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Nouvelle Vague

Domenica 22 marzo 2026 ore 16:22 Fonte: La ricerca
Nouvelle Vague
La ricerca

La locandina del film di Linklater Il film ci porta nella vivace Parigi della fine degli anni Cinquanta. Un gruppo di giovani giornalisti della rivista Chaiers du Cinéma, dopo aver criticato per anni le opere dei registi più amati e acclamati dal pubblico e dalla stampa, decide che è il momento di passare dalla macchina da scrivere alla cinepresa.

Claude Chabrol esordisce nel 1958 con Le beau Serge, l’anno successivo Erich Romer con Le signe du lion e François Truffaut con Les quatre-cents coups. Jean-Luc Godard, che si era ripromesso di realizzare un film prima dei 25 anni, era ormai arrivato alla soglia dei 30 con alle spalle solo qualche piccolo cortometraggio.

I primi film dei giovani autori della Nouvelle Vague sorprendono e indicano una nuova strada, ma sarà proprio À bout de souffle (1960) di Jean-Luc Godard ha rivoluzionare il cinema. Non si trattava solo di raccontare storie inedite, ma di metterle in scena in un modo nuovo e di utilizzare un linguaggio completamente diverso rispetto ai canoni classici.

Modelli, rotture e un nuovo modo di lavorare Jean-Luc Godard, il più teorico e radicale dei giovani autori della Nouvelle Vague, riesce a convincere il produttore Georges de Beauregard a finanziare il suo primo film, basato su un soggetto di François Truffaut. Venti giorni di lavoro con l’amico, e quasi esordiente, Jean Paul Belmondo, e la stella nascente Jean Seberg, reduce dal successo internazionale di Bonjour tristesse di Otto Preminger.

Girato in uno splendido bianco e nero, che ci restituisce le atmosfere dell’epoca, il film non è semplicemente un atto d’amore verso À bout de souffle, ma una chiave per comprendere le nuove istanze che hanno condotto a una vera e propria rivoluzione. La breve apparizione nel film di Roberto Rossellini non è casuale.

I nuovi autori della Nouvelle Vague rifiutavano il cinema contemporaneo francese, che definivano in modo dispregiativo il “cinéma de papà”, ed eleggevano invece a modelli da seguire alcuni autori più indipendenti e innovativi, come Roberto Rossellini, Orson Welles, Max Ophüls, Jean Cocteau o alcuni registi americani che avevano infranto le regole dell’industria hollywoodiana per imporre le loro poetiche personali: Nicholas Ray, Howard Hawks, Robert Aldrich, Fritz Lang e Alfred Hitchcock.

Dal neorealismo italiano arrivava la lezione della scoperta dello “splendore del vero” e del “linguaggio della realtà”, per citare concetti cari ad André Bazin. Dai registi americani la “politica degli autori”, che assimilava il cineasta a un romanziere, con un suo stile originale e riconoscibile.

Le sequenze del film di Richard Linklater, che riprendono Jean-Luc Godard al tavolo di un café a scrivere, mettono in luce l’elemento di discontinuità rispetto al cinema tradizionale; il rifiuto di sceneggiature dettagliate da imparare a memoria e di interpretazioni di stampo teatrale, che allontanano dalla realtà quotidiana. Godard è infatti rivoluzionario anche nel modo lavorare.

Non esiste una vera sceneggiatura, scrive ogni mattina le scene da girare e lascia spazio all’improvvisazione, a ciò che può nascere spontaneamente sul set. Secondo la sua visione, è l’approccio migliore per scardinare gli schemi, eliminare le sovrastrutture ed essere più aderenti alla realtà del momento.

Un’idea di cinema agile e imprevedibile, a volte capricciosa e discontinua, che da principio mette a disagio sia Jean Seberg, abituata alle logiche di Hollywood, sia la produzione, preoccupata dell’esito finale. In realtà il film ci svela come la regia di Godard sia perfettamente coerente con il risultato che vuole ottenere, un punto di vista differente per creare un cinema nuovo.

La rivoluzione del linguaggio: forma, montaggio, autore À bout de souffle è girato con una cinepresa a mano che consente la massima libertà di movimento, leggerezza negli spostamenti e possibilità di variare velocemente le inquadrature. L’esatto contrario di camere fisse, carrelli e gru che irrigidiscono e standardizzano i punti di vista e il flusso delle sequenze.

Dai teatri di posa, finti e polverosi, il cinema si trasferisce per strada, nei Cafè, nei piccoli Hotel, a contatto con la gente comune che assiste e partecipa al momento della creazione del film. Dall’illuminazione artificiale si passa alla luce naturale del sole.

Gli attori sono semisconosciuti, solo Jean Seberg fa eccezione, e la loro recitazione è spontanea e immediata. Godard rifiuta tutti gli apparati e le pratiche del cinema classico, non solo durante le riprese, ma anche in fase di post-produzione.

La sequenza in sala di montaggio spiega benissimo la nuova idea di cinema. Le regole classiche puntavano alla massima verisimiglianza attraverso l’artificio del montaggio, con l’intento di non far percepire la presenza della macchina da presa, quasi come se il film fosse una naturale e fluida messa in scena della realtà.

A questa visione, Godard contrappone un metodo di lavoro completamente diverso. Ha girato molto rispetto alla durata di 90’ minuti imposta dalla produzione, ma decide di non tagliare nessuna scena.

In ogni singola sequenza elimina tutte le parti non essenziali, introducendo una discontinuità visiva fatta di stacchi, cambiamenti repentini di punti di vista, brevi fotogrammi. Uno stile di scrittura nuovo e personale, vera cifra stilistica del regista, che diventa protagonista della messa in forma di una realtà altra, rivista e riorganizzata con spirito autoriale.

Il cinema di Godard e in generale della Nouvelle Vague disorienta, è irrequieto e instabile, visivamente frutto di una esplicita e rivendicata manipolazione del dato di partenza reale. La presenza del regista emerge come figura centrale dell’atto creativo: il film non è più opera di un apparato industriale, ma di un singolo autore.

A bout de souffle è l’inizio di una rivoluzione e la consacrazione del regista come vero protagonista del cinema. Jean-Luc Godard realizza un capolavoro, una delle poche opere che hanno segnato in modo indelebile la storia del cinema.

Il successo è da subito sorprendente e inatteso: A bout de souffle diventa il manifesto indiscusso della Nouvelle Vague.

Nouvelle Vague Un film di Richard Linklater Con: Guillaume Marbeck, Zoey Deutch, Aubry Dullin, Alix Bénézech, Côme Thieulin, Paolo Luka Noé, Nicolas Dozol, Tom Novembre, Jade Phan-Gia Produzione:

Francia 2025 Durata: 106 minuti         L'articolo Nouvelle Vague proviene da La ricerca.

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