con un palmo di naso.

Legami che si rafforzano Ho così trovato toccante, pur nei toni paradossali usati dal romanziere, il fatto che tra i pochi rimasti dei Convitati di pietra – ultranovantenni – abbia infine prevalso la voglia di stare insieme e aiutarsi sulla competizione della “resistenza in vita” (che pure non si è davvero mai interrotta). E anche questo mi ha portato a una riflessione personale, e cioè al fatto che con l’avanzare degli anni (non sono ancora novanta, però!) le mie personali “cene di classe” – dopo qualche decennio di vuoto – si sono infittite; certamente non sono plenarie, perché si limitano a una decina di persone, con alcune delle quali ai tempi del liceo si era già assai legati, mentre con altre il vincolo si è rafforzato nel tempo.

Si tratta di riunioni che non vedono mai (pur senza che ce lo siamo mai detto esplicitamente) la presenza di mogli o mariti, perché quello che le caratterizza, così come le conversazioni dei Convitati, è rievocare i compagni «ad uno ad uno, il loro modo di parlare e di camminare, i loro gesti, certe battute pronunciate in certe occasioni, la leggerezza di alcuni e la pesantezza di altri, l’assurdo borsello di uno, il montgomery blu di un altro, gli occhiali, gli anelli, le fibbie i foulards…» (p. 120).

Ma anche – perché no? – i professori, i loro tic, le loro manie, ricordi che spesso nel mio caso sono accompagnati da richieste, da parte degli amici, di confronto tra la scuola di ieri e quella di oggi. E queste cose le puoi ricordare solo se c’eri, in classe, all’appello delle 8, al “Berchet” di Michele Mari o al “Beccaria” di chi sta scrivendo e dei suoi affezionati compagni, ai quali alla tradizionale, ormai prossima, cena di Pasqua non proporrò certo di istituire la malefica lotteria.

Vorrei infatti continuare a mangiare con gusto gli ottimi formaggi che uno di noi porta dal Trentino (le cene sono sia al ristorante sia in casa) senza correre il rischio – come invece accade nel romanzo – di essere avvelenato, o che lo sia qualcuno degli altri. C’è già il tempo che, purtroppo, a queste cose ci pensa da solo.

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