Cultura
L’alunno come eroe dell’umanità, il potere della parola e della cura in classe. Parte 3: cura e memoria come strumenti educativi
L’archetipo di Concezione: una pedagogia del limite e della verità L’ingresso in scena di Concezione si può riassumere come epifania del concetto di cura nella sua accezione più viscerale. Vittorini la scolpisce con tratti decisi: «La signora apparve, alta, con la testa chiara, e io riconobbi perfettamente mia madre, una donna alta coi capelli castani quasi biondi, e il mento duro, il naso duro, gli occhi neri.
Aveva sulle spalle una coperta rossa in cui si teneva calda»[1]. In lei la durezza della pietra si sposa con il calore della lana.
È una figura in cui la fragilità non è assenza di forza, bensì la sua condizione necessaria. Trasposta sul piano educativo, Concezione incarna una scuola che non si nasconde dietro il paravento della perfezione.
Una scuola realmente inclusiva deve saper somigliare a questa madre, autentica proprio perché segnata dalle ferite, capace di accogliere l’altro nonostante le sue contraddizioni. Educare significa trasformare i segni della fatica, come fa Concezione, in una rinnovata occasione di riscatto umano.
L’aringa e il focolare: la memoria sensoriale come bussola identitaria Il ritorno di Silvestro alla propria essenza avviene attraverso un richiamo olfattivo, un gesto domestico che frantuma il ghiaccio dell’apatia: “Andiamo in cucina… Ho l’aringa sul fuoco!” […] “Sentirai com’è buona” disse.
“Sì” dissi io, e respiravo l’odore dell’aringa, e non mi era indifferente, mi piaceva, lo riconoscevo odore dei pasti della mia infanzia. “Immagino non ci sia nulla di più buono” dissi.
E domandai: “Ne mangiavamo, quand’ero ragazzo?”.
“Altro che” disse mia madre. “Aringhe d’inverno e peperoni d’estate.
Era il nostro modo di mangiare. Non ti ricordi?”.[2] Qui il cibo smette di essere nutrimento biologico per farsi archeologia dell’anima.
La memoria, sollecitata da sapori e odori dimenticati, restituisce a Silvestro le sue radici, offrendogli una base solida su cui ricostruire il presente. In ambito pedagogico, questo ci ricorda che ogni studente giunge in aula con un proprio odore d’infanzia, un bagaglio di vissuti che la scuola non può permettersi di appiattire.
Valorizzare queste storie personali significa passare da un’istruzione standardizzata a un’educazione personalizzata, dove la dignità del singolo germoglia dal riconoscimento del proprio passato. Verità sì, vergogna mai: l’errore come spazio di dignità Concezione rivendica le proprie scelte e le proprie sofferenze con una lealtà che non ammette sconti: «Molte volte?
Con molti uomini? […] Cosa credi che abbia tirata la carretta per loro uomini?»[3]. In questa verità senza vergogna risiede un principio pedagogico rivoluzionario.
Il diritto all’errore e alla fragilità. Una scuola autentica deve insegnare ai ragazzi a non camuffare le proprie mancanze, ma a viverle come stazioni di passaggio.
Silvestro trova la salvezza non in una figura materna impeccabile o idealizzata. Concezione è una donna reale, capace di ammettere il peso delle proprie esperienze.
L’educazione alla cura nasce dalla coraggiosa accettazione del limite umano. Quando l’errore viene accolto senza il peso del giudizio paralizzante, esso smette di essere un fallimento per diventare memoria positiva, un punto di attrito necessario per generare una nuova crescita.
La misericordia che rialza: il gesto finale del riscatto L’atto conclusivo, in cui Concezione si china a lavare i piedi al marito sconfitto, rappresenta la vetta etica del romanzo. Una suprema manifestazione della cura che ricompone le fratture dell’esistenza: «Sono rimasti soltanto in due, la donna misera e la Misericordia» (Sant’Agostino).
È il perdono inteso come atto creativo, capace di ripristinare la dignità lì dove la vita aveva lasciato solo macerie. Questo quadro simbolico definisce l’orizzonte ultimo della scuola, essere il luogo dove chi torna sconfitto, lo studente che ha accumulato insuccessi, che si sente inadeguato o smarrito, trova una comunità disposta a chinarsi sulle sue stanchezze.
Insegnare, in questa luce, significa ricostruire la percezione che il ragazzo ha di sé, un atto performativo che non si limita a istruire, ma che, offrendo memoria e riconoscimento, fa sentire l’altro, come scrive Vittorini, insomma due volte reale. Note [1] E. Vittorini, Conversazione in Sicilia, Einaudi, Torino 1966, p.
33. [2] Ibid. [3] Ibid., p. 34.
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