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Poste scala Tim per la “sovranità tecnologica”. Dopo 30 anni di fallimenti privati torna lo Stato

Lunedì 23 marzo 2026 ore 17:29 Fonte: Strisciarossa
Poste scala Tim per la “sovranità tecnologica”. Dopo 30 anni di fallimenti privati torna lo Stato
Strisciarossa

Abbiamo buttato via trent’anni e adesso il governo Meloni concede la sua benedizione alla nazionalizzazione della cara e defraudata Telecom per garantire “la sovranità tecnologica” del Paese. Poste Italiane ha lanciato un’Offerta pubblica totalitaria di acquisto e scambio sulle azioni ordinarie di Telecom Italia (Tim).

L’operazione ha un controvalore complessivo di 10,8 miliardi di euro e prevede per ciascuna azione Tim portata in adesione all’offerta un corrispettivo misto, una parte in contanti e una parte in titoli ordinari di Poste di nuova emissione. Poste Italiane, che già detiene il 27,3% del capitale di Tim rilevato in occasione dell’uscita della francese Vivendi, ha l’obiettivo di acquisire l’intero capitale sociale di Tim per procedere poi alla revoca della quotazione del titolo alla Borsa di Milano.

La compagnia di telecomunicazioni viene nazionalizzata e cancellata dal listino di Piazza Affari. Un’opportunità di sviluppo e di innovazione L’acquisizione, secondo i vertici di Poste, mira a costituire la più grande piattaforma di infrastruttura connessa d’Italia, unendo la capillare rete fisica di quasi 13.000 uffici postali e oltre 19 milioni di clienti digitali attivi, con l’infrastruttura di rete fissa e mobile, i data center e le competenze nel cloud computing a marchio Tim.

Il nuovo gruppo, che potrà contare su una forza lavoro di oltre 150.000 dipendenti e ricavi aggregati stimati in circa 26,9 miliardi di euro, si propone di diventare il pilastro di riferimento per la trasformazione digitale della pubblica amministrazione e delle imprese del Paese, concentrando i propri sforzi su settori ad alto potenziale come l’intelligenza artificiale, l’Internet of Things e la cyber-security. Qualora l’operazione dovesse andare in porto, il controllo del nuovo colosso sarebbe saldamente nelle mani dello Stato che attraverso il ministero dell’economia e Cassa Depositi e Prestiti avrebbe una quota superiore al 50% del capitale del gruppo.

L’obiettivo è di assicurare una governance di lungo termine capace di tutelare un’infrastruttura critica essenziale per promuovere, secondo Poste, “la sovranità tecnologica, la resilienza e la competitività dell’intero sistema economico nazionale”. La nazionalizzazione in “salsa Meloni” Questa scelta strategica sembra contraddire la linea del governo di destra che si era impegnato fin dal primo anno di questa legislatura a realizzare privatizzazioni pari all’1% del Pil.

Arrivati al posto di comando gli epigoni della destra tricolore hanno capito che è meglio comandare su potenti imprese di Stato, invece di predicare concorrenza e mercato. Meloni ha mantenuto in questi anni un atteggiamento molto interventista, dirigista nelle vicende economiche e finanziarie, come ad esempio orientando, con l’amico Caltagirone, l’attacco di Monte Paschi su Mediobanca o nello stop imposto a Unicredit nell’acquisto di Banco Popolare Bpm.

Tim, quindi, torna ad essere un’impresa pubblica, molto dimagrita sia in termini di ricavi sia di dipendenti, dopo una lunga tormentata stagione di disavventure sotto il controllo e la guida di vari azionisti privati. Si tratta, comunque, di una società importante anche se un po’ indebolita, uno dei gioielli dell’ex industria di Stato venduto frettolosamente e male, che da molto tempo è senza pace, privo di uno stabile assetto azionario, di una strategia chiara, di manager adeguati.

Avrà bisogno di forti investimenti per tornare ad essere protagonista nell’innovazione e nella crescita del tessuto economico. Una brutta storia di privatizzazioni Con la privatizzazione del 1997, realizzata in fretta dal governo di centrosinistra perché, si disse a quel tempo, “ce lo chiedeva l’Europa per poter aderire alla moneta unica”, e la creazione di un nocciolo duro di azionisti leader del capitalismo nazionale guidati dagli Agnelli, dalle Assicurazioni Generali, dalle banche, il gruppo Telecom entrò in una stagione di forte instabilità.

Due anni dopo fu oggetto di una scalata da parte dell’Olivetti allora guidata da Roberto Colaninno affiancato da un gruppo diversificato di imprenditori e finanzieri, assai poco affidabili. Nell’estate del 2001, poche settimane dopo la netta vittoria di Silvio Berlusconi alle elezioni, la maggioranza passò alla Pirelli di Marco Tronchetti Provera appoggiata dalla famiglia Benetton che ne uscì con le ossa rotte.

Pochi anni dopo un’operazione “di sistema”, con l’intervento delle banche, favorì l’esodo di Pirelli e l’ingresso della spagnola Telefonica a fianco di alcuni grandi investitori italiani. Anche gli spagnoli si stancarono presto, lasciando il comando al francese Vincent Bollorè con la sua Vivendi, diventato primo azionista di Tim con il 24%, che aveva in mente di prendersi anche Mediaset.

Dopo l’ingresso di Bollorè, non proprio un galantuomo d’affari, il governo Gentiloni spinse la Cassa Depositi Prestiti a entrare nel capitale Tim con il 10%, una specie di avvertimento e di garanzia pubblica. L’impossibilità di Vivendi di realizzare in Italia i suoi progetti di integrazione tra tv e telecomunicazioni hanno spinto poi i francesi, assai poco educati nella loro campagna italiana, a uscire lasciando spazio a un ritorno della mano pubblica con l’ingresso di Poste Italiane che oggi punta altri 10 miliardi di euro sulla creazione del più grande e si spera efficiente polo tecnologico digitale del Paese.

Dopo quasi tre decenni dalla privatizzazione della storica e ricchissima Telecom Italia, poi impoverita e saccheggiata da imprenditori non sempre illuminati, ora si torna indietro. C’è da chiedersi se ne è valsa la pensa privatizzare un gruppo industriale, fondamentale per lo sviluppo e l’innovazione del Paese, dotato di uomini e tecnologie importanti, per adeguarsi a un clima generale che trent’anni fa vedeva nel primato del privato la strada migliore per il futuro della nostra economia.

Altri casi di attualità, si pensi alla lunga vicenda irrisolta dell’ex Ilva, dimostrano che certe sbornie ideologiche in nome del mercato e del capitalismo privato non hanno portato molta fortuna al nostro Paese. L'articolo Poste scala Tim per la “sovranità tecnologica”.

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