Mercoledì 8 aprile 2026 ore 20:00

Notizie

Il declino europeo che non c’è

Giovedì 26 febbraio 2026 ore 08:09 Fonte: Valigia Blu
Il declino europeo che non c’è
Valigia Blu

Non c’è dubbio che in questo momento l’Europa stia attraversando una fase delicata della sua storia. La fine dell’alleanza storica con gli Stati Uniti, il maggior peso sullo scacchiere internazionale di attori come la Cina e varie crisi interne hanno spinto l’opinione pubblica a parlare di un declino dell’Europa che sarebbe, per alcuni, irreversibile.

Sulla stessa lunghezza d’onda si trova l’attuale amministrazione Trump. Nel "National Security Strategy”, un documento che delinea la strategia americana per la sicurezza nazionale, si parla dell’Europa come un attore ormai marginale, afflitto da problemi sistemici e persistenti che ne indeboliscono il peso strategico ed economico.

Se c’è un accordo pressoché unanime, anche da parte dei suoi sostenitori, sulle difficoltà dell’Europa in questi anni e soprattutto in un nuovo contesto internazionale, allo stesso tempo l’idea di un declino inesorabile appare quantomeno discutibile per due motivi. Il primo è la situazione odierna, che per quanto non sia scevra da problemi, restituisce un situazione più variegata.

Ma c’è un secondo aspetto, di cui è necessario tenere conto: il declino inesorabile è un concetto affascinante, ma che poco si applica alla realtà. La traiettoria dell’Europa non è qualcosa di deciso, ma dipenderà dalle scelte a cui si è chiamati in questi anni.

Di cosa parliamo in questo articolo: L’Europa sta meglio di quanto non si pensi Le opportunità dell’Europa Il vero ostacolo: dare risposte ai cittadini e alle cittadine L’Europa sta meglio di quanto non si pensi Partiamo da come stanno le cose in questo momento.

Il Rapporto Draghi aveva evidenziato un netto rallentamento dell’Europa rispetto agli Stati Uniti a partire dalla crisi finanziaria del 2008. A quel tempo, la differenza tra il PIL pro capite dell’Eurozona e quello degli Stati Uniti era del 14 per cento, una distanza rimasta pressoché stabile dall’entrata in vigore dell’Euro.

Quel gap si è ora ampliato, con una stima compresa tra il 23 e il 25 per cento. Anche il peso dell’Europa sul PIL globale ha subito un netto calo.

Secondo i dati dell’International Monetary Fund (IMF), la quota dell’Unione Europea è scesa dal 25 per cento negli anni ‘90 a poco meno del 14 nel 2025. Anche gli Stati Uniti, per quanto il calo sia stato più contenuto, hanno seguito una traiettoria simile.

Al contrario, la Cina ha visto un aumento considerevole del suo peso economico, sorpassando sia Europa sia Stati Uniti nel corso della precedente decade. Tuttavia, l’Europa rimane uno dei principali attori economici.

Con oltre 440 milioni di cittadini e cittadine, l’Unione Europea rappresenta uno dei più grandi mercati al mondo. Il suo PIL la pone stabilmente tra le prime economie globali.

L’ampiezza del mercato unico, la libera circolazione di beni, servizi, capitali e persone e l’elevato livello di reddito rendono l’UE un polo particolarmente attrattivo per investimenti e commercio internazionale. Ma non c’è solo un aspetto quantitativo: la vituperata capacità regolatoria europea - dal digitale alla tutela ambientale - ha spesso avuto un impatto globale, influenzando standard e normative ben oltre i propri confini.

Anche il peso nel commercio globale evidenzia come l’Europa resta un’economia particolarmente rilevante, con un peso superiore a quello degli Stati Uniti d’America. Una panoramica più ampia l’ha offerta Isabel Schnabel, economista tedesca che fa parte del comitato esecutivo della Banca Centrale Europea (BCE), nel corso di una conferenza all’Accademia delle Scienze Austriache.

Nel fare un confronto con gli Stati Uniti, Schnabel cita una statistica interessante. Negli USA la crescita del PIL è stata perlopiù trainata dal settore delle tecnologie per l’informazione e la comunicazione (ICT).

Proprio per questo motivo la dinamica della crescita risulta estremamente eterogenea negli Stati Uniti. Le grandi aziende tecnologiche -che hanno un effetto considerevole sulla dinamica del PIL-sono concentrate in pochi Stati.

Per questo se si tiene conto di questa differenza, la crescita del PIL per Stato in USA e in Europa appare molto più simile. Last week, I had the honour to hold the #EugenBöhmVonBawerkLecture of the Austrian Academy of Sciences.

I argued that the narrative that Europe is in decline is misleading and that Europe should unlock the full potential of the Single Market by introducing a #28thRegime. 1/20 pic.twitter.com/9AI95YaqrY — Isabel Schnabel (@Isabel_Schnabel) February 16, 2026 L’analisi di Schnabel, però, sottolinea anche un altro aspetto. Se consideriamo altri indicatori oltre al PIL pro capite, come l’aspettativa di vita, i paesi europei si trovano in un’ottima posizione.

Lo stesso si può dire per altri aspetti come lo Stato di diritto, la libertà di informazione, il livello di soddisfazione. Questi aspetti sono di particolare importanza, perché sottolineano la vitalità e l’adeguatezza del modello Europeo, ancorato più di altri al periodo del compromesso socialdemocratico in cui i servizi pubblici, la protezione sul lavoro e in generale la prosperità diffusa erano centrali.

A oggi pochi paesi possono offrire standard di vita così alti per tutte le fasce della popolazione. Proprio su questo punto è di particolare interesse una riflessione di Xavier Timbeau, economista del think tank Observatoire Français des Conjonctures Économiques (OFCE), che analizza le differenze di reddito e la divergenza nell’andamento del PIL tra Stati Uniti ed Europa.

Vi sono diversi fattori che spiegano questa divergenza, sottolinea Timbeau: tra questi si possono citare le politiche fiscali e monetarie, che negli Stati Uniti sono state più rapide per contrastare la Crisi del 2008; le barriere strutturali che affliggono ancora oggi il mercato europeo; i prezzi dell’energia; un presunto eccesso di politiche redistributive che influiscono negativamente sulla crescita; il ritardo tecnologico. Per quanto degne di nota, queste spiegazioni si concentrano spesso sull’aggregato.

Analizzando dati più granulari, emerge però un fattore degno di nota. Nonostante il PIL degli Stati Uniti cresca più velocemente, questa ricchezza è estremamente polarizzata, andando a beneficiare i cittadini più ricchi.

Al contrario il modello europeo ha permesso al 50 per cento più povero della popolazione di mantenere un reddito pro capite spesso superiore a quello della stessa fascia negli Stati Uniti. Ciò non si deve soltanto alla redistribuzione, ma anche alle politiche del lavoro e ai sistemi pensionistici.

Sul modello europeo pone l'accento anche l'economista della Paris School of Economics and UC Berkeley, Gabriel Zucman in un suo post su Substack. L'analisi di Zucman evidenzia che non c'è alcun Eldorado americano, così come non c'è una vera e propria sclerosi europea.

In primo luogo, Zucman mostra che una volta corretti i dati per l’inflazione e per il costo della vita effettivo delle famiglie, il divario di crescita tra Stati Uniti ed Europa appare meno ampio di quanto suggeriscano altri confronti. In secondo luogo, Zucman fa notare che il PIL - non la sua crescita - è superiore negli Stati Uniti rispetto all’Europa.

Ma questo non è dovuto alla scarsa produttività, anzi. La produttività dei principali paesi europei è analoga a quella degli Stati Uniti, così come il suo andamento nel tempo.

Il motivo per cui assistiamo a un PIL inferiore in Europa è perché gli Europei danno più valore al tempo libero e quindi lavorano meno. Ma l'aspetto più interessante riguarda le motivazioni dietro la narrazione del declino dell’Europa.

Si tratta di una narrazione funzionale all’abbandono del modello sociale europeo. Al suo posto, un sistema di deregulation, che mette in secondo piano le normative a salvaguardia dei cittadini e dell'ambiente, per permettere alle aziende maggiori profitti, andando inoltre ad esacerbare le disuguaglianze.

Lo hanno dimostrato i recenti eventi del vertice europeo in Belgio, in cui alcuni leader hanno invocato una “svolta competitiva” che passi attraverso una maggiore flessibilità normativa. Per questo motivo, oltre a non trovare riscontro nei dati, la retorica del declino è un cavallo di troia per nascondere la volontà politica di smantellare il modello sociale europeo.

Le opportunità dell’Europa Abbiamo visto che la narrazione secondo cui l’Europa sarebbe in un declino irreversibile non è solo esagerata, ma anche funzionale a una determinata retorica. Nonostante le difficoltà riscontrate negli ultimi anni dall’Europa, i dati restituiscono la fotografia di un continente e un modello di sviluppo centrali per la crescita e il benessere.

Davanti a un mondo come quello odierno, però, è ovvio che l’Europa debba partire dalle basi solide su cui poggia per poter costruire il proprio futuro. E proprio per questo una visione ineluttabile del futuro dell’Europa appare discutibile: il declino non è affatto inevitabile, ma dipenderà dalle decisioni che l’Europa si trova già oggi a prendere.

In questo nuovo contesto, il sistema europeo si è dimostrato più resiliente di quanto non si pensasse. Come sostiene Nadia Calviño, a capo della Banca Europea degli Investimenti (BEI), l’Europa si sta liberando della dipendenza dal gas russo, nonostante gli scenari catastrofici che venivano descritti qualche anno fa.

Questa situazione, evidenzia Calviño, si deve proprio agli investimenti della BEI per la transizione ecologica che hanno portato a una rapida crescita della capitalizzazione delle imprese di energia rinnovabile. Anche davanti alle guerre commerciali dell’Amministrazione Trump, il tessuto economico europeo ha retto, riuscendo nella diversificazione dei partner commerciali, e con performance azionarie che hanno superato quelle degli Stati Uniti.

Proprio la presa di coscienza di una maggior indipendenza rispetto agli Stati Uniti di Donald Trump rappresenta un fattore importante in questo frangente, per almeno due motivi. Le politiche protezioniste di Donald Trump, in prima istanza, fanno mancare un pilastro fondamentale del sistema economico da un centinaio di anni a oggi.

La centralità degli Stati Uniti nel mercato globale dipendeva, tra le altre cose, dalla sua affidabilità e da politiche che tutelavano il mercato. Questo ruolo è oggi messo in discussione dall’atteggiamento di Trump.

E l’Europa può subentrare come nuovo pilastro. Per rendere la questione meno astratta, basti pensare al ruolo che ha avuto nel corso degli anni il dollaro come valuta di riserva.

Questo ruolo dipendeva proprio dalla stabilità e dalla solidità degli Stati Uniti. Con l’atteggiamento antilenante di Trump, si parla da tempo di una possibile fuga dal dollaro.

In questo frangente, come abbiamo già sottolineato, la disponibilità di titoli europei, come gli Eurobond, garantirebbe agli investitori un’alternativa solida verso cui mirare. Un discorso simile vale per gli accordi commerciali.

La firma dell’Accordo con il Mercosur, nonostante il voto del Parlamento Europeo, rappresenta un passo fondamentale per la diversificazione dei partner commerciali e per garantire centralità all’Europa nel nuovo ordine che si va delineando. Tuttavia, le trattative hanno richiesto decenni.

Per questo i prossimi accordi, pur tenendo in considerazione le problematiche che possono comportare, necessitano di una maggior celerità. Questa presa di coscienza deriva dall'atteggiamento ostile di Trump verso il Vecchio Continente, che ha messo in luce le fragilità strutturali dell’Europa, evidenziando la dipendenza in certi settori da provider statunitensi.

L’esempio paradigmatico è proprio quello del settore dei servizi tecnologici. Dal sistema dei pagamenti fino al cloud computing, l’Europa si affida a grandi imprese americane.

Nel corso degli anni, però, la tendenza monopolistica in questi settori ha inibito l’innovazione, come fa notare Johnny Ryan, membro dell’associazione per la tutela dei diritti umani Irish Council for Civil Liberties. Per garantire una maggior indipendenza, l’Europa non deve quindi annacquare le sue leggi sulla protezione dei dati.

Al contrario deve puntare su una più rigida regolamentazione assieme alla Preferenza Europea in nome di un “Sovranismo Digitale”. Vista l’importanza che rivestono i dati al giorno d’oggi, si tratta di provvedimenti indispensabili per garantire sia la salvaguardia della privacy sia della sicurezza nazionale.

Difesa, energia e tecnologia: la strada obbligata dell’indipendenza europea dagli USA A questo va aggiunto un rafforzamento del mercato dei capitali: le start-up europee nel settore high tech soffrono di sotto finanziamenti che non permettono di raggiungere la massa critica per essere competitive sul mercato. Proprio su questo aspetto hanno posto l’accento sia il Rapporto Draghi sia quello di Letta: all’Europa non mancano idee innovative, ma un ecosistema in grado di commercializzarle e far prosperare le imprese pronte a raccogliere la sfida.

Un discorso simile si può fare sul tema della difesa. Dalla Seconda Guerra Mondiale, anche in funzione anti sovietica, gli Stati Uniti hanno giocato un ruolo di primo piano nella NATO, mentre le spese dei paesi europei erano spesso insufficienti.

Ora che gli Stati Uniti appaiono come un alleato su cui non si può contare, l’Europa può fare leva sul suo know how per garantire un’indipendenza dalle forniture USA in un’ottica di Difesa Comune Europea. Quello che abbiamo delineato, però, non è un piano emergenziale dovuto ai rapporti tesi con l’Amministrazione Trump.

Come abbiamo detto, l’atteggiamento statunitense ha funzionato da catalizzatore: i problemi erano presenti già da prima. Allo stesso tempo, ciò non significa che, con un’altra amministrazione, le cose dovranno cambiare.

Infatti, la vulnerabilità dell’Europa dovuta a una dipendenza dagli Stati Uniti rappresenta un elemento di criticità che trascende i rapporti transatlantici. Il vero ostacolo: dare risposte ai cittadini e alle cittadine Il presunto declino dell’Europa, oltre a essere oltremodo esagerato, non è affatto ineluttabile.

Abbiamo visto che già oggi la risposta del Vecchio Continente ai nuovi equilibri e alle sfide economiche è stata rapida e decisa. Questo non significa che la situazione sia rosea.

Il maggior problema che si trova ad affrontare l’Europa è interno. Il consenso a partiti di destra radicale, che sposano una visione euroscettica o di minor integrazione, è ormai strutturale.

E anzi, gli appuntamenti elettorali dei prossimi anni rappresentano delle sfide importanti per l’Europa: le presidenziali francesi, che potrebbero portare all’Eliseo Jordan Bardella e il Rassemblement National, sono un primo fattore di rischio. Il piano MAGA di Trump per conquistare l’Europa Pertanto, la vera sfida non risiede soltanto nell’evitare un declino europeo.

Alla base c’è infatti il consenso elettorale dei partiti europeisti. Per questo, l’aspetto cruciale risiede nella comprensione dell’insoddisfazione manifestata dai cittadini che si estrinseca nel sostegno alla destra radicale.

Il compito dei partiti che supportano una maggior integrazione è dare risposte a quelle fasce di elettorato e riuscire a rappresentarne le esigenze.  

Articoli simili