Storia
Nazisti alla sbarra: il Processo di Norimberga
Esattamente ottant’anni fa, il 20 novembre 1945, nell’aula delle udienze del palazzo di giustizia di Norimberga ebbe inizio quello che a buon diritto può essere definito il “processo del secolo”. A rispondere dei delitti loro imputati non vi erano infatti dei criminali qualsiasi, bensì ventuno tra le più eminenti personalità della Germania hitleriana, tra ministri, politici, militari e diplomatici.
Gli imputati alla sbarra. In prima fila, da sinistra:
Göring, Hess, von Ribbentrop e Keitel. In seconda fila, da sinistra:
Dönitz, Raeder, Schirach e Sauckel. Quello di cui vogliamo raccontare oggi, e che è ancora conosciuto come il “processo di Norimberga” per antonomasia, fu solamente il primo di una serie di procedimenti a carico di elementi nazisti celebrati di fronte al Tribunale Penale Internazionale.
Ad esso infatti ne seguirono altri dodici, conosciuti collettivamente come “processi secondari di Norimberga”, che si svolsero tra il 1946 e il 1949, quando l’avvento della guerra fredda portò alla rottura della grande alleanza tra alleati occidentali e sovietici, facendo passare in secondo piano ogni proposito di perseguire e punire altri criminali di guerra tedeschi. La volontà di punire i dirigenti tedeschi maturò ben prima della conclusione della seconda guerra mondiale, soprattutto dopo la scoperta dei massacri perpetrati in Polonia e in Unione Sovietica.
Durante la conferenza tenutasi a Mosca tra il 18 ottobre e l’11 novembre 1943, i ministri degli esteri delle principali potenze alleate – lo statunitense Cordell Hull, il britannico Anthony Eden e il sovietico Vjaceslav Molotov – stabilirono che al termine del conflitto i nazisti sarebbero stati chiamati a rispondere dei crimini commessi. L’arrivo di un convoglio di deportati nel campo di concentramento di Auschwitz.
Ai capi nazisti fu mossa l’accusa di aver attuato lo sterminio sistematico degli ebrei e delle altre minoranze da loro definite “indesiderabili”. In particolare fu deciso che i responsabili di crimini di guerra sarebbero stati rimpatriati nei Paesi in cui avevano commesso le atrocità per essere giudicati mentre i maggiori responsabili, coinvolti in crimini su larga scala, sarebbero stati processati congiuntamente da un tribunale internazionale appositamente costituito.
Nella successiva conferenza di Teheran, tenutasi dal 28 novembre al 1° dicembre dello stesso anno, il concetto di crimine nazionale venne esteso a un livello più ampio, superando il concetto della punibilità nazionale. Come noto la seconda guerra mondiale terminò all’inizio di maggio del 1945, quando le vittoriose truppe anglo-americane e sovietiche conversero rispettivamente da ovest e da est verso il cuore del Terzo Reich occupando completamente il territorio tedesco.
Circa tre mesi dopo la fine delle ostilità, l’8 agosto 1945, le potenze vincitrici, Stati Uniti, Regno Unito, Unione Sovietica e Francia firmarono nella capitale britannica l’Accordo di Londra, per mezzo del quale vide la luce il Tribunale Militare Internazionale, composto da giudici e procuratori forniti da ciascuna delle quattro potenze. Furono altresì stabiliti i quattro capi d’accusa di cui gli imputati sarebbero stati chiamati a rispondere: cospirazione per commettere crimini contro la pace, aver pianificato, iniziato e intrapreso guerre d’aggressione, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
La tribuna dei giudici a Norimberga. Il collegio giudicante era composto da un giudice e da un sostituto nominati da ciascuna delle quattro maggiori potenze alleate (Usa, Urss, Gran Bretagna e Francia).
Benché i sovietici avessero insistito affinché il processo si tenesse a Berlino, nella loro zona di occupazione della Germania, motivazioni di carattere pratico e logistico fecero si che esso si svolse infine a Norimberga, all’interno del settore statunitense. Malgrado infatti la città fosse stata ridotta ad un cumulo di macerie dai bombardamenti aerei e dai feroci combattimenti avvenuti durante la sua conquista nella primavera del 1945, essa disponeva ancora di un palazzo di giustizia e di una prigione pressoché intatti.
Bisogna poi aggiungere che negli anni del regime hitleriano Norimberga era stata teatro dei grandi raduni annuali del partito nazista e sempre qui erano state emanate le infami leggi razziste che avevano privato i cittadini tedeschi di fede ebraica di tutti i loro diritti. Pertanto fare di questa città il luogo della definitiva condanna del nazionalsocialismo assumeva senza dubbio un enorme valore simbolico.
Veduta aerea del palazzo di giustizia di Norimberga. Dietro di esso si può osservare la struttura del carcere dove furono detenuti gli imputati.
Nel corso dell’estate e dell’autunno del 1945 prigionieri di guerra tedeschi furono impiegati nei lavori di sistemazione del palazzo di giustizia perché potesse adeguatamente ospitare i lavori della corte. L’esercito americano ripristinò inoltre i servizi di base come la fornitura di acqua ed elettricità, i collegamenti telefonici e il trasporto tranviario.
Finalmente il 20 novembre tutto fu pronto per dare inizio al processo e a quel punto il mondo avrebbe potuto guardare dritto in faccia quegli uomini che dal 1939 al 1945 avevano contribuito a terrorizzare l’intera Europa. Certo, non si può fare a meno di notare che quel giorno mancavano all’appello alcuni dei pesci più grossi:
Hitler innanzitutto, suicidatosi nel suo bunker negli ultimi convulsi giorni della guerra. Altro grande assente era Goebbels, il diabolico ministro della propaganda, aveva anch’egli seguito il suo Führer all’inferno assieme alla moglie Magda, moderna Medea che prima di farla finita tolse la vita ai sei figli.
Parimenti suicida era finito Himmler, il grande capo delle SS, il quale riuscì ad assumere il veleno poco dopo la cattura da parte dei soldati inglesi. Robert H. Jackson, Procuratore generale degli Stati Uniti d’America e giudice della corte suprema.
A Norimberga svolse le funzioni di procuratore capo. Mancava inoltre Reinhard Heydrich, il boia di Praga, già giustamente eliminato nel 1942 dai patrioti cecoslovacchi.
Altri criminali, come il famigerato “Dottor Morte” di Auschwitz Josef Mengele, e il burocrate dell’Olocausto Adolf Eichmann erano riusciti a tagliare la corda fuggendo in America Latina. Tuttavia, mentre Mengele riuscì a terminare i suoi giorni indisturbato in Brasile nel 1979, Eichmann fu individuato in Argentina da agenti del Mossad per poi essere spedito in Israele dove fu processato e finalmente impiccato nel 1962.
Per quanto riguarda i presenti al processo, come abbiamo accennato in apertura dei ventiquattro imputati iniziali ne finirono di fronte ai giudici solamente ventuno: l’industriale Gustav Krupp, il “Re dell’acciaio”, venne infatti prosciolto prima dell’inizio del dibattimento in quanto giudicato non idoneo a sostenere il processo essendo affetto da demenza senile. Robert Ley, il capo del DAF (Deutsche Arbeitsfront) il Fronte tedesco del lavoro, organizzazione corporativistica della Germania nazista, riuscì invece ad eludere la sorveglianza organizzata dal colonnello statunitense Burton C. Andrus e dai suoi uomini riuscendo ad impiccarsi nella sua cella il 25 ottobre 1945.
Nella prigione di Norimberga i prigionieri erano sorvegliati dalle guardie 24 ore su 24. Nonostante ciò Robert Ley riuscì a impiccarsi in cella il 25 ottobre 1945, un mese prima dell’inizio del processo.
Il terzo assente, che venne comunque giudicato e condannato in contumacia in quanto latitante, era Martin Bormann, capo della cancelleria del partito e segretario personale di Hitler. Tuttavia alcuni decenni dopo, all’inizio degli Anni Settanta si scoprirà che Bormann non lasciò mai la Germania in quanto trovò la morte nel tentativo di abbandonare Berlino ormai circondata dalle truppe sovietiche.
La personalità di maggior peso ad essere giudicata era indubbiamente il Reichsmarschall Hermann Göring, capo della Luftwaffe e vice di Hitler. Oltre a lui sul banco degli imputati si trovavano politici di spicco come Rudolf Hess, considerato il “Delfino” di Hitler, almeno fino al suo volo in Scozia del 1941, costatogli l’arresto e la detenzione fino alla fine della guerra.
Altri membri del governo nazista erano il Ministro degli Esteri Joachim von Ribbentrop e il suo predecessore, il barone Konstantin von Neurath, il Ministro dell’Interno del Reich Wilhelm Frick, il Ministro dell’Economia Walther Funk e il presidente della Reichsbank, Hjalmar Schacht, il genio finanziario in grado di assicurare la ripresa tedesca dopo la Crisi del ’29, nonché lo stesso predecessore di Hitler nella carica di Cancelliere, Franz von Papen, poi divenuto ambasciatore in Turchia. La testimonianza dell’ufficiale SS Otto Ohlendorf (3 gennaio 1946).
Chiamati a rispondere il loro operato furono anche militari come gli ammiragli Erich Raeder e Karl Dönitz, succeduto ad Hitler nella presidenza del Reich, e i generali Alfred Jodl e Wilhelm Keitel, oltre ad Ernst Kaltenbrunner, capo del servizio di sicurezza del Reich (Reichssicherheitdienst) nonché maggior gerarca delle SS sopravvissuto alla guerra. Tra i principali responsabili della politica di oppressione nei territori conquistati si trovava innanzitutto Alfred Rosenberg, teorico delle leggi antisemite e Ministro per i territori occupati dell’Est, oltre ad Hans Frank, il boia della Polonia, e l’austriaco Arthur Seyss-Inquart, fautore dell’Anschluss e Reichskommissar dei Paesi Bassi.
Fritz Sauckel e l’architetto del Führer Albert Speer, rispettivamente Plenipotenziario per la distribuzione del lavoro e Ministro degli Armamenti, furono invece accusati dello sfruttamento sistematico del lavoro schiavistico di milioni di prigionieri deportati in Germania durante la guerra. Giudicati per la diffusione della propaganda razzista e antisemita e l’indottrinamento all’odio delle masse tedesche furono invece Hans Fritzsche, popolare conduttore radiofonico e capo del notiziario del ministero della propaganda, Baldur von Schirach, capo della Hitlerjugend, e il “giornalista” Julius Streicher, editore di Der Stürmer, un disgustoso settimanale antisemita.
Addetti al funzionamento della trasmissione vocale. A Norimberga fece il suo esordio la moderna tecnologia della traduzione simultanea.
Il processo si svolse secondo la procedura anglosassone. Pertanto, dopo la lettura dell’atto di accusa, gli imputati furono chiamati a dichiararsi colpevoli o non colpevoli.
Tutti si dichiararono non colpevoli. All’inizio del processo, tutti gli avvocati della difesa presentarono una memoria congiunta in cui mettevano in discussione la base giuridica del procedimento.
In particolare la difesa sostenne che “per quanto riguarda i crimini contro la pace, il presente processo non ha alcuna base giuridica nel diritto internazionale, ma è una procedura basata su un nuovo codice penale, un codice penale creato solo a posteriori”. Il giudice presidente del Tribunale Militare Internazionale, Sir Geoffrey Lawrence, respinse questa argomentazione, affermando che nel Patto Briand -Kellogg del 1928, 15 Stati, tra cui la Germania, si erano impegnati a mettere al bando la guerra come “strumento di politica nazionale” e a risolvere i conflitti interstatali solo “con mezzi pacifici”.
Sempre in base alla procedura anglosassone fu praticato il controinterrogatorio tipico dei processi americani, durante il quale gli imputati poterono anche chiamare testimoni a loro favore. Marie-Claude Vaillant-Couturier, ex combattente della Resistenza francese deportata ad Auschwitz, testimonia al processo di Norimberga.
L’imponente raccolta di documenti, filmati e testimonianze – compresi i resoconti dei campi di concentramento – rese il processo un momento cruciale di documentazione dell’Olocausto e delle atrocità naziste. Le udienze durarono quasi un anno e offrirono al mondo una ricostruzione dettagliata della macchina repressiva del regime.
Lo svolgimento del processo fu enormemente agevolato dall’azienda statunitense IBM, allora già molto attiva nel settore delle tecnologie elettroacustiche e dei sistemi di gestione dati, la quale mise a disposizione un sistema rese possibile, per la prima volta, la traduzione simultanea su larga scala. La conclusione arrivò il 1° ottobre 1946.
La giuria stabilì la pena di morte per 12 dei 21 imputati: oltre a Bormann, condannato in contumacia, Göring, von Ribbentrop, Frick, Kaltenbrunner, Jodl, Keitel, Frank, Seyss-Inquart, Rosenberg, Streicher e Sauckel. Fu precisato che le esecuzioni avrebbero avuto luogo non per fucilazione, come richiesto dagli imputati, ma tramite impiccagione.
I condannati andarono incontro al loro destino tra il 15 e il 16 ottobre 1946 nella prigione di Norimberga. Soltanto Hermann Göring riuscì a sfuggire all’ultimo alla mano del carnefice suicidandosi in cella con una fiala di cianuro procuratagli probabilmente con la complicità di un guardiano compiacente.
Il boia si chiamava John Clarence Woods, sergente dell’Esercito degli Stati Uniti, esecutore ufficiale delle condanne a morte nelle zone di occupazione americana in Germania. La notizia della condanna all’impiccagione di 12 dei 21 imputati di Norimberga sulla stampa statunitense.
Woods tuttavia commise alcuni errori “tecnici” calcolando male la lunghezza della corda da destinare a ciascuno dei morituri. Il risultato fu che, invece che a una morte immediata per la rottura dell’osso del collo, diversi condannati andarono incontro ad un’agonia di diversi minuti per lento soffocamento.
Vari testimoni riportarono inoltre che la botola non scattò immediatamente o che fosse troppo piccola, tanto che il corpo di alcuni condannati urtò il lato del portello durante la caduta. Dopo le esecuzioni i corpi dei gerarchi vennero cremati e le loro ceneri disperse nel fiume Isar.
Tre imputati, Hess, Raeder e Funk, vennero invece condannati all’ergastolo. Tuttavia, mentre il secondo e il terzo vennero rilasciati nella seconda metà degli Anni Cinquanta per motivi di salute, Hess restò detenuto per oltre quarant’anni, finché 17 agosto 1987, fu trovato impiccato in prigione, ufficialmente morto suicida alla vigilia della sua probabile scarcerazione, dopo che il segretario del PCUS Michail Gorbačëv aveva deciso di annullare il veto sovietico alla sua scarcerazione.
Il tribunale inflisse poi 20 anni a Speer e von Schirach – il quale durante il processo espresse pentimento – 15 anni a von Neurath e 10 anni a Dönitz mentre i restanti imputati – Schacht, Fritzsche e von Papen – furono assolti e scarcerati. Il carcere militare di Spandau, situato nell’omonimo quartiere di Berlino.
In esso furono reclusi i sette condannati alla reclusione di Norimberga. Nel 1987, dopo la morte del suo ultimo “ospite” Rudulf Hess, fu abbattuto per evitare che divenisse un santuario neonazista.
Il processo di Norimberga, pur non esente da critiche riguardo alla sua natura di “giustizia dei vincitori”, stabilì un precedente giuridico fondamentale. Da esso scaturirono come abbiamo accennato ulteriori tribunali militari a Norimberga e un lungo percorso verso la definizione di norme condivise per giudicare i crimini internazionali.
L’importanza del processo di Norimberga è immensa: per la prima volta nella storia, dirigenti statali furono chiamati a rispondere di crimini commessi non solo contro altri Stati, ma contro l’umanità stessa. Il concetto di responsabilità penale individuale in ambito internazionale, l’elaborazione della categoria di crimini contro l’umanità e la condanna del genocidio costituiscono lasciti che hanno influenzato profondamente la nascita di organismi come la Corte Penale Internazionale.
Norimberga ha inoltre contribuito a fissare nella memoria collettiva le atrocità del nazismo, ponendo le basi morali e giuridiche per il “mai più” perseguito nel dopoguerra.