Politica
Essere “latino”: Bad Bunny e la spettacolarizzazione dell’identità
I media a livello globale hanno posto l’attenzione sullo show dell’intervallo che Bad Bunny ha portato in scena, domenica 8 febbraio, nell’ambito del Super Bowl, uno degli eventi più seguiti al mondo. Gran parte della copertura mediatica ha celebrato il fatto che l’artista portoricano non si sia limitato a offrire uno spettacolo musicale, ma abbia utilizzato quel palco per rendere visibile un’identità latinoamericana storicamente marginalizzata negli Stati Uniti, in un contesto segnato dall’inasprimento delle politiche migratorie e da una persecuzione tanto simbolica quanto materiale di questa comunità.
È stato inoltre sottolineato che, per la prima volta nella storia del Super Bowl, lo show si sia svolto interamente in spagnolo, proprio all’interno di un evento che, per decenni, ha funzionato come vetrina privilegiata della cultura anglosassone egemonica. La domanda, tuttavia, resta aperta: siamo di fronte a un gesto di ribellione politica o a una nuova forma di spettacolarizzazione dell’identità latinoamericana?
Il Super Bowl non sarà lo spazio in cui si farà la rivoluzione. Tuttavia, è importante riconoscere che il potere non si regge soltanto sulla coercizione, ma anche sull’egemonia culturale.
Se oggi si rinunciasse agli spazi simbolici, non sarebbe un gesto innocuo, bensì una decisione politica dalle conseguenze rilevanti. In un momento in cui le destre ultraconservatrici avanzano nella disputa narrativa – diffondendo discorsi di odio, esclusione e paura –, abbandonare questi scenari significherebbe lasciare campo libero al racconto dominante.
Sappiamo che, storicamente, gli spazi simbolici non sono mai neutrali, e che definiscono quali corpi siano visibili, quali linguaggi legittimi e quali storie meritino di essere raccontate. Sebbene sia evidente che Bad Bunny non possa né intenda incarnare, da solo, una posizione politica organizzata – né sostituirsi alle lotte contro l’Ice e le politiche migratorie restrittive –, occupare spazi storicamente riservati a una narrazione culturale statale bianca non è un gesto irrilevante.
Occupare, anche con contraddizioni, limiti e tensioni, significa disputare e allo stesso tempo negoziare. Significa aprire crepe nel racconto dominante e rendere immaginabili altre forme di vivere, di nominarsi e di appartenere.
Questa rivendicazione identitaria, tuttavia, non è priva di rischi. I discorsi identitari sono scivolosi e possono facilmente trasformarsi nello stesso “noi contro loro” che l’estrema destra strumentalizza per giustificare politiche di esclusione.
Riconoscere il valore politico del gesto non significa idealizzarlo, né confondere la visibilità con una trasformazione strutturale. Lo spettacolo non sostituisce l’organizzazione politica, la lotta anticoloniale, i movimenti sociali né le resistenze storiche dei popoli dell’America latina.
È però necessario riconoscere che esso funziona come un dispositivo culturale capace di raggiungere milioni di persone lontane da spazi politicizzati e che, spesso, accedono a narrazioni alternative soltanto attraverso la cosiddetta cultura popolare. “Rebeldía domesticata” Nonostante l’entusiasmo che ha circondato l’esibizione di Bad Bunny, una parte significativa della comunità latina ha espresso disagio.
Non tanto per ciò che è stato detto, quanto per il dove e il come. Quando la critica si inserisce senza attriti in uno degli scenari più redditizi al mondo, sorgono sospetti legittimi.
Non si tratta di mettere in discussione l’artista come individuo, ma il sistema che lo accoglie, lo amplifica e, soprattutto, lo neutralizza. Bad Bunny non è un’anomalia: è un prodotto sofisticato dell’industria culturale contemporanea.
In questo schema, la ribellione non solo è consentita, ma è redditizia. Denunciare le ingiustizie al ritmo del reggaeton vende; essere dirompenti senza toccare le strutture di potere vende; criticare senza disturbare vende.
Tutto diventa business, purché nulla venga messo realmente in discussione. La logica si conferma: il Super Bowl non è una piattaforma di sovversione, è una vetrina attentamente controllata.
La critica arriva fino a un limite ben preciso. Si tratta di una ribellione con permesso, di un’irriverenza curata, di un caos che non produce disordine.
In questo senso, lo show si trasforma in una sorta di “manifestodromo”: uno spazio pensato per contenere la protesta, estetizzarla e diluirne la potenza, questa volta attraverso luci impeccabili, coreografie selvagge e sponsorizzazioni corporate. Questo fenomeno dice più del momento storico che dello stesso Bad Bunny.
Viviamo un’epoca in cui non esistono più riferimenti artistici politicizzati in modo chiaro. Emblematica, in questo senso, è stata la partecipazione allo spettacolo di Lady Gaga, che ha rilasciato dichiarazioni apertamente filosioniste: una presenza che ha reso evidenti tali contraddizioni.
Celebrità globali incarnano discorsi di diversità e giustizia, mentre sono sostenute dalle stesse logiche economiche e geopolitiche che producono esclusione. Il capitalismo culturale non ha più bisogno di silenziare la dissidenza: gli basta amministrarla, esibirla e renderla innocua.
Come osservava Marshall McLuhan, il mezzo è il messaggio. Lanciare un discorso di resistenza dal cuore dell’imperialismo culturale e del consumo di massa ne neutralizza la forza politica e rischia di trasformare il “latino” in una cartolina folkloristica: identità confezionata per il consumo globale.
In questo senso, il gesto di Bad Bunny non è pericoloso: è funzionale. Non erode il potere, lo riafferma.
Persino la reazione di Donald Trump, che ha definito lo show “assolutamente terribile, uno dei peggiori di sempre”, fa parte dello stesso circo mediatico che produce audience, consenso e profitto. Panem et circenses, versione streaming.
Tra riconoscimento e chiusura Gran parte della lettura celebrativa dello show di Bad Bunny si fonda su un’idea forte d’identità, ovvero l’essere latino come qualcosa di dato, riconoscibile e condiviso. Tuttavia, gli studi sull’identità la rivelano come una finzione moderna, un racconto costruito per produrre coesione ma che tende a semplificare, escludere e fissare ciò che nella pratica è mobile e contraddittorio.
Non esistono identità “naturali”, ma processi di identificazione. Da un’altra prospettiva, l’identità può essere letta non come un punto di arrivo, ma come un processo, qualcosa che si articola in contesti storici specifici ed è sempre attraversato da relazioni di potere.
In questo senso, il “latino” che appare sul palco del Super Bowl non è semplicemente un’affermazione culturale, ma una costruzione situata, ovvero una versione del latino leggibile, esportabile e compatibile con il mercato globale dell’intrattenimento. Qui emerge l’ambiguità centrale.
Il riconoscimento identitario svolge una funzione politica fondamentale, poiché consente ai soggetti di esistere pubblicamente, di essere visibili e di contare come interlocutori legittimi nello spazio sociale. Tuttavia, la stessa identità, una volta stabilizzata, può trasformarsi in un dispositivo di chiusura, in una forma di appartenenza che non mette più in discussione l’ordine, ma lo conferma.
L’identità protegge, e allo stesso tempo immobilizza. Questo dilemma, però, non opera allo stesso modo in America latina e in Europa.
In società segnate da una lunga storia coloniale, da gerarchie razziali imposte e da processi sistematici di sbiancamento, la rivendicazione identitaria è stata – e continua a essere – uno strumento di sopravvivenza e di resistenza di fronte alla negazione storica dell’umanità di ampi settori subalternizzati. Nominarsi, riconoscersi e riappropriarsi della razza, dell’origine o dell’appartenenza non è stato qui un gesto ornamentale, ma una risposta politica a secoli di spoliazione, violenza ed esclusione.
Dal punto di vista della teoria del riconoscimento, è possibile osservare che non tutta la visibilità equivale a giustizia. Essere riconosciuti simbolicamente non implica, necessariamente, una trasformazione delle condizioni materiali né una redistribuzione del potere.
Il rischio, dunque, è confondere il riconoscimento culturale – fatto di applausi, lacrime, like e trending topics – con un reale ampliamento dei diritti o degli orizzonti politici. In questo senso, lo show di Bad Bunny opera in una zona ambigua, poiché produce riconoscimento senza conflitto e identità senza antagonismo.
Il latino appare come un’identità celebrata, ma accuratamente privata della sua dimensione più scomoda, fatta di “colonialità”, violenza strutturale e disuguaglianza razzializzata. L’identità, trasformata in spettacolo, smette così di essere una domanda aperta e diventa una risposta rassicurante.
Il problema, quindi, non è l’identità in sé, ma la sua eventuale cristallizzazione. Quando smette di essere un campo di disputa e si trasforma in un’immagine stabile, l’identità non disturba più: circola.
E quando circola troppo bene, è legittimo chiedersi a chi serva. “L’unica cosa più potente dell’odio è l’amore” La chiusura dello show, con questo messaggio, rimanda a una narrazione dell’amore come forza redentrice.
La lettura immediata è che si tratti di una risposta ai discorsi di esclusione del governo statunitense, un messaggio che dialoga con l’idea dell’amore come pratica politica necessaria per ricostruire comunità, speranza ed empatia in società profondamente individualizzate. Da un’altra prospettiva, però, l’idea che l’amore “possa tutto” rientra nella narrazione dell’amore romantico che, com’è noto, opera secondo logiche di mercato profondamente patriarcali, razziste, classiste.
In questo senso, il messaggio appare come un gesto conciliatorio e tiepido di fronte alla rabbia che attraversa l’America latina: la violenza strutturale, i crimini di Stato, i femminicidi, le disuguaglianze persistenti. Per concludere, restano aperte alcune domande inevitabili: perché abbiamo delegato alle celebrità il ruolo di bussole morali e politiche?
Come si resiste quando sembra non esistere alcuna alternativa al di fuori del sistema che produce, amministra e neutralizza la dissidenza? Politicizzarsi ha comportato costi reali, ed è comprensibile che molte persone inizino a interrogare le narrazioni egemoniche a partire dalla cultura popolare.
La sfida non è respingere questi gesti, ma evitare di confonderli con l’orizzonte della trasformazione, o sostituire con essi le lotte collettive, materiali, durature, che tale orizzonte necessariamente richiede. L'articolo Essere “latino”:
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