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Politica

Morire di freddo per il salario della paura, le statistiche di Meloni non contano lo sfruttamento del lavoro

Domenica 11 gennaio 2026 ore 18:21 Fonte: Strisciarossa
Morire di freddo per il salario della paura, le statistiche di Meloni non contano lo sfruttamento del lavoro
Strisciarossa

Una morte che non parla, senza fiamme e senza fumo, nel gelo e nel bianco della neve. Piero Zantonini, cinquantacinque anni, è morto così, in solitudine, quando le temperature erano diventate polari, quindici gradi sottozero, in un cantiere delle Olimpiadi, a Cortina.

Cortina come Crans Montana, due paesi di montagna e di sci, un tempo ambite mete, oggi regredite ad uso e consumo di un popolo di arricchiti. Della fine di Piero Zantonini s’è scritto poco: una notizia ad una colonna in una pagina interna il Corriere, poche righe in basso la Stampa, un titolo più vistoso e un articolo più esteso la Repubblica (con un richiamo in prima).

In questo caso neppure le Olimpiadi fanno notizia. Anzi in attesa del grande evento, della grande festa, la notizia è meglio nasconderla.

In fondo Piero Zantonini era solo una persona di modeste condizioni, un vigilante: doveva trascorrere la notte in una baracca riscaldata da una stufetta elettrica, un “gabbiotto tirato su nel cantiere”, per un turno di dodici ore, dalle sette di sera alle sette del mattino. Doveva “vigilare”: a orari fissi doveva aggirarsi attorno al Palaghiaccio per scongiurare chissà che, furti, vandalismi, chissà.

Tra le due e le tre dell’otto gennaio si è sentito male per il freddo, nel vuoto, nell’oscurità. E’ riuscito a chiedere aiuto, telefonando a un collega.

L’ambulanza è arrivata. Ma niente: la vita per Piero era già arrivata alla sua fine.

L’autopsia chiarirà le cause. La cronaca di Viola Giannoli su Repubblica ci racconta del suo arrivo a Cortina, pochi mesi fa, a settembre, assunto a tempo determinato da una azienda che gestiva appunto la vigilanza.

Il contratto gli era stato rinnovato. Il 31 gennaio sarebbe tornato a casa, a Brindisi.

Dalla Puglia alla “regina delle Dolomiti”, per sei mesi di paga e la prospettiva di continuare così, di mese in mese, precario a vita, per mantenere la famiglia. Neppure all’ultimo, allo stremo per il gelo, aveva voluto rinunciare, dare l’addio alla baracca e alle “ronde” notturne.

Nella speranza, probabilmente, di una riconferma. Con un merito agli occhi del nostro governo, perché un lavoro in fondo lo aveva, uno in più che contribuiva all’aumento del tasso di occupazione, una virgola nel bilancio della “nazione”.

Giorgia Meloni se n’è vantata anche nel corso della conferenza stampa di inizio anno. Le statistiche si nutrono di numeri, non di storie.

Zantonini era un “caso” da statistica: occupato per sei mesi, ultracinquantenne, non più giovane, comunque utile per alzare le percentuali. Un “caso” tra ventiquattro milioni di occupati, che riassumono un tasso di occupazione pari al sessantadue per cento (in calo, secondo l’Istat), e , all’opposto, un tasso di inattività del trentatré per cento, trentatré per cento di cittadini in età di lavoro, che al lavoro non credono più e non lo cercano più (in aumento secondo l’Istat).

Anche gli “inattivi” non fanno notizia… Colpa loro. Zantonini non è stato il primo del 2026.

Un operaio morto schiacciato dal muletto, un altro deceduto sotto una pressa, mentre eseguiva lavori di manutenzione. Più gli infortunati: ustionati, fratturati, feriti… Aspettiamo qualche ministro a piangere la loro sorte.

Ogni anno sono almeno mille a morire in un cantiere, in un magazzino, lungo una strada, cadendo da una impalcatura… Del 2025 non si dispone ancora del conto finale: nei primi dieci mesi sono stati quasi novecento, una decina in più rispetto al 2024. Indietro nel tempo, ricordiamo tutti i sette nel rogo della Thyssen Krupp a Torino, i cinque della Esselunga di Firenze, i cinque ancora travolti da un treno sui binari di Brandizzo.

E infiniti altri: se si fa il conto, in media sono tre al giorno. Qualcuno, anche tra i più giovani, avrà annotato il nome di Marcinelle: settanta anni fa , l’8 agosto 1956, nell’esplosione in una miniera di carbone morirono 262 operai, centotrentasei italiani.

Qualcuno ancora non avrà dimenticato Lorenzo, diciottenne studente di Udine, morto l’ultimo giorno di uno stage scuola-lavoro in una azienda metalmeccanica, quattro anni fa, schiacciato da una sbarra di ferro. Le responsabilità sono un interrogativo.

A Cortina sta succedendo la stessa cosa. La prima voce aziendale è sempre: noi non c’entriamo.

Del resto di appalto in subappalto in subappalto vai a cercare le colpe. La legge, voluta dal centrodestra, mette al riparo, un referendum è andato a vuoto.

Coetanei di Lorenzo, a Roma, durante una manifestazione, proprio in ricordo di Lorenzo, si presentarono con un volantino che diceva: “La vita di Lorenzo è stata spezzata dalla fame di profitto di aziende senza cultura della sicurezza, dalla scuola e dallo Stato che hanno imposto che le studentesse e gli studenti debbano sperimentare lavoro gratuito e rischiare la propria vita durante i percorsi formativi.

Tutto questo legittimando un mercato in cui le aziende competono al ribasso su sicurezza, salari, lavoro precario e interinale. Viene insegnato che è normale lavorare gratis, senza diritti, sicurezza e senza la possibilità di organizzarsi nel sindacato”.

Nell’indifferenza dei più, nel cinismo che ha tutti contagiato. Quasi una agenda per il governo: il Pil che si fonda sul lavoro povero, su migliaia di vittime, su un milione (in un decennio) tra mani, gambe, teste, toraci immolati sull’altare del profitto.

Sempre il profitto ovunque, di città in città, di montagna in montagna, dove l’ultima ora può arrivare in nome di pochi soldi per sopravvivere: il salario della paura, diceva il titolo di un vecchio film. L'articolo Morire di freddo per il salario della paura, le statistiche di Meloni non contano lo sfruttamento del lavoro proviene da Strisciarossa.

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