Politica
“Una battaglia dopo l’altra” trionfa meritatamente ma l’Oscar si conferma un rito con molti limiti
“Dal 2012, è la prima volta che nessuna attrice e nessun attore britannico è nella cinquina dell’Oscar. Un portavoce del governo di Londra ha dichiarato: ok, però noi i nostri pedofili li arrestiamo”.
È una battuta pronunciata la notte scorsa da Conan O’Brien, il comico e conduttore televisivo che ha presentato la notte degli Oscar. Forse la miglior battuta politica della serata.
Per la precisione: la bravissima Jessie Buckley, che ha vinto il premio per un film profondamente “British” (Hamnet parla di Shakespeare, no?), è irlandese. Una edizione che ha risentito del brutto momento politico È almeno dai tempi di Sacheen Littlefeather che noi commentatori, per quanto amanti del cinema, leggiamo i premi Oscar e le relative cerimonie in chiave politica.
Chi era Sacheen Littlefeather? Era l’attrice e attivista che il 23 marzo 1973 si presentò sul palco del Dorothy Chandler Pavilion per rifiutare, per conto di Marlon Brando, il premio assegnatogli per Il padrino.
Era una nativa americana, o comunque si dichiarò tale nonostante il suo vero nome fosse Maria Louise Cruz e pare che di nativo non avesse nulla. Ma lesse una dichiarazione forte in difesa dei diritti dei nativi e quindi fu, quella sera, una di loro.
A Charlie Chaplin, dopo Il grande dittatore, chiesero se fosse ebreo e lui rispose “non ho questo onore”: a volte l’identità è ciò che si sente, non ciò che si è. Charlie Chaplin, sempre bene ricordarlo, non ha mai vinto l’Oscar.
Javier Bardem invece l’ha vinto (nel 2008, per Non è un paese per vecchi) ed è spagnolo, ma l’altra sera ha introdotto il premio al miglior film straniero con poche, sentite parole: “No alla guerra, Palestina libera”.
È stato l’altro momento politicamente forte della serata. Alla luce delle sue parole è probabile che Bardem sarebbe stato felice di premiare La voce di Hind Rajab, uno dei cinque candidati.
Ma non era aria, e lo si era capito quando al cast del film – tutti attori di etnia palestinese, ma alcuni di loro di cittadinanza israeliana – era stato negato il visto d’ingresso negli Usa. Bardem ha dovuto consegnare un premio “innocuo”.
Los Angeles, Oscar 2025 – 98° edizione degli Academy Awards – la cerimonia. Paul Thomas Anderson, Sarah Murphy, Anthony Carlino, Will Weiske, Andy Jurgensen, Teyana Taylor, Michael Bauman, Cassandra Kulukundis, Regina Hall, Shayna McHale aka Junglepussy, Leonardo DiCaprio, Chase Infiniti and Benicio del Toro accept the Oscar for Best Picture during the 98th Oscars at the Dolby Theatre at Ovation Hollywood on Sunday, March 15, 2026., Credit:Avalon.red / Avalon Nella cinquina di film stranieri, oltre al film sulla bimba palestinese uccisa a Gaza, c’erano altri due film politicamente “caldi”:
Un semplice incidente dell’iraniano dissidente Jafar Panahi e L’agente segreto del brasiliano Kleber Mendonca Filho, che racconta il Brasile degli anni ’70 vittima di una dittatura militare ovviamente foraggiata dagli Usa. La giuria dell’Academy ha bypassato il valore sia politico sia artistico di questi film e ha preferito premiare Sentimental Value del norvegese Joachim Trier, un buon film che non disturbava nessuno.
Quasi a volersi giustificare, Trier si è sentito in dovere di chiudere il suo discorso di ringraziamento con un appello a rispettare i diritti dei bambini (il film, per la cronaca, parla di tutt’altro): «Tutti gli adulti sono responsabili di tutti i bambini – ha detto – non votiamo politici che non prendono questa responsabilità sul serio». La sala ha applaudito.
E ci mancherebbe altro! Chi può essere in disaccordo con una frase del genere?
È un po’ come quando il Papa chiede di cessare le guerre: tutti gli danno ragione, e poi continuano a bombardare qua e là. Forse è arrivato il momento di interrogarsi sul vero valore politico dell’Oscar.
Facciamoci due domande molto semplici. La prima: siamo contenti che abbia vinto Una battaglia dopo l’altra, di Paul Thomas Anderson, perché è un film bellissimo o perché si tratta di una stupefacente profezia (girato nel 2024, regnante Biden) di tante follie perpetrate da Donald Trump e dalla sua cricca dal 2025 in poi?
Chi scrive non ha dubbi: per entrambi i motivi. Il film è emozionante, divertente, pieno di ironia e di azione, ed è costruito su un rapporto padre/figlia veramente toccante.
Ed è anche un messaggio politico fortissimo: gli Stati Uniti stanno diventando una dittatura, non basta più opporsi a parole, è lecito e doveroso combattere. Ma qui subentra una seconda domanda: quanto influiscono, i premi Oscar e le prese di posizione dei premiati, sull’opinione pubblica e sulle concrete dinamiche sociali?
La risposta è facile: zero. Negli ultimi anni si è spesso avuta la sensazione che gli endorsement anti-Trump di attori, cineasti e musicisti (da Bruce Springsteen in giù) possano addirittura essere controproducenti.
Naturalmente è bello sapere che un divo che tutti amiamo come Robert De Niro consideri Trump un criminale ed è entusiasmante che Springsteen abbia scritto una canzone come Streets of Minneapolis. Ma è bene sapere che si tratta, come suol dirsi, del fenomeno definito “predicare ai convertiti”.
Non spostano un voto, al momento buono. Nel 2024 vedemmo a Cannes un film intitolato The Apprentice che racconta in modo diretto e impressionante la resistibile ascesa di Trump prima alla ricchezza, poi al potere.
All’epoca scrivemmo che nessun essere umano senziente avrebbe potuto votare Trump dopo averlo visto, ma sapevamo benissimo che: 1) il film, diretto dall’iraniano Ali Abbasi, non sarebbe stato visto da nessuno, o quasi;
2) molti elettori di Trump, anche vedendolo, avrebbero solo avuto la conferma che il loro idolo è un gran furbacchione e l’avrebbero votato con maggior trasporto. Il cinema è una bolla.
Una bolla stupenda nella quale noi appassionati viviamo con grande entusiasmo. L’Oscar è una parte minima, per quanto importante, di tale bolla – una bollicina.
Le dichiarazioni dei premiati sono una parte infinitesimale di questa bollicina. È bello che esistano, ma i destini del mondo si giocano altrove.
La cosa più importante è che, se non avete ancora visto Una battaglia dopo l’altra, ora potrebbe venirvi la voglia di vederlo. Ne vale la pena.
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