Politica
Crans Montana, quelle giovanissime vite bruciate nello scantinato del profitto senza regole
Come si muore in Ucraina, come si muore a Gaza, ma questo fine d’anno ci ha pure mostrato come si può morire in uno scantinato trasformato in discoteca in una delle località più ricche e più ambite del mondo, nella notte della festa più festa, capodanno di fuoco e lutto, capodanno che sembra offrire nuovi spunti a chi pensa che il mondo stia andando in malora, stia andando, passo dopo passo, verso la sua fine: quarantasette morti, più un centinaio di feriti le condizioni dei quali poco si conoscono, come se sparissero in un colpo due classi di una qualsiasi scuola media. Il nostro futuro cancellato dalle fiamme e dal fumo.
La memoria ci riporta altri episodi, tragedie nelle ore e nei luoghi del divertimento. Corinaldo, nel 2018, quando alcuni imbecilli spruzzarono peperoncino in una sala zeppa di ragazzi in attesa di un concerto, ragazzi in fuga, una stretta via di scampo, un ponticello che crolla, sei morti.
Prima Istambul, nel 2017, ancora per un capodanno, quando un terrorista sparò su una folla di settecento persone, uccidendone cinquantanove. Prima ancora nel 2015, quando a Parigi, nella sala da concerti del Bataclan, furono in novanta a perdere la vita, aggrediti a colpi di mitra da un manipolo di assassini.
A Istanbul fu l’atroce, criminale volontà di un uomo a colpire. A Parigi la folle strategia di una decina di assalitori.
A Corinaldo furono l’esosità, la superficialità, l’ingordigia a provocare quella sciagura, che nella località turistica del Vallese, tra splendide montagne e piste di sci (alle quali il giorno dopo nessuno ha rinunciato, malgrado gli appelli dell’autorità elvetica, non per un sentimento di pena condiviso, ma solo perché eventuali incidenti non gravassero sugli ospedali della zona), si è compiuta con ben altre proporzioni. 47 morti e oltre cento feriti nella trappola di fuoco Fiori davanti alla discoteca della tragedia di Crans Montana Ore dopo ci si chiede quanti tra quel centinaio di giovani raccolti feriti si salveranno, come si salveranno, quali saranno le conseguenze fisiche e psicologiche. Ci si chiede anche come tutto questo sia avvenuto e la ricerca delle cause sembra chiudersi attorno agli effetti delle “fontane pirotecniche” infilate sui tappi delle bottiglie di champagne, alzate in alto nel gesto più abituale della baldoria.
Le scintille avrebbero intaccato il rivestimento fonoassorbente del soffitto, generando l’incendio, fino alla scoppio, come una bomba finale. L’origine di tutto in un banale segnale d’esultanza.
Il nostro ministro degli esteri, Tajani, accorso tra i parenti dei ragazzi in attesa, ha sentenziato: “Qualcosa non ha funzionato”.
Sì, non c’è dubbio, l’evidenza dei fatti conferma che “qualcosa non ha funzionato”, se un seminterrato con una stretta scala d’accesso diventa un ritrovo per centinaia di persone, se un soffitto prende fuoco al primo bagliore, se mancano o non funzionano quei rubinetti che inondano una stanza ai primi fumi, se non si può ritrovare di corsa la salvezza all’aperto attraverso scale e porte sufficientemente ampie. Al Constellation, il nome del locale, la via d’uscita ci è apparsa come un budello, steso elegantemente sopra un tappeto rosso.
Alcuni illuminati quotidiani di casa nostra si sono consolati, avvertendoci che anche il mito della Svizzera, efficiente, rigorosa, stretta osservante delle leggi, si è ormai ridotto in cenere. La sensazione è che a Crans Montana sia andata proprio così.
Peggio dell’Italia. Illudendoci di essere migliori.
Ma non siamo tecnici e neppure giudici e la gara al primo della classe non è una consolazione. Del resto mondiale, universale è quel peccato che si definisce ricerca esasperata del profitto, cioè far soldi ad ogni modo spendendo (e investendo) il meno possibile.
Quanto i due proprietari francesi avranno risparmiato sui materiali? Quanto avrebbero incassato alla conclusione della nottata senza quella diabolica fiammella?
Quanto avrebbero continuato ad incassare nei prossimi giorni? Ridurre i costi, questo sembra il comandamento che governa: vale per il lavoro (non è mai inutile ricordarlo: in Italia mille morti in un anno), vale persino per l’intrattenimento: il paradosso di chi esce di casa per divertirsi e vi ritorna cadavere, perché qualcuno ha fatto economia sulla schiuma fonoassorbente.
Al di là della morte, di Crans Montana emoziona la giovanissima età delle vittime: pare che lì dentro, malgrado i divieti, siano finiti bambini di tredici anni. Bambini che starebbero bene in un campo di calcio, non in un sotterraneo fumoso e rumoroso.
Ma pure loro avranno pagato il biglietto e le bibite. Verrebbe da proporre qualche riflessione sull’esistenza e sulla resistenza della famiglia, sull’educazione e sugli ideali che vengono proposti.
C’è anche un colore tutto italiano, perché l’incauto intervistatore di una rete mediaset ha chiesto ad un suo interlocutore se non si potesse ravvisare in questa vicenda la mano di qualche entità antisemita: ci potevano essere numerosi ebrei in quel sottoscala, ha spiegato. Non ha ricevuto risposta.
Si potrebbe rispondere ora che in fondo è andata peggio, nella ricerca delle colpe, perché tra le colpe ci sta di sicuro il degrado morale e culturale di una società che ha dimostrato di non aver cura di se stessa e neppure dei propri giovani. Speriamo che nessuno almeno si trinceri presto dietro la magica ipocrita espressione “fatalità”.
Giusto perché nulla cambi, in Svizzera e dalle nostre parti. L'articolo Crans Montana, quelle giovanissime vite bruciate nello scantinato del profitto senza regole proviene da Strisciarossa.