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Storia

Il Lupo di Rimini

Giovedì 9 ottobre 2025 ore 10:45 Fonte: Nati per la Storia
Il Lupo di Rimini
Nati per la Storia

La città di Rimini, centro principale della riviera romagnola, evoca ai più immagini e ricordi di vacanze estive, di mare e di divertimento. I più probabilmente ignorano che Rimini, oltre ad essere un centro turistico di rilevanza internazionale, è stata una delle capitali del Rinascimento italiano.

Il merito è da attribuire alla famiglia che per circa trecento anni, dalla fine del XIII all’inizio del XVI secolo, esercitò la propria signoria su Rimini e su diverse altre città della Romagna e della Marche come Cesena, Cervia, Bertinoro, Jesi, Fano e Pesaro. Stemma attribuito alla casata dei Malatesta di Rimini.

Stiamo parlando dei Malatesta, una delle dinastie cosiddette “minori” nel caotico universo rinascimentale italiano ma non per questo inferiore rispetto ad altre casate come i Gonzaga, gli Estensi o gli Sforza. Benché affermassero di discendere dall’antica gens romana dei Cornelii e da Scipione l’Africano, l’origine del casato dei Malatesta va ricondotta al borgo di Pennabilli, nell’alta valle del Marecchia.

Il paese nacque da due distinti insediamenti, dei quali Billi – toponimo derivante dall’etrusco “bilia” che significa “alberi” – è il più antico, mentre, Penna – in etrusco “cima” – sorse al tempo delle invasioni barbariche, quando gli abitanti si rifugiarono sull’impervia altura denominata Roccione. Proprio qui, intorno al 1100, sul sito dell’antico villaggio, un certo Giovanni di Carpegna fondò la rocca di Billi.

Uno dei suoi figli si guadagnò il soprannome di “Malatesta” a causa delle intemperanze che ne caratterizzavano il carattere e che avrebbe lasciato in eredità ai suoi discendenti in forma di cognome. Costoro sono i primi esponenti della casata di cui si abbiano notizie certe.

Trasferitosi prima a Verucchio e poi a Rimini, intorno al 1150 Malatesta viene indicato tra i cittadini del comune romagnolo. Malatesta da Verucchio, podestà di Rimini e poi, dal 1295, primo signore dalla città romagnola.

Detto “Mastin Vecchio”, morì centenario nel 1312. Questo primo Malatesta morì verso la fine del XII secolo in una data comunque antecedente al 1195.

La sua eredità fu raccolta dai due figli, Giovanni, capostipite della dinastia dei Conti di Sogliano, e un altro Malatesta detto “della Penna”, Signore di Pennabilli, Verucchio e Roncofreddo nonché fervido sostenitore dell’Imperatore Federico II di Svevia. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1248, suo figlio Malatesta da Verucchio si affrettò a cambiare casacca passando nel campo guelfo.

Il motivo è presto detto: nel 1247 Federico II era stato sconfitto nella decisiva battaglia di Parma, fatto che sancì il definitivo tramonto delle sue aspirazioni di dominio sul Nord Italia. Dopo alterne vicende, nel 1295, alla veneranda età di ottantatré anni, Malatesta da Verucchio divenne Signore di Rimini, decretando l’espulsione di tutte le famiglie ghibelline.

Per questo venne menzionato da Dante nel canto XXVII dell’Inferno con il soprannome di “Mastin Vecchio” assieme al figlio ed erede Malatestino, detto “Mastin Nuovo”. Il Sommo Poeta ricordò come i due fecero incarcerare e poi uccidere Montagna di Parcitadi, leader dei ghibellini riminesi.

Ma non si tratta degli unici Malatesta ad essere menzionati nel poema dantesco. Al canto V dell’Inferno viene infatti rievocata un caso di duplice omicidio commesso da uno dei figli del Mastin Vecchio, Giovanni Malatesta detto Gianciotto (cioè “Giovanni il ciotto” ossia lo zoppo), ai danni del fratello Paolo e della moglie Francesca da Rimini.

Gianciotto Malatesta sorprende il fratello Paolo e la moglie Francesca. Il duplice omicidio, menzionato da Dante nella Commedia, si sarebbe consumato tra il 1283 e il 1285.

Dante ha modo di interagire con i due infelici amanti mentre attraversa il girone dei lussuriosi. Apprendiamo così che Francesca, maritata ad un uomo parecchio più anziano di lei e tutt’altro che attraente, avesse finito per intrecciare una relazione extraconiugale con il più prestante cognato Paolo.

Quando Gianciotto, avvertito da una serva, scoprì i due amanti, li uccise in preda all’ira. La morte di Paolo e Francesca, secondo gli studi più recenti, avvenne tra il 1283 e il 1285 mentre il luogo dove si verificò l’assassinio sarebbe stato il castello di Gradara.

Con degli antenati così non stupisce che anche il protagonista della storia di oggi fosse dotato di un temperamento particolarmente sanguigno. Stiamo parlando di Sigismondo Pandolfo Malatesta, l’ultimo grande esponente della dinastia.

Il nostro protagonista nacque il 19 giugno 1417 a Brescia, città che suo padre Pandolfo III, signora di Fano, aveva ricevuto assieme a Bergamo e Lecco quale compenso per le campagne militari combattute agli ordini Visconti di Milano. Gismondo Pandolfo – muterà il proprio nome soltanto nel 1433 all’indomani dell’investitura cavalleresca ricevuta dall’imperatore Sigismondo a Rimini – era il primogenito di Antonia da Barignano e figlio naturale di Pandolfo III.

Il giovane crebbe tra Fano, dove suo padre rientrò nel 1421 dopo aver restituito i possedimenti lombardi ai Visconti, e Rimini, sede di suo zio Carlo Malatesta, che lo accolse presso di sé quando Sigismondo Pandolfo rimase orfano del padre, scomparso improvvisamente nel 1427. Ritratto di Sigismondo Pandolfo Malatesta , attribuito a Piero della Francesca e forse realizzato durante il soggiorno riminese del 1451.

Non avendo avuto eredi dalla consorte Elisabetta Gonzaga, Carlo Malatesta chiese ed ottenne da Papa Martino V che i figli di suo fratello fossero legittimati a succedergli. Così, quando anche Carlo Calò nella tomba nel 1429, il maggiore dei suoi nipoti, Galeotto Roberto, divenne signore di Rimini.

Il suo dominio tuttavia fu di breve durata: più portato alle pratiche devozionali che all’arte di governare, tanto che ancora oggi la Chiesa lo venera come beato, nel 1432 Galeotto preferì ritirarsi in convento dove peraltro si spense poco dopo a soli 21 anni. Il potere passò allora nelle mani dei fratelli superstiti, il nostro Sigismondo Pandolfo e Domenico Novello, i quali decisero di governare congiuntamente spartendosi le rispettive zone di influenza in una sorta di condominio: a Sigismondo toccarono Rimini e le terre a sud del Marecchia – Fano, Sant’Arcangelo di Romagna, Torriana e Sant’Agata Feltria – mentre a Domenico andarono Cesena con Bertinoro, Meldola, Pieve di Sestino, Roncofreddo e Sarsina.

Domenico, che si dimostrerà sempre più incline agli studi piuttosto che alla guerra, lascerà alla città di Cesena la splendida Biblioteca Malatestiana, fondata nel 1452. Alla sua morte, sopraggiunta nel 1465, non avendo avuto eredi i suoi possedimenti tornarono sotto la sovranità dello Stato Pontificio.

Sigismondo Malatesta in preghiera davanti a San Sigismondo, affresco che celebra l’ottenimento dello status di cavaliere da parte del signore di Rimini eseguito da Piero della Francesca e conservato nel Tempio Malatestiano Dei tre figli di Pandolfo III Sigismondo era insomma quello più energico e dal carattere maggiormente determinato. Di che pasta fosse fatto il ragazzo lo dimostrò appena adolescente in almeno due occasioni: nel 1430 – ad appena tredici anni! – sbaragliò lungo il fiume Foglia i soldati del Duca di Urbino che minacciavano i possedimenti malatestiani.

L’anno successivo invece sventò un tentativo dei cugini Malatesta di Pesaro – esponenti di uno dei numerosi rami della dinastia, discendenti di Malatesta Guastafamiglia – di occupare Rimini e Cesena. Si può dunque capire perché nel 1433 l’appena sedicenne Sigismondo fosse già stimato come un principe maturo, che grazie alle sue doti di forza, coraggio e scaltrezza aveva saputo guadagnarsi la considerazione degli altri potentati italiani e il rispetto dei sudditi.

Presunto ritratto di Ginevra d’Este, prima moglie di Sigismondo Malatesta, opera di Pisanello. Quello stesso anno, a coronamento del suo apprendistato da condottiero, Sigismondo era stato creato cavaliere direttamente dall’Imperatore, suo omonimo, il quale aveva fatto tappa a Rimini nel corso del viaggio che da Roma lo riportava in Ungheria.

Deciso a rafforzare la propria posizione sullo scacchiere italico attraverso delle nozze vantaggiose, nel 1434 Sigismondo sposò a Rimini Ginevra d’Este, figlia del Marchese Niccolò III, detto il “Gallo di Ferrara” a motivo della sua sfrenata attività amatoria e della sterminata schiera di discendenti, legittimi e non. Sigismondo riassunse in sé le caratteristiche salienti del perfetto principe rinascimentale.

Fu un generoso patrono delle arti e non badò a spese per portare a Rimini artisti e letterati che con la loro opera elevassero il prestigio della capitale e, di conseguenza, quello del principe. Il simbolo più rappresentativo del cosiddetto Rinascimento riminese è però senza dubbio il Tempio Malatestiano, che Sigismondo concepì come mausoleo per lui e per i suoi discendenti, nonché come monumento celebrativo dell’intera casata.

L’edificio sorse a partire da una Chiesa duecentesca intitolata a San Francesco peraltro già utilizzata come luogo di sepoltura per gli esponenti della dinastia Malatesta. Sigismondo vi volle sistemare una cappella dedicata al santo suo omonimo, un sovrano dei Burgundi che nel VI si era adoperato nell’evangelizzazione del suo popolo.

Facciata del Tempio Malatestiano di Rimini. L’edificio venne concepito come mausoleo e monumento celebrativo della dinastia Malatesta.

Dal 1940 è monumento nazionale. Da questo primo intervento il Malatesta, assistito dall’architetto Leon Battista Alberti, concepì il rinnovamento totale dell’edificio.

Vi lavorarono artisti di grande fama, tra cui Agostino di Duccio, che scolpì rilievi eleganti con temi classici, mitologici e zodiacali, e Piero della Francesca, autore dell’affresco raffigurante il signore di Rimini inginocchiato davanti a San Sigismondo. La facciata, mai completata, mostra un rivestimento in marmo bianco d’Istria, con un imponente arco centrale e due archi minori laterali.

Ai lati corre una serie di archi a tutto sesto che evocano i trionfi romani, conferendo all’edificio l’aspetto di un arco di trionfo trasformato in chiesa. Il progetto prevedeva la realizzazione di una rotonda sormontata da una cupola a imitazione del Pantheon che però non venne realizzata.

Interno del Tempio Malatestiano di Rimini prima dei bombardamenti del 1944. L’interno conserva ancora in gran parte la struttura gotica della vecchia chiesa francescana, ma arricchito da interventi decorativi commissionati da Sigismondo.

Il tema iconografico della struttura è inconsueto per una chiesa cristiana, per i numerosi riferimenti al paganesimo classico. Nell’apparato decorativo originale i riferimenti religiosi tradizionali sono talmente ridotti e defilati da sembrare a prima vista del tutto assenti.

Questo richiamo al passato pagano si riscontra nella stessa denominazione di “Tempio” attribuita all’edificio. Naturalmente progetti come quello appena descritto necessitavano di ingenti finanziamenti.

Per farvi fronte Sigismondo ricorse ai proventi derivanti dalla sua più lucrosa attività: quella di condottiero al soldo del miglior offerente. In uno scenario geopolitico come quello dell’Italia del XV secolo, nel quale le repubbliche e principati si confrontavano a suon di spade, cavalli e cannoni, la figura del condottiero di ventura ricopriva un ruolo di primo piano.

Medaglia di Pisanello risalente al 1445 che ritrae Sigismondo Malatesta nelle vesti di condottiero vittorioso. Veri e propri imprenditori della guerra, questi capitani venivano ingaggiati attraverso il sistema della “condotta” – da cui deriva il termine “condottiero” – vero e proprio contratto che regolava minuziosamente i termini del “rapporto di lavoro”.

L’esistenza di Sigismondo fu quindi segnata dalla continua partecipazione a conflitti armati. Anche quando non era impegnato nelle campagne militari al servizio di qualche potentato dovette comunque guardarsi dai propri vicini come i già citati cugini pesaresi e soprattutto i Montefeltro di Urbino, da sempre rivali dei Malatesta per il controllo dei territori e dei castelli situati tra le Marche e la Romagna.

Il nemico più pericoloso di Sigismondo Pandolfo fu per tutta la vita proprio il Duca di Urbino Federico da Montefeltro, a sua volta celebre per la sua abilità di condottiero e il suo generoso mecenatismo. Sigismondo esordì come condottiero nel 1435 al servizio di Papa Eugenio IV, che lo arruolò per sei mesi alla guida di 200 lance, unità tattiche composte da un cavaliere pesante accompagnato dal proprio seguito armato.

La rocca di San Leo si trova nell’omonimo comune in provincia di Rimini. È situata sulla cima della cuspide rocciosa che sovrasta l’abitato e domina la Valmarecchia.

Fu lungamente contesa da Malatesta e Montefeltro. Affiancato dal fratello e appoggiato da Francesco Sforza, allora gonfaloniere della Chiesa e considerato il più grande capitano di ventura di quel periodo, nel luglio del 1436 mosse contro Forlì per scacciarne il signore Antonio Ordelaffi, sostenitore del Duca di Milano Filippo Maria Visconti e sostenuti da Francesco Piccinino.

Il buon esito di questa prima campagna mise in luce il Malatesta nel panorama delle compagnie di ventura e il 3 aprile 1437 venne assoldato dalla Serenissima sempre allo scopo di combattere contro Milano. Questa volta Sigismondo fu meno fortunato e il 22 luglio 1437 venne battuto dal Piccinino nello scontro di Calcinara sull’Oglio.

La sconfitta non influì sulla carriera successiva di Sigismondo che continuò a guerreggiare sui campi di battaglia della Romagna e delle Marche. L’obbiettivo principale del Malatesta era la conquista di Pesaro, che gli avrebbe consentito di unire i propri possedimenti riminesi con quelli nelle Marche.

Francesco Sforza, capitano di ventura e, dal 1450, Duca di Milano, Fu suocero di Sigismondo Malatesta cui diede in moglie la figlia Polissena. La città si trovava sotto il controllo di un suo lontano parente, Galeotto Malatesta, detto l’Inetto.

Questi rifiutò l’offerta di Sigismondo vendere la propria signoria ed anzi chiese aiuto a suo zio, Federico da Montefeltro. La guerra, che vide la partecipazione della Repubblica di San Marino, si concluse con una tregua nel settembre 1441.

Di lì a poco Sigismondo tornò a combattere a fianco di Francesco Sforza, che reclamava i suoi diritti sulla Marca Anconetana. I due condottieri finirono addirittura con l’imparentarsi allorché il 29 aprile 1442 il signore di Rimini, rimasto vedovo l’anno precedente, convolò a seconde nozze con una delle tante figlie dello Sforza, Polissena.

Così il Malatesta si trovò così a combattere contro il Papa Eugenio IV – pur essendo formalmente un vassallo della Chiesa – e contro il suo stesso fratello Domenico Novello, che militava nelle forze pontificie. Nonostante i brillanti successi conseguiti – l’ultimo in ordine di tempo a Montolmo, il 19 agosto 1444- Francesco Sforza liquidò Sigismondo Pandolfo in malo modo assoldando Federico da Montefeltro.

La rottura tra suocero e genero fu completa allorché Francesco cedette l’ambita Pesaro al fratello minore, Alessandro Sforza. Vedendo frustrate le proprie ambizioni Sigismondo non esitò a passare nel campo avversario, offrendo i suoi servigi al Re di Napoli Alfonso d’Aragona e mandando ambasciate al Papa, al Duca di Milano Filippo Maria Visconti e al Marchese di Ferrara Leonello d’Este.

Sigismondo Pandolfo Malatesta raffigurato a cavallo tra gli ospiti di rilievo della corte medicea nell’affresco di Benozzo Gozzoli all’interno della Cappella dei Magi in Palazzo Medici. All’inizio del 1447 un nuovo conflitto da una parte Milano, gli Aragona e il Papa, dall’altra Venezia e Firenze con gli Angioini, che aspiravano alla conquista del Regno di Napoli.

Ogni potentato tentava di assicurarsi le condotte di famosi condottieri, tra i quali il Malatesta e il Montefeltro. Nell’aprile dello stesso anno Sigismondo fu assoldato da Alfonso d’Aragona ma le condizioni contrattuali lo lasciarono insoddisfatto, tanto da indurlo a passare nel campo della lega veneto-fiorentina.

La vittoria conseguita a Piombino, il 15 luglio 1448, alla testa delle truppe di Firenze rappresentò uno dei momenti più alti della carriera militare di Sigismondo, il quale fu generosamente ricompensato dal governo di Firenze. La slealtà dimostrata però gli valsero l’odio inestinguibile da parte del Re di Napoli, fatto che avrà conseguenze drammatiche negli anni successivi.

Oltre ai successi riportati sui campi di battaglia, nei primi anni Cinquanta del Quattrocento Sigismondo consolidò la propria signoria dal punto di vista territoriale con la concessione papale di Montemarciano e Cassiano e la conquista di Pergola, Monterolo, Senigallia e del vicariato di Mondavio. Pur dovendo rinunciare ad incorporare Pesaro lo stato malatestiano poteva contare su vaste zone del suo contado, su Gradara e su importanti postazioni nel Montefeltro.

Mappa di Rimini al tempo della signoria malatestiana. Vennero migliorate le fortificazioni difensive a Senigallia, a Fano e nel territorio, come Verucchio, Montescudo, Pennabilli, Santarcangelo, Sogliano e Gradara.

Sebbene Papa Niccolò V avesse dimostrato il suo benestare a Sigismondo legittimandone i figli naturali Roberto, Sallustio e Valerio, l’accresciuta potenza della signoria malatestiana però iniziò a preoccupare non poco la Santa Sede, che iniziò a sospettare di questo suddito sempre più indipendente. La parabola discendente di Sigismondo Malatesta ebbe inizio nella seconda metà degli Anni Cinquanta del XV secolo, in seguito alla stipulazione della Pace di Lodi del 9 aprile 1454.

Nel 1455 il Re di Napoli Alfonso D’Aragona, nell’atto di ratificare il trattato istitutivo della Lega italica, pose come condizione per la sua partecipazione che vi fossero esclusi Genova e, soprattutto, il signore di Rimini. Gli altri stati della Penisola, anche quelli più favorevoli a Sigismondo, come Venezia o il Ducato Sforzesco di Milano, dovettero piegarsi al diktat di quello che era pur sempre il più potente sovrano d’Italia.

Castel Sismondo, costruito per volere di Sigismondo Malatesta a partire dal 1437, in un periodo di grande prosperità. Ideato come fortezza e palazzo al tempo stesso, doveva rappresentare visivamente il potere e la supremazia del signore sulla città.

La signoria malatestiana si trovò così in una situazione di grave isolamento diplomatico, che spinse Sigismondo ad intraprendere importanti lavori di fortificazione a Senigallia e sulle rocche di Verucchio, Fano, Sassocorvaro e Montescudo. Si trattò di una scelta saggia perché, nel novembre del 1455, Alfonso diede ordine al condottiero Giacomo Piccinino di attaccare i possedimenti malatestiani.

La minaccia fu stornata da Sigismondo con l’aiuto di Francesco Sforza, il quale inviò 2.500 Cavalieri e 500 fanti di rinforzo, e del Pontefice Callisto III Borgia, che scomunicò il Piccinino. Le cose per Sigismondo erano però destinate a peggiorare.

Il 27 giugno 1458 si spense Alfonso D’Aragona e sul trono napoletano gli succedette il figlio illegittimo, Ferdinando, meglio conosciuto come Don Ferrante, il quale non poteva perdonare a Sigismondo le disfatte che questi gli avevano inflitto anni prima nel 1448 in Toscana, durante la guerra che aveva visto la lega tra Milano e Firenze opporsi alle mire espansionistiche degli aragonesi. Poi, il 6 agosto successivo, si spense a Roma Papa Callisto III.

Il 19 il conclave e lesse quale suo successore il cardinale senese Enea Silvio Piccolomini, che divenne così Papa Pio II. L’elefante, simbolo araldico dei Malatesta, scolpito sul frontone del portale della Biblioteca Malatestiana di Cesena.

Nei bestiari medievali il pachiderma era descritto come forte, saggio, imperturbabile. Simboleggia la capacità di comando e la grandezza regale.

Questi nutriva un’avversione profonda per Sigismondo Malatesta. Le ragioni di questo odio sono da ricondurre a motivi sia di ordine politico che morale.

Pio II infatti mirava a rafforzare l’autorità della Chiesa sulle terre dello Stato pontificio e pertanto egli vedeva nel Malatesta un ostacolo al controllo di Rimini e della Romagna. È probabile inoltre che il papa biasimasse la condotta estremamente libertina di questo suo vicario, del quale non è escluso che, da umanista e uomo di lettere qual era, invidiasse la corte splendida e raffinata di cui Sigismondo si era circondato.

Mentre il Piccinino proseguiva le sue scorrerie in territorio malatestiano, nel marzo del 1459 il Papa avocò a sé il tentativo di conciliazione tra Sigismondo e Ferrante d’Aragona. Dietro l’intento pacificatore però si nascondeva la volontà di annientare una volta per tutte il Signore di Rimini.

Papa Pio II, al secolo Enea Silvio Piccolomini. Il Pontefice senese fu uno dei più accaniti avversari di Sigismondo Malatesta.

Per ottenere la pace infatti Sigismondo avrebbe dovuto versare a Ferrante ben 50 mila fiorini e consegnare al Papa Senigallia, Montemarciano, Mondavio, Morro d’Alba, Mondaino, Mondolfo, San Costanzo e Pergola quale garanzia del pagamento. Erano condizioni draconiane come riconobbero anche Francesco Sforza e Cosimo de Medici: il Malatesta non disponeva di quella cifra e una volta privato delle entrate derivanti dai feudi perduti avrebbe faticato non poco anche a garantire la difesa dei territori rimasti in suo possesso.

Tuttavia Sigismondo, messo con le spalle al muro, non poté fare altro che sottoscrivere questo accordo-capestro. La situazione parve mutare nell’autunno del 1459:

Ferrante d’Aragona si trovò a fronteggiare la ribellione dei suoi baroni mentre una flotta di galee angioine e genovesi fece capolino sulla costa napoletana al comando di Giovanni d’Angiò. Sigismondo fece un estremo tentativo di pacificazione offrendo a Ferrante un contributo di 500 lance per difendere il suo traballante trono in cambio dei territori ceduti ma, ricevuta uno sdegnoso rifiuto, decise di scendere in guerra contro l’aragonese e il Papa.

Come risultato Pio II lanciò la scomunica contro Sigismondo (2 novembre 1460). Il pontefice avrebbe rinnovato l’anatema altre tre volte scatenando contemporaneamente una vera e propria “macchina del fango” contro Sigismondo, che nella bolla Discipula veritatis fu additato come eretico e accusato di ogni possibile infamia e nefandezza.

Isotta degli Atti, amante e poi terza moglie di Sigismondo. Fu la consorte più amata del signore di Rimini, che lui lasciò come sua erede assieme ai figli Sallustio e Valerio.

La guerra, o forse sarebbe meglio dire la crociata, contro Sigismondo si protrasse fino all’autunno del 1463. Il Malatesta, rimasto privo di appoggi dopo la vittoria di Ferrante sugli angioini e sui baroni ribelli, si difese con le unghie e con i denti ma dopo mesi di battaglie e assedi in seguito alla caduta di Fano (24 settembre) e di Gradara (14 ottobre) e con il territorio devastato dalle scorrerie e dalla peste, il 5 novembre 1463 fu infine costretto a capitolare e a rimettersi alla misericordia di Papa Piccolomini.

Questi decretò lo smembramento della signoria malatestiana, lasciando a Sigismondo la sola Rimini con tre miglia di territorio intorno alla città senza peraltro il diritto di trasmetterla agli eredi. Ormai isolato, finanziariamente rovinato e umiliato sul piano politico e personale per Sigismondo non restò che cercare nuove condotte nel tentativo di risollevarsi economicamente e riallacciare i rapporti con gli stati italiani più potenti.

Per questo motivo accettò l’offerta della Serenissima di guidare le truppe veneziane contro i turchi nel Peloponneso. Incisione che riproduce l’arca in cui riposano le spoglie di Sigismondo Malatesta, deceduto a Rimini il 9 ottobre 1468.

Nel 1464 il Malatesta partì per la Grecia dopo aver ottenuto la garanzia da parte di Venezia circa la tutela del suo stato e della sua famiglia. La campagna militare contro gli ottomani durò circa due anni e si rivelò estremamente dura: nel 1465 Sigismondo si ammalò così gravemente che in Italia si diffuse la voce che fosse morto.

Il Malatesta invece sopravvisse e riparti per l’Italia il 25 gennaio del 1466 giungendo a Venezia il 6 marzo. Dalla Grecia portò con sé le spoglie del filosofo neoplatonico bizantino Giorgio Gemisto Pletone, scomparso nel 1452.

Trovando intollerabile che le ossa del grande umanista restassero in balia degli infedeli, Sigismondo le fece disseppellire durante l’assedio di Mistrà per poi traslarle con tutti gli onori nel Tempio Malatestiano dove riposano tuttora. Rientrato a Rimini redasse il proprio testamento designando come suoi eredi l’amata moglie Isotta degli Atti – sposata in terze nozze probabilmente nel 1456 – e i figli Sallustio e Valerio.

Si recò più volte a Roma presso Papa Paolo II – il veneziano Pietro Barbo – tentando vanamente di riottenere i propri possedimenti perduti quale ricompensa per la guerra contro i turchi. Ottenne la sua ultima condotta nel gennaio 1468, tornando così al servizio della Chiesa in una campagna contro la ribelle Norcia.

Pandolfo IV Malatesta, detto Pandolfaccio, raffigurato nella Pala di San Vincenzo Ferrer del Ghirlandaio. Nipote di Sigismondo, fu l’ultimo signore di Rimini tra il 1482 e il 1499.

Pochi mesi dopo, il 9 ottobre 1468, la morte lo colse all’età di 51 anni a Castel Sismondo, presso Rimini. Fu sepolto al termine di solenne esequie nel tempio malatestiano rimasto incompiuto.

Il poeta statunitense Ezra Pound lo definì come «il miglior perdente della Storia». Dopo la morte di Sigismondo le truppe della Chiesa tentarono di occupare Rimini ma vennero respinte dal suo primogenito Roberto, passato alla storia con l’appellativo di Magnifico.

Questi si dimostrerà del tutto privo di scrupoli arrivando a fare assassinare i fratellastri Sallustio e Valerio per impadronirsi del potere. Nel 1474 morì anche Isotta degli Atti, molto probabilmente avvelenata per ordine del figliastro.

La signoria dei Malatesta su Rimini terminò infine nel 1499, quando le truppe di Cesare Borgia, il duca Valentino, entrarono trionfalmente in città spodestando l’ultimo signore Pandolfo IV Malatesta detto Pandolfaccio, figlio e successore di Roberto. Per saperne di più:

I Malatesta – Filosofia, sentimento e guerra nella storia di una dinastia, di Pierluigi Moressa Sigismondo Malatesta 1417-1468. Le imprese, il volto e la fama di un principe del Rinascimento, di Ferruccio Farina

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