Cultura
Farsi piccini
Nei poemi omerici i Mirmidoni sono il popolo di Achille, ma non sempre chi legge il mito ricorda l’etimologia che li vuole discendenti da un’antica stirpe di formiche trasformate in uomini. Strabone spiegava la leggenda con l’operosa dedizione di un popolo che aveva saputo rendere fertile un’isola petrosa non meno di quella di Ulisse.
Il “Formichino” di Rino Rega Me lo ha ricordato la delicata favola Formichino, racconto per ragazzi di ogni età, pubblicato da Rino Rega per i tipi di Castelvecchi. Qui le avventure del giovane protagonista non prevedono la trasformazione operata da Zeus, e ne esce un eroe del quotidiano, senza alloro, che guida il lettore a guardare il mondo umano dal punto di vista di una piccola formica.
La scrittura è dedicata a Olivia e Gioele, nipoti dell’autore ma anche membri della famiglia umana ritratta nel racconto, che rivela così la sua intima radice autobiografica. Capostipite della vivace famigliola è infatti il signor Genny, in cui è difficile non riconoscere l’amico e collega Rino, che allo studio e all’insegnamento dei classici ha dedicato un’intera vita – e infatti con quella lente guarda ogni aspetto della realtà, inclusa la scelta di un albero da piantare in giardino:
Se vogliamo seguire l’esempio degli antichi, ho appena letto che i Romani usavano far cresce questa pianta [il giuggiolo] accanto agli stipiti del tempio della dea Prudenza. Per loro era il simbolo del silenzio.
Perciò, bambini, propongo di appoggiare il giuggiolo accanto a questo ingresso del giardino riservato solo a noi. Ogni volta che vi entreremo ci ricorderà di lasciarci alle spalle il chiasso del mondo quotidiano e di farci avvolgere dai suoni della natura. (p.
24) Le pagine seguono dunque la vicenda di una famiglia allegramente chiassosa e la picaresca avventura di Formichino, esploratore avventato, curioso del formicaio degli uomini – la casa – non meno che del mondo naturale, con le sue peregrinazioni un po’ traditore della proverbiale diligenza che invece caratterizza la sua tribù. La vivace tradizione favolistica Il tema favolistico non è nuovo.
Massimo Recalcati, che firma la prefazione del racconto, sottolinea ovviamente il topos del viaggio come affermazione della propria libertà e della propria indipendenza e il fondamentale insegnamento per cui «sono sempre i nostri occhi a rendere avventuroso il mondo in cui viviamo», riconoscendo giustamente nel Gulliver di Swift il precedente più evidente del rovesciamento di prospettiva tra grande e piccolo. Aggiungo un riferimento più recente, non so quanto noto all’autore: la scelta di Rega a me ha fatto pensare, pur nella estrema distanza dei toni, a I miei stupidi intenti, opera magistralmente pensata e scritta da un giovanissimo autore, Bernardo Zannoni (Sellerio 2021 – Campiello Opera 2022).
Nel romanzo (che ho spesso regalato) il protagonista è Archy, un cucciolo di faina: Archy si muove in un mondo naturale decisamente più crudele e amorale di quello ritratto da Rega, ma è animato da una medesima ricerca di senso e anche, come scoprirà chi avrà voglia di leggere entrambi, dall’idea che nella parola, ossia nella scrittura, ci sia qualcosa che salva.
Il racconto di Rega è dunque una buona occasione per cogliere la persistenza del genere favolistico anche in tempi ipertecnologici nei quali lo si supporrebbe ampiamente superato. Non stupisce se si pensa che la via di Esopo è stata esplorata anche da quel genio poliedrico che fu Leonardo da Vinci, che proprio alle formiche assegnò un posto d’onore nelle sue brevissime favolette.
La formica trovato un grano di miglio, il grano sentendosi preso da quella gridò: «Se mi fai tanto il piacere di lasciarmi fruire il mio desiderio del nascere, io ti renderò cento me medesimi.» E così fu fatto. (Leonardo da Vinci, Scritti letterari, a c. di Augusto Marinoni, Rizzoli, Milano, 1974, p. 22) Un simbolo di resistenza e caparbietà In generale, mi pare che la piccola formica sia stata quasi sempre l’emblema della fragilità dell’individuo di fronte alla straordinaria potenza della natura: così nel Leopardi della Ginestra e anche nel Verga di Fantasticheria (ricordate?):
Vi siete mai trovata, dopo una pioggia di autunno, a sbaragliare un esercito di formiche tracciando sbadatamente il nome del vostro ultimo ballerino sulla sabbia del viale? Qualcuna di quelle povere bestioline sarà rimasta attaccata alla ghiera del vostro ombrellino, torcendosi di spasimo; ma tutte le altre, dopo cinque minuti di panico e di viavai, saranno tornate ad aggrapparsi disperatamente al loro monticello bruno.
Voi non ci tornerai davvero, e nemmeno io ma per poter comprendere siffatta caparbietà, che è per certi aspetti eroici, bisogna farci piccini anche noi, chiudere tutto l’orizzonte fra due zolle, e guardare col microscopio le piccole perché fanno battere i piccoli cuori. (G. Verga, Fantasticheria, da Vita dei campi in Tutte le novelle, a cura di C. Riccardi, Mondadori, Milano 1979, (I.
Meridiani), pp. 1008-1017). La favola di Rino Rega non rimanda a questa drammatica allegoria, ma l’autore (che nelle pagine dei classici – come già ho anticipato – ha speso l’intera esistenza, e si sente) raccoglie quell’invito a «farsi piccini (…) guardare col microscopio le piccole perché fanno battere i piccoli cuori».
Il suo Formichino interpreta così una versione particolare e ottimistica della caparbietà: è campione di resistenza e coraggio, e la sua storia di formazione ha qualcosa da insegnare ai più piccoli. A me, che a Rino sono affezionata, la sua prova di scrittore ha ricordato un vecchio proverbio cinese secondo cui il senso della vita sarebbe legato a tre azioni volte al futuro: fare un figlio, piantare un albero (il giuggiolo?) e scrivere un libro.
Si tratta evidentemente di una sentenza d’altri tempi e non sosterremo che nessuna delle tre cose sia essenziale alla certezza dell’esistere, ma l’antica saggezza racconta soprattutto la nostra impossibilità di pensarci finiti, esclusi da una qualche forma di proiezione nel tempo che verrà. Intuisco che a Rino siano toccate tutte e tre le fortune suggerite dal proverbio: nonno Genny non smette di lasciare tracce di sé (e di nonna Molly) a Olivia e a Gioele e a tutti quelli che verranno.
E questo, ne sono certa, è un pensiero che scalderà il loro Natale, come ha già fatto con il mio. Post scriptum (di Mauro Reali) Rino Rega non è solo – come scrive Elena Rausa – un caro collega e amico, ma anche un collaboratore di questa rivista; ho voluto fosse Elena, con la sua particolare sensibilità, a firmare questa breve riflessione sul suo Formichino; non volevo però che mancassero i miei affettuosi complimenti per questo suo racconto, del quale ho apprezzato anche le belle illustrazioni di Chiara Florio.
Ricordo dunque gli estremi del volume: Rino Rega, Formichino.
Racconto per ragazzi di ogni età, prefazione di M. Recalcati, illustrazioni di C. Florio, Castelvecchi editore, Roma 2025. L'articolo Farsi piccini proviene da La ricerca.