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Politica

A Budapest è l’ora della speranza: il regime di Orbán affoga nelle urne

Domenica 12 aprile 2026 ore 20:59 Fonte: Strisciarossa
A Budapest è l’ora della speranza: il regime di Orbán affoga nelle urne
Strisciarossa

Poche volte, forse mai nella storia d’Europa, il destino politico di un piccolo paese ha spostato l’equilibrio di tutto il continente come – pare ormai quasi certo – sta avvenendo in queste ore in Ungheria. Se i risultati che stanno uscendo dalle urne confermeranno, come dalle primissime rilevazioni pare che sia, i dati disponibili il voto popolare avrebbe promosso Peter Magyar, lo sfidante di Viktor Orbán.

Con tutta la prudenza del caso, qualcuno avanza anche l’ipotesi che la dimensione della vittoria conseguita dal suo partito Tisza (acronimo delle parole Onore e Libertà) consentirebbe a Magyar di avere una maggioranza abbastanza ampia da permettergli di superare gli ostacoli che il governo di Orbán ha disseminato nell’apparato burocratico-istituzionale del regime e formare un nuovo governo di chiara rottura col passato, sventando l’eventuale manovra con cui il despota sconfitto potrebbe tentare di barricarsi al potere con la sua formazione Fidesz contando sui voti raccolti da un partitino ancora più all’estrema destra. Ma una cosa è comunque chiara: la maggioranza degli ungheresi ha chiuso con il regime e consegnato a una crisi probabilmente irreversibile quel laboratorio della postdemocrazia che, chiuso nell’ossimoro maledetto della “democrazia illiberale”, ha avvelenato la convivenza tra i popoli e le nazioni ben oltre i confini del nostro continente.

Si tratterebbe di un ribaltamento politico di dimensioni clamorose: l’affluenza alle urne è stata straordinaria, quasi all’80% degli elettori, cifra assolutamente desueta di questi tempi di crisi della partecipazione nei paesi europei, e se le ultimissime stime formulate sulla base dei sondaggi si avvicinano al vero, lo sfidante avrebbe surclassato il leader in carica raccogliendo una messe di voti ben oltre il 50% contro meno del 40% del perdente. Il voto insomma ha punito l’autocrate al potere da 16 anni, il quale da campione vincente della destra vecchia e nuova e coprotagonista con i Grandi del mondo – i padri padroni di Washington e Mosca suonavano la grancassa per lui e anche i cinesi lo corteggiavano per le sue indiscipline in Europa – e da Grande Oppositore in grado da solo di mettere in crisi la macchina delle istituzioni di Bruxelles torna nell’ombra della mediocrità.

Quella mediocrità dalla quale era uscito a suo tempo con la spregiudicatezza dell’opportunismo più bieco, la demagogia di una propaganda basata su menzogne e campagne diffamatorie degli avversari (praticata alla grande fino alle ultime ore della campagna elettorale) e metodi di governo sfacciatamente clientelari che hanno spinto molti osservatori, in patria e all’estero, a parlare dell’Ungheria come di uno “Stato-Mafia”. Che ha prodotto illegalità fino all’ultimo momento: approfittando della sentenza di un tribunale, ai votanti che volevano farlo è stato consentito di fotografare le schede dopo averle votate.

Un invito che più impudente non si potrebbe all’esercizio del voto di scambio… Come tutti gli autocrati anche Orbán aveva il suo personale catalogo di nemici sui quali scaricare rabbie e frustrazioni popolari. Negli ultimi tempi gli obiettivi prediletti erano diventati L’Ucraina e in particolare Volodymyr Zelensnsy, accusato di voler trascinare l’Ungheria nella guerra contro i russi e raffigurato nei manifesti seduto su un water d’oro a sniffare cocaina.

Il governo di Kiev veniva accusato anche di aver brigato per danneggiare l’oleodotto Druzhba attraverso il quale l’Ungheria riceve ancora, per speciale concessione dell’Unione, il petrolio russo a tutti gli altri paesi europei sospeso a causa delle sanzioni. D’altronde, prima dell’ucraino i nemici presi di mira con l’apparato di propaganda erano stati i “burocrati di Bruxelles”, insultati in tutti i modi, ma sollecitati a deliberare a tambur battente i sostanziosi contributi dei fondi europei con i quali, per qualche anno, il regime riuscì anche a finanziare un disastroso esperimento di flat tax generalizzata abbandonato appena prima che i conti dello stato finissero nella bancarotta.

Prima ancora, e anche dopo, i nemici da esporre al pubblico ludibrio erano il magnate George Soros (bestia nera di tutte le ultradestre mondiali), i migranti clandestini, gli islamici, il movimento LGBTQIA+, i fautori delle libertà civili e gli avversari a vario titolo della famiglia tradizionale e dei “valori cristiani” da restaurare. A parte l’odio per l’Ucraina, al quale contribuiscono vecchi rancori nazionalistici e mai sopiti revanscismi territoriali molto diffusi e potenti nella cultura politica della destra magiara, si tratta di un catalogo del tutto comune alla grande destra internazionale, dal MAGA ai molti partiti europei, anche italiani.

Infatti, la vicenda politica che va in scena a Budapest va ben oltre l’Ungheria e la stessa Unione europea. Fino all’ultimo passaggio della campagna elettorale l’autocrate magiaro è stato sostenuto da un possente schieramento mondiale, elevato a simbolo e protagonista, ben al di là del suo spessore politico e intellettuale, di quello che dettava il (presunto) Zeitgeist di questi nostri difficili anni.

Quando le urne si sono aperte era appena ripartito da Budapest il vicepresidente americano J.D. Vance che si era esibito in un inedito e diplomaticamente molto improprio endorsement “a domicilio”. Ma, ancor, più imbarazzante, sulle tv di stato (cioè praticamente tutte) continuava ad essere proiettato il filmato in cui i più noti leader della destra estrema europea facevano gli auguri di vittoria all’amico Orbán.

Fra le belle statuine parlanti c’era, com’è noto, anche Giorgia Meloni, la quale ora forse trarrà da quel che è accaduto qualche motivo per frenare in futuro i propri entusiasmi camerateschi. D’altra parte il sodalizio tra la leader della destra italiana e l’autocrate di Budapest è stato uno dei motivi ricorrenti della scena politica europea nonché, a dispetto del parere dei laudatores italiani dell'”europeismo” della nostra presidente del Consiglio, la prova provata dell’esistenza di un’alleanza di ferro Roma-Budapest sui due temi che più di tutti gli altri bloccano il cammino europeo verso l’integrazione: il rifiuto della abolizione del voto all’unanimità nel Consiglio europeo e la pretesa del primato del diritto nazionale su quello comunitario.

Ora sarà necessario aspettare che il vincitore delle elezioni assuma, com’è probabile che avvenga, la guida di un nuovo, futuro governo per capire fino in fondo i mutamenti che la svolta clamorosa di Budapest porterà nella politica europea. Peter Magyar ha caratterizzato la propria campagna elettorale con toni e argomenti favorevoli alle istituzioni europee e alle politiche di integrazione.

La pace con Bruxelles sotto questo profilo è assicurata ed è già moltissimo dopo tutte le tempeste scatenate dal regime negli anni e nei mesi passati. Restano da vedere, però, gli altri dossier con cui si dovrà confrontare l’Ungheria post-Orbán.

Il leader dell’opposizione si autodefinisce un “conservatore europeista” e non va sottovalutato il fatto che fino a pochi mesi fa, membro autorevole del gruppo dirigente di Fidesz, era considerato anch’egli un uomo del regime. Sulla politica estera nella campagna elettorale da candidato  non ha detto molto, giacché si è dedicato soprattutto alla battaglia contro la corruzione dilagante del regime e il disastro economico, che ha fatto dell’Ungheria uno dei fanalini di coda dell’Unione in termini di efficienza dei conti pubblici e di garanzie dello stato sociale.

È probabile che un futuro governo a sua guida smetterà la vera e propria campagna d’odio in atto contro l’Ucraina, ma non ci sono indizi in merito all’atteggiamento che verrà adottato nei confronti della Russia anche se durante la campagna più volte lo stesso Magyar e i suoi collaboratori abbiano denunciato le pesanti interferenze che la propaganda di Mosca, anche con vere e proprie operazioni “coperte”, avrebbe compiuto a favore di Orbán. Anche per queste sue oscure manovre la Russia di Putin dal voto di ieri è la grande sconfitta insieme con l’America di Donald Trump.

Ma i mutamenti che il terremoto politico di Budapest porterà con sé sono materia che riguarda il futuro. Ieri sera era il momento della gioia popolare e le immagini della banchina sul Danubio, proprio davanti al maestoso edificio del Parlamento illuminato a giorno sull’altra riva, che dopo il saluto del vincitore ai suoi sostenitori si trasformava in una oceanica festa popolare allargava il cuore a tutti quelli che aspettavano questo momento: l’annuncio del ritorno dell’Ungheria nella famiglia europea delle democrazie.

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