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Cultura

Le cose che contano

Mercoledì 11 marzo 2026 ore 09:28 Fonte: La ricerca
Le cose che contano
La ricerca

La lettura dell’Encomio di Elena di Isocrate proposta alla classe V del Liceo Classico è stato il primo passo. Nell’aprire il discorso, tra gli asterischi sui noti momenti del testo argomentativo, è spuntato quest’altro passaggio denso di retorica, fecondo per la riflessione:

È molto meglio avere un’opinione ragionevole sulle cose che contano piuttosto che conoscere nel dettaglio quelle inutili, e distinguersi di poco nelle cose importanti piuttosto che eccellere in quelle di poca importanza e di nessuna utilità per la vita. (Isocrate, Encomio di Elena, 5) Ma quali sono le cose che contano? Per la/il diciottenne che incontro a scuola, quali sono le cose che contano, magari quelle che riterrebbe degne di lasciar scritte?

Prima di porre la domanda in classe, mi è sembrato utile ripercorrere con loro gli snodi della letteratura greca che generalmente si toccano durante l’ultimo anno del liceo classico, evidenziando alcune cose che contano per quegli autori. La risposta della letteratura, per forza incardinata in un contesto, inizialmente legata alla dimensione pubblica della polis, si articola con il tramonto della città-stato e l’avvento prima dei regni ellenistici, poi del dominio romano, giungendo a una pluralità di prospettive che mettono al centro l’individuo.

Non si tratta di proporre nuove letture degli autori studiati, ma di riorganizzare i testi canonici del programma intorno a una domanda che attraversa i secoli. L’urgenza della polis Nell’Atene del IV sec. a.C., per lo stesso Isocrate le cose che contano sono le questioni che riguardano la gestione della polis e la concordia panellenica; il sapere utile è quello che forma il cittadino all’azione politica.

È l’epoca in cui Platone cerca le cose che contano oltre l’apparenza, orientando l’anima verso il bene, e Aristotele le identifica nell’eudaimonía, il fiorire dell’essere umano attraverso l’attività virtuosa. Ma è soprattutto nell’oratoria politica di Demostene, con un’urgenza resa drammatica dalla contingenza storica, che le cose che contano diventano necessità impellenti per la sopravvivenza della democrazia.

Di fronte alla minaccia di Filippo II di Macedonia, l’oratore richiama i suoi concittadini a un severo pragmatismo, ricordando che senza mezzi ogni proposito è destinato a fallire. In un passo della Prima Filippica, egli paragona con ironia il comportamento degli Ateniesi a quello di un pugile inesperto:

Voi, o Ateniesi, […] continuate a combattere Filippo proprio come fanno i pugilatori barbari. Ed essi infatti, una volta colpiti, difendono sempre la parte percossa, e, se il colpo cade altrove, portano lì le mani: non sanno e non vogliono coprirsi o guardare avanti. (Demostene, Filippiche, I, 40) Le cose che contano sono la lungimiranza (pronoia) e il coraggio di dire il necessario anche a costo dell’impopolarità.

Demostene, davanti a certi studenti che oggi si dichiarano disinteressati alla politica, sarebbe preso da sgomento pedagogico: una piccola provocazione che innesca un confronto e una riflessione proficua nella classe. Il mondo nel dettaglio Con la fine dell’autonomia della polis e l’emergere dei regni ellenistici, la domanda sulle cose che contano trova risposte più intime.

Nella commedia di Menandro (IV-III sec. a.C.), il focus si sposta sulla dimensione domestica e interiore. Non contano più le decisioni dell’assemblea, ma le scelte del singolo.

Nell’Arbitrato, lo schiavo Onesimo offre al vecchio Smicrine una lezione pratica che è un manifesto dell’etica ellenistica. Allora gli dei non si occupano per niente di noi?

Non è così: hanno dato a ciascuno un custode, che è il nostro carattere. È lui che ci dà del male se lo usiamo male, e viceversa.

Questo è per noi il vero dio, responsabile della fortuna e della sfortuna. E questo devi propiziarti. (Menandro, L’arbitrato, 734 – 741) Nel III sec. a.C., il cuore del mondo culturale greco si è spostato da Atene ad Alessandria d’Egitto dove, all’ombra della Biblioteca e sotto il mecenatismo dei Tolomei, opera Callimaco.

La polis ha perso la sua centralità politica e l’intellettuale non è più un cittadino oratore, ma è al servizio di un monarca. In questo contesto così mutato, le cose che contano non sono le grandi gesta collettive, ma sono legate al perfezionamento artistico e al completo controllo estetico sulla poesia, come Callimaco dichiara nel celebre prologo degli Aitia.

Perché quando in principio la tavoletta posai / sulle ginocchia, così a me disse Apollo Licio: “[…] cantore [amatissimo], quanto più pingue la vittima / [alleva], ma, o amico, la Musa sottile. / [Ed inoltre] anche questo [ti] ordino: dove non passano i carri pesanti / là cammina. Che non dietro le impronte degli altri / [tu spinga il tuo cocchio,] né per la via larga, ma per sentieri / [non calpestat]i, pur se guiderai per strada più angusta”. (Callimaco, Aitia, fr. 1, 21-28 Pf.) L’individuo nell’impero Tra il I e il II sec., l’intellettuale Plutarco, vivendo tra la natale Cheronea e Roma, opera una sintesi tra le due culture.

Ormai l’urgenza politica di Demostene e la polemica estetica di Callimaco sono dati della storia letteraria. I racconti umanissimi nelle Vite parallele sono strumenti per un fine pedagogico, ma anche nell’Arte di ascoltare, per esempio, leggiamo una lezione di umiltà che sposta il baricentro dall’esibizione esteriore alla costruzione interiore di sé: la cosa che conta è vincere il narcisismo di voler sempre dire la propria per lasciare spazio al pensiero altrui.

Il silenzio, quando si ascolta qualcuno, è sempre un ornamento sicuro, specialmente per un giovane, ma bisogna evitare di agitarsi e di abbaiare ad ogni battuta, aspettando pazientemente che l’interlocutore abbia finito di esporre il suo pensiero, anche se non lo si condivide, senza però investirlo subito con una sfilza di obiezioni […]. Se invece è abituato a controllarsi e a rispettare gli altri mentre parlano riesce a trarre da ogni discorso qualche spunto che può tornargli utile. (Plutarco, L’arte di ascoltare, 4) La sua difesa dell’ascolto sembra quasi un paradosso oggi, nell’epoca delle risposte immediate, quando parlare è automatico, ma ascoltare è diventato un esercizio di resistenza.

L’amore come centro del mondo e la libertà dell’intelligenza Il romanzo di Caritone segna l’approdo dal pubblico al privato nel I sec. Qui, l’unica cosa che conta, la forza che muove l’universo e determina il destino dei personaggi, è l’amore, mentre la politica e la storia sono lo sfondo per le peripezie dei protagonisti.

La fine del romanzo è inequivocabile: Per parte mia penso che quest’ultimo libro sarà per i lettori piacevolissimo, perché servirà come purificazione dalle dolorose vicende dei libri precedenti.

Non vi si troveranno più né pirateria né servitù né processi né battaglie né propositi di uccidersi né guerra né prigionia, ma Giusti amori e legittime nozze. (Caritone, Le avventure di Cherea e Calliroe, VIII, 1) La domanda iniziale suggerita da Isocrate è giunta a una risposta che egli, cittadino della polis, avrebbe forse giudicato una di quelle «di poca importanza e di nessuna utilità per la vita» (Isocrate, cit., 5) Anche Luciano di Samosata nel II sec. fa uso della narrativa inventata, e nel prologo della sua Storia vera, di fronte a secoli di letteratura e filosofia che miravano a insegnare la verità, invita il lettore a un gioco dichiaratamente falso, dove il valore non sta nella veridicità dei fatti, ma nella lucidità della mente che li inventa e li giudica. Poiché non avevo nulla di vero da raccontare, mi sono rivolto alla menzogna, ma in modo molto più onesto degli altri: di una sola cosa, infatti, dirò la verità, cioè che mento. […] Scrivo dunque di cose che non vidi, né ebbi a soffrire, né appresi da altri […].

Perciò i lettori non devono prestarvi alcuna fede. (Luciano, Storia vera, I, 4) È la rivincita della fantasia e dello spirito critico: l’unico atto serio è ammettere la finzione. Conclusioni: la risposta degli studenti Dopo aver interrogato i grandi del passato, ho rivolto la stessa domanda agli studenti.

Le risposte restituiscono un affresco distante anni luce dall’orizzonte della polis isocratea. La prima esigenza che emerge è la difesa del sé in un mondo complesso.

Per Isabella E. le cose che contano sono l’«indipendenza, sia emotiva che economica» per non essere manipolabili, un concetto che risuona con la richiesta di Isabella A., per la quale il valore supremo è la «libertà» di esprimersi «senza paura di essere giudicata». È una generazione che cerca il proprio centro: c’è chi scrive di voler essere «felice, spensierata e tranquilla» (Gaia) e chi, rifiutando decisamente il sacrificio di Ifigenia, predilige la «serenità interiore» (Tommaso).

Questa ricerca di stabilità nasce dalla consapevolezza che il mondo esterno non è «totalmente bianco, né totalmente nero» (Angela) e impone spesso «standard alti e complicati» che rischiano di schiacciare l’individuo (Rita). Per non smarrirsi, dunque, serve quella «coscienza di sé stessi» invocata da Stefani contro l’omologazione, o la capacità di cogliere ogni esperienza come «occasione di crescita» (Marta).

Tuttavia, questo ripiegamento non è un rifiuto dell’altro. Se è vero che Alessandro registra con onestà un diffuso «disinteresse verso la politica», è altrettanto vero che Riccardo risponde invocando un ritorno al «benessere non solo individuale ma anche collettivo».

La politica istituzionale è lontana, ma la convivenza civile è una premura. Lavinia, infatti, lamenta una società di «automi» senza cuore, a cui Sonia risponde indicando nell’«empatia» e nel «mettersi nei panni degli altri» l’unica via per evitare l’ingiustizia.

Non manca lo sguardo sulle ferite del presente e sul futuro. Per Elisa contano le battaglie contro mali reali come «il femminicidio e il bullismo», da ricordare «affinché non si ripresentino»; una memoria che per Daria deve servire anche a «tramandare le emozioni» a chi verrà dopo di noi.

Una sintesi, infine, interessante arriva dalla riflessione di Maria Pia, che sposta l’attenzione sul «proposito»: non importa cosa si faccia, ma l’«intenzione» con cui lo si fa. Se Isocrate formava cittadini per l’assemblea, questi ragazzi cercano un senso per sé stessi e per gli altri.

In questa concentrazione sull’interiorità e nella cura delle relazioni, i nostri studenti si rivelano, forse inconsapevolmente, più figli dell’inquietudine ellenistica che delle certezze della polis classica o della visione dell’epoca imperiale. Bibliografia Callimaco, Opere, a cura di G.B. D’Alessio, Rizzoli, Milano 1996.

Caritone di Afrodisia, Le avventure di Cherea e Calliroe, in Il Romanzo classico, a cura di Q. Cataudella, Casini, Roma 1958. Demostene, Filippiche, trad. di Ilaria Sarini, Rizzoli, Milano 1992. Isocrate, Encomio di Elena, a cura di M. Tondelli, Rizzoli, Milano 1993. Luciano, Storia vera, in Il Romanzo classico, a cura di Q. Cataudella, Casini, Roma 1958.

Menandro, Commedie, a cura di G. Paduano, Mondadori, Milano 1980. Plutarco, L’arte di ascoltare, a cura di M. Scaffidi Abbate, Newton Compton, Roma 2006.

Plutarco, Vite, a cura di D. Magnino, UTET, Torino 1992. L'articolo Le cose che contano proviene da La ricerca.

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