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Cultura

L’alunno come eroe dell’umanità: il potere della parola e della cura in classe. Parte V

Sabato 7 marzo 2026 ore 11:01 Fonte: La ricerca
L’alunno come eroe dell’umanità: il potere della parola e della cura in classe. Parte V
La ricerca

Dalla parola che forma alla parola che istituisce Il ritorno di Silvestro alla vita diviene ricerca laica di un’umanità che si riappropria di sé attraverso la conversazione. In Vittorini, come abbiamo visto, la parola forma, crea e trasforma.

È il battesimo verbale che permette al protagonista di scrollarsi di dosso la non speranza per diventare eroe della sua umanità nel mondo degli ultimi. Questo nesso tra letteratura e pedagogia trova la sua naturale espansione nella riflessione di Lamar Hardwick e Joachim Jeremias.

Qui l’inclusione smette di essere una concessione burocratica per farsi atto performativo. L’umano marginalizzato rinasce quando la comunità compie un gesto istitutivo: chiamarlo per nome, riconoscerlo, affidargli una porzione di mondo.

La dignità, dunque, non è un concetto astratto, ma una realtà che si attualizza in strutture, relazioni e, soprattutto, in quel principio di solidarietà umana e rinascita degli offesi che trasforma la fragilità in una risorsa teologica e sociale. L’archeologia dell’inclusione: le lezioni della Gerusalemme storica Joachim Jeremias, scavando nella stratificazione sociale della Gerusalemme al tempo di Gesù, ci restituisce l’immagine di una società rigidamente codificata, dove la dignità era spesso un privilegio legale e genealogico.

In questo contesto, gli «Israeliti segnati da una macchia lieve»[1] o i «discendenti illegittimi di sacerdoti»[2] subivano il peso di un’esclusione predefinita. Eppure, tra le maglie di questa rigidità, Jeremias individua spazi di vita inaspettati: artigiani relegati «nel disprezzato quartiere della Porta del Letame»[3] che rimanevano comunque nervi vitali della città.

Il dato sorprendente che emerge dall’analisi storica è che, anche in presenza di una legge che esclude, la prassi sociale riesce spesso a includere. Perfino i soggetti più vulnerabili, come gli eunuchi o «uno schiavo liberato al servizio di Tobia, medico di Gerusalemme»[4], conservavano un ruolo operativo riconosciuto.

La dignità, dunque, è insieme un dono che trascende l’individuo e una conquista che si rinnova ogni giorno, negoziata attraverso gesti e parole capaci di opporsi all’annullamento della persona nel nulla sociale. La disabilità come dono: la prospettiva di Lamar Hardwick Questa tensione storica trova una sintesi contemporanea nella testimonianza di Lamar Hardwick, pastore, autore e studioso statunitense.

La sua diagnosi di autismo in età adulta ha trasformato la sua disabilità in una lente interpretativa potente: «il modo in cui io faccio esperienza del mondo è unico, e tutto ciò che è unico ha valore». Hardwick sposta l’asse del discorso dall’assistenzialismo alla partecipazione piena, sottolineando che «la differenza tra le due cose è netta, come quella tra il semplice essere ammessi e l’essere pienamente inclusi con tutto il cuore»[5].

Per Hardwick, la disabilità non è un deficit da riparare, ma una unicità da integrare. Gesù stesso afferma che «i corpi delle persone con disabilità non sono meno degni di questo onore.

Gesù li afferma come sua dimora»[6], elevando la valorizzazione della fragilità a vero e proprio atto liturgico. La comunità è chiamata non solo ad accogliere, ma a investire sui propri membri, trasformando l’inclusione in una pratica di leadership condivisa.

Oltre il simbolo: per una leadership della fragilità L’ammonimento finale di Hardwick è una sfida diretta alle strutture comunitarie: «le persone disabili nelle nostre chiese non dovrebbero essere ridotte a un simbolo o a un sistema che serve solo per insegnare alle persone la loro fragilità spirituale»[7]. L’inclusione non può essere strumentale.

La Chiesa, e per estensione la scuola e la società, necessita di «una visione che affermi i disabili attraverso incarichi di leadership significativi e responsabilità ministeriali che abbiano importanza»[8]. Qui la performatività della parola tocca il suo apice.

Quando la comunità parla, istituisce e affida compiti reali, essa sta letteralmente creando dignità. Proprio come Silvestro rinasce attraverso una conversazione che lo riconosce, l’uomo marginalizzato di oggi trova il suo riscatto quando una parola performativa gli restituisce il suo posto nel mondo.

La dignità umana, in definitiva, è il frutto di un gesto comunitario che non si limita a dire la vita, ma la rende possibile. Bibliografia J. Jeremias, Jerusalén en tiempos de Jesús.

Estudio económico y social del mundo del Nuevo Te-stamento, Ediciones Cristiandad, Madrid 1977. L. Hardwick, Disability and the Church:

A Vision for Diversity and Inclusion, IVP, Downers Grove (IL), 2021. Note [1] J. Jeremias, Jerusalén en tiempos de Jesús.

Estudio económico y social del mundo del Nuevo Testamento, Ediciones Cristiandad, Madrid 1977, p. 345.

Orig.: «Israelitas marcados con una mancha leve». [2] Ibid., p. 287.

Orig.: «Descendientes ilegítimos de sacerdotes». [3] Ibid., p. 22.

Orig.: «En el despreciado barrio de la Puerta de la Basura». [4] Ibid., p. 130.

Orig.: «Un esclavo liberto está al servicio de Tobías, médico de Jerusalén». [5] L. Hardwick, Disability and the Church: A Vision for Diversity and Inclusion, Downers Grove (IL), IVP 2021, p.

153. Orig.: «The way that I experience the world is unique, and everything that is unique has value». [6] Ibid., p.

30. Orig.: «The difference between the two is as distinct as merely being allowed in versus being wholeheartedly included». [7] Ibid., p.

110. Orig.: «Disabled people in our churches should not be reduced to a symbol or a system that is only useful for teaching people about their spiritual brokenness». [8] Ibid., p.

176. Orig.: «The church needs a vision that affirms the disabled through meaningful leader-ship assignments and ministerial responsibilities that matter».

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