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Il Nuovo Spirito dell’Islamismo: l’Akp di Erdogan come modello di sviluppo. Intervista a Ezgi Başaran (Università di Oxford)
Il testo che segue è un riassunto dell'articolo Il Nuovo Spirito dell’Islamismo: l’Akp di Erdogan come modello di sviluppo. Intervista a Ezgi Başaran (Università di Oxford) generato dall'AI. L'AI può commettere errori: ogni informazione va verificata attentamente.
Questa intervista è stata pubblicata nel secondo numero de “Il Nuovo Spirito dell’Islamismo”, prima serie della newsletter Estera – MilitiaSequi. Per leggere il numero clicca qui. Per iscriverti alla newsletter invece clicca qui. Ne “Il Nuovo Spirito dell’Islamismo (ep.1)”, il primo numero di Estera – MilitiaSequi, abbiamo spiegato cosa si intende con il termine e provato a tracciarne la storia, le cause e l’evoluzione.
Un caso in particolare viene considerato archetipico: il Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) dell’attuale presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Precursore di quell’approccio neoliberale e islamista al tempo stesso, l’Akp è considerato un attore chiave nella diffusione del Nuovo Spirito dell’Islamismo.
Tra sviluppo economico, politica estera e autoritarismo, questo secondo numero della newsletter si propone di analizzare la centralità dell’Akp nell’islamismo moderno. Ne parliamo con Ezgi Başaran,professoressa in Politics of the Middle East presso l’Università di Oxford e autrice del libro The New Spirit of Islamism.
Nel suo libro, The New Spirit of Islamism, lei discute di come l’islamismo si sia evoluto nella seconda metà del XX secolo e negli ultimi decenni. In alcuni casi, arrivando ad abbandonare alcune delle retoriche precedenti a favore di approcci più allineati all’orientamento neoliberale tipico dell’Occidente.
Potrebbe spiegare brevemente cosa intende per “nuovo spirito dell’islamismo” e quali fattori lo hanno influenzato? Con nuovo spirito dell’islamismo intendo che i leader islamisti hanno iniziato ad agire come Ceo, perdendo il loro spirito originario, che doveva essere quello di un movimento rivoluzionario capace di “scuotere il sistema”.
Oggi, invece, misurano le loro vittorie in base al successo all’interno di un ordine neoliberale, piuttosto che in base alla vicinanza a un cosiddetto Stato islamico, governato dalla sharia. Nel libro sostengo quindi che, negli ultimi decenni, e soprattutto nel periodo successivo alle rivolte arabe del 2011, molti partiti islamisti si sono allontanati dai grandi progetti di ritorno a una presunta età dell’oro dell’islamismo per orientarsi verso obiettivi molto più pragmatici: vincere elezioni, amministrare municipalità, attrarre investimenti diretti esteri in modo da mantenere il consenso del proprio elettorato, in particolare dei giovani, e dimostrare di essere in grado di garantire crescita e ordine.
In questo senso, il successo – in un’accezione fortemente manageriale e neoliberale – diventa il principio organizzatore. È per questo che lo definisco il nuovo spirito dell’islamismo, perché rispecchia ciò che gli studiosi weberiani hanno chiamato il nuovo spirito del capitalismo: gli attori islamisti prendono in prestito la retorica e il linguaggio dell’imprenditorialità, dell’efficienza, della performance, dell’auto-miglioramento.
In questo contesto, la governance viene vista quasi come un’impresa e la leadership come le capacità manageriali di un Ceo. Un esempio possono essere Rashid Ghannouchi (Ennahda) o molti dei leader più giovani dei Fratelli musulmani: volevano gestire un partito o uno Stato attraverso toolkit, workshop e tecniche di management piuttosto che attraverso dibattiti dottrinali.
Questo è un cambiamento che io ho studiato in termini di “diffusione”, perché i principali dati che ho raccolto si concentrano sulla relazione tra l’Akp turco, Ennahda in Tunisia e i Fratelli musulmani (Fm) egiziani tra il 2011 e il 2013. In quel periodo, esisteva una sorta di cassetta degli attrezzi che circolava tra questi attori, emanata dall’AKP, per insegnare a Ennahda e all’Ikhwan (Fm) in Egitto come vincere le elezioni, come fornire servizi pubblici come la raccolta dei rifiuti, come costruire alleanze protettive contro il vecchio regime – cosa che nessuno dei due (Ennahda e FM) è riuscito davvero a fare – e come coltivare una classe imprenditoriale leale.
È per questo che insisto sul fatto che la diffusione che ho studiato fosse guidata da interessi economici ed era estremamente realista, piuttosto che riconducibile a un islamismo “vecchio stile” o al neo-ottomanesimo di cui Erdogan viene oggi accusato da studiosi orientalisti francesi e americani. Erdogan può essere molte cose, e lo è, ma il neo-ottomanesimo è un termine molto vago che emerge solo quando si rivolge ad arabi, turchi e curdi come parte di un’unica nazione (la Turchia), quindi quando il bersaglio è il pubblico interno.
Quando invece ho analizzato il modo in cui Erdogan parla ai suoi interlocutori siriani o egiziani, questa dimensione neo-ottomana non emerge affatto, perché Erdogan sa benissimo che nessuno vuole il ritorno di un Impero ottomano guidato da un leader turco. L’obiettivo, piuttosto, è scrivere un’altra storia di successo, una storia di successo islamista, così come l’Akp (Partito della giustizia e dello sviluppo) vede se stesso: non neo-ottomanesimo, non panislamismo, ma qualcos’altro, che è appunto l’argomento centrale del nuovo spirito dell’islamismo.
Lei ha menzionato più volte un attore chiave, cioè l’Akp di Erdogan, oggi noto come campione dell’islamismo e come modello di sviluppo economico. Erdogan è una figura presente sulla scena da molto tempo, fin dall’inizio degli anni Duemila, quando l’Akp ha iniziato a offrire qualcosa di nuovo agli elettori turchi.
Come è avvenuta questa svolta nei primi anni Duemila? E come si è tradotta a livello di politiche economiche?
L’Akp di Erdogan ha ereditato la tradizione islamista di Milli Görüş (movimento turco-islamista), spesso in conflitto con lo Stato (nella sua identità laica e kemalista), e l’ha riproposta come un partito conservatore capace di unire servizi alla cittadinanza e religione. Lo stesso leader di Milli Görüş, Necmettin Erbakan, era un mentore per Erdogan.
Tuttavia, Milli Görüş era stato ripetutamente ostacolato dallo Stato turco, in particolare con il cosiddetto “colpo di stato postmoderno” del 28 febbraio 1997. Questo fu un punto di rottura per l’Islamismo turco, perché una giovane generazione di politici riunitisi attorno a Erdogan trasse una conclusione importante: il confronto ideologico diretto con questo rigido establishment kemalista era troppo costoso.
Se volevano sopravvivere, dovevano apparire come un partito di centrodestra e parlare il linguaggio del mercato e della democrazia. Dal 2001 in poi, quindi, l’Akp si presentò come un partito “conservatore democratico”, riecheggiando la democrazia cristiana europea.
Promise l’adesione all’Unione europea, la stabilità macroeconomica e la fine della tutela militare sulla politica turca. In termini di politiche, ciò si tradusse in un programma neoliberale molto aggressivo fatto di privatizzazioni, boom dell’edilizia, integrazione nei mercati finanziari globali e regimi del lavoro estremamente flessibili.
Allo stesso tempo, venne costruito un sistema molto sofisticato di erogazione dei servizi municipali, con slogan come “servire il popolo”, “il servizio al popolo è come una preghiera a Dio” e “servire il popolo è servire Dio”, una sorta di atteggiamento calvinista musulmano che fonde legittimità religiosa e performance tecnocratica. Un elemento cruciale di questa storia è anche la creazione di una classe imprenditoriale leale: le piccole e medie imprese conservatrici, riunite attorno all’associazione Musiad (Associazione degli industriali e imprenditori indipendenti), divennero rapidamente la spina dorsale dell’Akp.
Attraverso contratti statali, questa nuova borghesia accumulò capitale. In cambio, fornì all’Akp risorse finanziarie, quadri e supporto mediatico.
Questo è ciò che definisco “neoliberismo pio”: un capitalismo con una inclinazione islamista e un chiaro clientelismo politico. Lei ha menzionato un punto molto interessante, sia nella prima parte dell’intervista sia nel libro: durante le rivolte in Asia sudoccidentale e Nord Africa, l’Akp è stato interpretato come un modello di successo da altri partiti islamisti, soprattutto in Tunisia e in Egitto, diventando una sorta di hub per la diffusione e la condivisione di know-how.
Come si è svolto questo processo? È stato formale e ufficiale o piuttosto informale?
La diffusione dei principi dell’Akp veniva trasmessa da un team di tecnocrati del partito e avveniva sullo sfondo, in via informale, tant’è che molti studiosi non se ne sono accorti. È stato solo dopo il colpo di stato in Egitto del 2013 (attuato dall’esercito contro il governo dei Fratelli musulmani guidato da Morsi) che siamo riusciti a mettere insieme i pezzi e a ricostruire i dettagli.
All’inizio delle rivolte arabe, molte persone nella regione e in Occidente proiettarono sull’Akp ciò che volevano vedere: una democrazia musulmana di successo, che aveva ridimensionato il ruolo dei militari attraverso l’economia e che era in grado di rassicurare i partner internazionali di Ennahda in Tunisia e dei Fratelli musulmani in Egitto. Una sorta di garante di ciò che i partiti islamisti potevano diventare.
In effetti, la traiettoria dell’AKP appariva come la prima vera storia di successo di un partito islamista operante all’interno di una Repubblica. Come mostra la mia ricerca, tra il 2011 e il 2013 le interazioni tra questi tre attori furono intense.
Ci furono visite formali in entrambe le direzioni, ma la diffusione avveniva a basso profilo. Per esempio, delegazioni di Ennahda e del partito dei Fratelli musulmani visitarono Ankara e Istanbul, municipi, sedi di partito e associazioni imprenditoriali.
Parteciparono a workshop su campagne elettorali, sondaggi, disciplina di partito e gestioni di crisi politiche. Parallelamente, ci fu una diffusione di retoriche avvincenti: il cosiddetto “modello turco” divenne uno strumento retorico molto potente per tutti gli attori coinvolti.
Permise a Ennahda di dire ai tunisini laici e ai diplomatici occidentali di essere musulmani ma anche democratici. Dall’altra parte, i Fratelli musulmani non adottarono mai pienamente quell’etichetta, ma apprezzavano i risultati e i successi dell’Akp.
In Egitto, era comune guardare al modello turco, soprattutto per attrarre investimenti. Allo stesso tempo, uno dei punti principali fu la trasmissione da parte dell’Akp di lezioni di sopravvivenza politica: invitava Ennahda e i Fratelli musulmani a prendere sul serio l’esercito e i tribunali, a costruire coalizioni, a evitare l’hubris e a essere pragmatici.
In Tunisia, per esempio, nel 2011 fu formata la coalizione della Troika (alleanza tra Ennahda, Ettakatol e Cpr), mostrando adattamento al contesto; inoltre, Ennahda fece più di un passo indietro quando ritenne necessario farlo, mostrando maturità politica. I Fratelli musulmani non lo fecero, anche se i loro errori politici non furono la vera causa della loro caduta: il colpo di stato era già in preparazione e il loro destino era segnato fin dall’inizio.
Questa è, in sintesi, la dinamica dell’interazione tra questi tre attori. Stiamo parlando di un approccio politico ed economico riconoscibile come un “marchio” Akp”, che sembra essere stato utilizzato anche in politica estera.
Ma, oltre alla più ampia regione dell’Asia sudoccidentale, Erdogan lo ha usato anche per innovare il rapporto con i partner occidentali? Questo nuovo spirito dell’islamismo dell’Akp ha cambiato qualcosa nelle relazioni tra Ankara e l’Occidente?
Certamente sì. Fin dall’inizio, l’Akp ha cercato di allearsi con gli europei e questa è stata una delle strategie applicate per proteggersi contro l’intrusione dei militari nella politica turca.
Cercare l’apprezzamento europeo era una garanzia contro possibili colpi di stato, come quello postmoderno menzionato all’inizio dell’intervista. L’Unione europea e l’Akp sono stati partner in molti modi e per molti anni: l’orientamento pro-mercato dell’Akp era molto importante per l’Ue, desiderosa di investire nel Paese e di integrare meglio la produzione turca, in particolare nel settore logistico, nel proprio sistema economico e finanziario.
Di conseguenza, fin dall’inizio l’Akp ha trasformato le proprie formule domestiche in un marchio di politica estera, presentandosi come un leader pio e favorevole agli affari, che costruiva moschee, ma anche aeroporti e autostrade e che parlava sia il linguaggio della Umma musulmana sia quello del mercato globale. Da un lato, la capacità di rivolgersi ai musulmani – non solo in Turchia – rendeva Erdogan e il suo partito mediatori indispensabili per l’Occidente in una regione allora caratterizzata da dinamiche turbolente e da attori politici poco amichevoli verso l’Occidente.
Dall’altro, questa nuova ondata nella politica turca rappresentava un’opportunità per ampliare l’integrazione tra l’Ue e i suoi vicini più prossimi. Furono anche gli anni in cui la Turchia avviò formalmente il processo di adesione all’Unione.
In breve, sì: Erdogan e l’Akp hanno usato il nuovo spirito dell’islamismo anche come strumento di politica estera.
Lei ha detto che le relazioni tra i Paesi europei e la Turchia hanno beneficiato della postura politica ed economica dell’Akp. Tuttavia, dopo il 2013, l’Akp ha intrapreso una traiettoria più autoritaria.
In che modo questa evoluzione interna incide sul nuovo spirito dell’islamismo descritto nel suo libro, soprattutto nel rapporto tra etica religiosa, governance e razionalità economica? La svolta autoritaria dopo il 2010 e il 2011 non ribalta realmente il nuovo spirito dell’islamismo, perché in questo nuovo spirito c’è ben poco che abbia a che fare con la democrazia.
Questo è il punto centrale. In molti modi, la svolta illiberale ne rivela la logica interna: la ricerca del successo, inteso come sopravvivenza, crescita, controllo dello Stato e costruzione di una borghesia leale, resta il principio organizzatore.
Erdogan e l’Akp sono diventati sempre più coercitivi, ma ciò che cambia non è l’etica manageriale o la forma neoliberale, bensì l’ambiente politico in cui vengono applicate. Dopo le proteste di Gezi e dopo il tentato colpo di stato del 2016, l’Akp è passato dall’essere una macchina elettorale competitiva a un progetto più apertamente orientato al pieno controllo dello Stato.
Le istituzioni sono state riempite di fedelissimi, l’opposizione è stata criminalizzata e lo spazio per il pluralismo è crollato: non restano più né liberalismo né democrazia. Ma questo non dice nulla sul cuore del nuovo spirito dell’islamismo.
Si può essere profondamente autoritari e pro-mercato. Si può essere campioni del neoliberismo ed essere al tempo stesso despoti.
Ne vediamo molti esempi, e questo rende il mio argomento ancora più evidente: si tratta di un autoritarismo costruito sul neoliberismo. In qualche modo ricorda Trump e Berlusconi… Esattamente, questo è il punto.
Non c’è nulla di prettamente islamista in tutto ciò. Quando si guarda a Trump, Meloni o Erdogan, cosa si vede?
È la stessa tendenza globale. Erdogan ha solo iniziato prima: è un animale politico, e chi pensa che abbia un autentico progetto ideologico legato alla costruzione di uno Stato islamico si sbaglia profondamente.
Erdogan utilizza le credenziali islamiste sul piano interno per consolidare la propria base e giustificare un più ampio piano economico e un sistema di potere, come avviene in molti altri contesti, anche in Occidente, attraverso etichette identitarie. È quindi importante comprendere lo spirito del modello Akp e il motivo per cui tanti altri movimenti islamisti vogliono adottarlo.
Non è una storia solo turca: il modello si è sviluppato in Turchia per ragioni specifiche, ma molti partiti islamisti vogliono emularlo, ed è quindi “pronto” a diffondersi, proprio come il neoliberismo era pronto a diffondersi in Turchia alla fine degli anni Novanta. In questo senso, questo modello rischia di trasformare i partiti islamisti in normali attori capitalistici, come quelli osservabili in Occidente, con una retorica diversa.
Questo è fondamentale da capire. Un’ultima domanda: abbiamo visto come l’Akp sia diventato un modello di riferimento nella regione e alcuni osservatori suggeriscono che figure emergenti in contesti più instabili possano guardare a questo modello come fonte di ispirazione, ad esempio l’Hts di al-Shara, oggi al potere in Siria.
Secondo lei, è plausibile che l’esperienza turca possa essere adattata a un contesto radicale o militante come quello siriano oppure le differenze strutturali la rendono troppo difficile o addirittura inapplicabile? La Turchia sta utilizzando in Siria la stessa cassetta degli attrezzi già impiegata nel 2013 con Ennahda e i Fratelli musulmani.
Il rapporto tra il governo di Ahmad al-Shara e i tecnocrati dell’Akp potrebbe rappresentare un terzo tentativo – dopo quelli in Tunisia ed Egitto – di costruire una storia di successo islamista. C’è certamente una diffusione simile a quella avvenuta tra il 2011 e il 2013 ed è molto allettante pensare che Ahmad al-Shara cercherà di emulare il modello turco, ma il contesto è molto diverso: jihadista fino a tempi recenti, al-Shara ha avviato dal 2016 una svolta discendente, abbandonando il linguaggio del jihad globale a favore di quello della governance locale, come quella sperimentata a Idlib.
Il suo rapporto con l’intelligence turca è iniziato allora e dopo il 2019 la cooperazione è diventata molto stretta. L’intelligence turca, all’epoca guidata da Hakan Fidan, conosce molto bene Ahmad al-Shara e credo che la Turchia stia influenzando e aiutando la Siria con la stessa cassetta degli attrezzi.
Questa volta, però, la posta in gioco è ancora più alta per Ankara: non si tratta solo di scrivere un’altra storia di successo islamista, ma di garantire una Siria stabile e amica, elemento cruciale per la sopravvivenza dell’Akp, dato l’enorme numero di rifugiati siriani presenti in Turchia. Poiché la Turchia non può permettersi un’ulteriore instabilità in Siria, ha lavorato intensamente per legittimare il governo di Ahmad al-Shara.
Più che dire che il modello Akp possa essere trapiantato integralmente in Hts – cosa impossibile – è più corretto affermare che alcuni elementi del nuovo spirito dell’islamismo, come il pragmatismo manageriale, la moderazione simbolica e la ricerca del successo, vengono selettivamente adottati perché il governo di al-Shara vuole sopravvivere in un contesto post-rivoluzionario. Inoltre, i punti chiave dell’ideologia dell’Akp sono molto significativi agli occhi della gioventù siriana e della diaspora (molti stanno pianificando di rientrare nel Paese) e potrebbero aprire la strada al successo politico e alla stabilizzazione di Hts.
Tuttavia, il contesto è completamente diverso da quello turco, quindi è ancora troppo presto per capire come andrà. In ogni caso, è innegabile che sia in corso un terzo processo di diffusione tra l’Akp turco e il governo di Ahmad al-Shara.
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