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Italia terzultima in Europa per la spesa nell’istruzione, con i soldi alla scuola privata il governo tradisce la Costituzione
In una Legge di Bilancio 2026 di dimensioni lillipuziane, anche un fondo limitato (20 milioni di euro) come quello relativo all’incentivo per le iscrizioni di studenti alle scuole paritarie merita un approfondimento. Prima di tutto di cosa si tratta?
Nel testo approvato dal Senato, all’art.1 comma 519, si prevede che il Ministero dell’istruzione e del merito riconosca, nel limite di spesa di 20 milioni di euro per l’anno 2026, un contributo fino a 1.500 euro agli studenti frequentanti una scuola paritaria secondaria di primo grado o il primo biennio di una scuola paritaria di secondo grado, appartenenti a famiglie con reddito ISEE non superiore a euro 30.000. Analizziamo il senso e la dimensione di questo provvedimento.
Prima di tutto la soglia. Quella sotto i 30.000 euro è una soglia utilizzata per accedere ad altri bonus sociali, per esempio l’assegno unico, i bonus energetici, o i libri scolastici (per i quali il comma 518 della Legge di Bilancio 2026 prevede un contributo nella misura massima di altri 20 milioni di euro, ripartita in questo caso fra i Comuni).
Ora, questa soglia rappresenta il doppio dell’ISEE medio delle famiglie italiane, il cui valore nel periodo 2016-2024 è stato pari a 14.672 euro. I dati dell’Osservatorio su DSU e ISEE dell’INPS del 2022, indicano che i nuclei familiari con quattro componenti, con un valore medio ISEE di circa 17.647 euro, rappresentano il 26% del totale.
Il 49% delle Dichiarazioni Sostitutive Uniche (DSU) presentate nel 2022 aveva un valore ISEE al di sotto dei 10mila euro mentre i valori ISEE superiori ai 35mila euro riguardavano solo nell’8% delle DSU presentate. Dunque, la Legge di Bilancio non sta sostenendo le famiglie povere, bensì quelle di tenore di vita superiore alla media per spingerle a scegliere per i propri figli la scuola privata.
Che senso ha questo provvedimento? Certo non quello di una perequazione, giacché le famiglie con reddito davvero basso o comunque molto al di sotto dei 30.000 euro, non saranno incentivate con 1.500 euro ad iscrivere i figli alle scuole paritarie.
Già per loro i costi, che pure esistono (libri, accessori, trasporti, ecc.), della scuola pubblica, rappresentano un impegno importante, figuriamoci se con 1.500 € si possono sentire incentivati ad iscrivere i figli alle scuole paritarie. In Italia il costo medio annuo della scuola privata è per la Scuola Secondaria di I Grado oscilla tra 3.000€ e 8.000€, più la quota di iscrizione che varia fra i 250 e i 500 euro.
Per la Scuola paritaria Secondaria di II Grado i costi sono più elevati, con rette annuali comprese tra 4.000€ e 10.000€, a seconda dell’istituto e della qualità dei servizi, più la quota di iscrizione. Quindi il provvedimento è rivolto a nuclei familiari di reddito medio per aiutarle a scalare e cercare di accedere ad una scuola più esclusiva di quella inclusiva pubblica.
Ma non è affatto detto che esclusiva significhi migliore sul piano formativo, anzi. Infatti, a mio avviso, il segnale che il Governo intende dare è quello di aiutare a cambiare lo status sociale di una famiglia, non certo di sostenere il diritto all’istruzione per i figli delle famiglie più bisognose.
La Costituzione invece… Certamente è un provvedimento che non va nella direzione indicata dalla Costituzione che, all’articolo 34, dice che essa garantisce il diritto all’istruzione, obbligatoria e gratuita per almeno otto anni, a tutti. Quindi non prevede il favore in base al censo, bensì quello implicito ma chiaro, a favore dei ceti meno abbienti che avrebbero difficoltà ad accedere al diritto allo studio con le loro stesse forze (cioè il reddito da lavoro).
Tanto è che, dice l’articolo 34, “la Repubblica” (cioè il suo Governo, non le Regioni o i Comuni) “rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso”. Di quale diritto si parla qui?
Ma di quello all’istruzione, ovviamente. Che la Repubblica promuove non per censo (cioè a seconda della classe sociale che il Governo di turno intende privilegiare), ma per concorso quando si parla di “capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi”, i quali “hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”.
Ecco, dunque, la finalità chiaramente perequativa, cioè quella di garantire una parità a tutti di accedere all’istruzione e a tale fine di aiutare le famiglie meno ricche e con minori mezzi economici, della Costituzione. Questo è il mandato profondo e imperativo per le istituzioni individuate nella Costituzione, che è scolpito nella pietra dell’incipit dell’art.34:
La scuola è aperta a tutti. Nel corso dei decenni si sono fatte leggi per riconoscere la scuola paritaria o privata.
Si può e si deve discutere se questa sia stata una strada giusta o meno nello spirito delle priorità stabilite dalla Costituzione. Ma non è discutibile il fatto che, da un lato la scuola paritaria debba concorrere (e non fare concorrenza) con la scuola pubblica a realizzare le finalità della Costituzione, ovvero una scuola “aperta a tutti” davvero e che realizzi anche il diritto dei “capaci e meritevoli” che siano “privi di mezzi … di raggiungere i gradi più alti degli studi”.
Questo imperativo esclude, deve escludere, che la scuola paritaria sia una scuola esclusiva per i più abbienti, giacché altrimenti essa si porrebbe in contrasto con i precetti costituzionali. I governi della Repubblica che utilizzassero i soldi pubblici (derivanti dalle tasse di poveri e ricchi, purtroppo in modo sempre meno proporzionale) per sostenere l’accesso alla scuola paritaria, non ai privi di mezzi ma a classi sociali più agiate, tradirebbe l’obbligo che la Costituzione gli impone.
Tanto più se esso non facesse tutto quanto è in suo potere per ottemperare al suo primo obbligo, quello di realizzare una scuola pubblica (quella che, per definizione, è aperta a tutti e, almeno tendenzialmente, gratuita) di livello qualitativo e organizzativo almeno pari a quella privata. E qui casca l’asino.
Infatti, i vari Governi che si sono succeduti negli ultimi decenni – e quello della Destra non è da meno – non hanno fatto il loro dovere costituzionale in questo senso. In un paese in cui il 12,3% delle famiglie con figli nel 2024 si è trovata a vivere in condizioni di povertà assoluta (una quota che supera il 20% tra i nuclei con almeno 3 minori a carico), i dati confermano che la condizione economica delle famiglie tende a peggiorare al diminuire del titolo di studio della persona di riferimento.
Cioè, più sei povero, meno è garantito il diritto ad un’istruzione di qualità per i tuoi figli; minore è il tuo grado d’istruzione, tanto minori saranno i mezzi di sostentamento derivanti dal tuo reddito. È un circolo vizioso: i più poveri hanno minore possibilità di riscatto sociale attraverso lo studio.
L’unico soggetto che può – e deve, per obbligo costituzionale – rompere questo circolo vizioso è lo Stato. Allora, il meno che si può dire di questo provvedimento del Governo è che esso non adempie all’imperativo costituzionale di rendere il diritto all’istruzione egualitario ed effettivo per tutti.
Pochi soldi per l’istruzione Si dirà: “Si tratta di spiccioli! 20 milioni cosa sono mai?!
Il bilancio di una media impresa italiana, con meno di 250 dipendenti o di due piccole imprese con meno di 50 occupati”. Ma sarebbe un discorso sbagliato per due motivi.
Il primo riguarda il rapporto di questa posta di bilancio con l’insieme della manovra, che appunto abbiamo definito lillipuziana. Infatti quella approvata dal Senato il 23 dicembre è una manovra da circa 22 miliardi.
Si tratta di una delle manovre più basse degli ultimi anni. Negli ultimi 20 anni, le leggi di bilancio italiane hanno oscillato tra i 20 e i 40 miliardi di euro come valore complessivo.
E quella del Governo Meloni si colloca verso i limiti inferiori, presentandosi come una legge particolarmente prudente e conservativa. Per cui 20 milioni in questo contesto, “sottratti” ad interventi più strutturali, non sono spiccioli.
Il secondo motivo riguarda la percentuale della spesa statale dedicata alla scuola. L’Italia storicamente dedica una delle quote più basse d’Europa alla spesa pubblica in istruzione rispetto alle altre funzioni dello Stato (circa 7,3 % della spesa pubblica totale nel 2023) secondo il rapporto Investing in Education della Commissione Europea.
La spesa media dei paesi membri dell’Unione è del 9,6%. Se poi consideriamo il rapporto fra gli investimenti per la scuola e la ricchezza nazionale il dato è ancora più preoccupante: l’Italia si posiziona terzultima per il rapporto spesa pubblica istruzione/PIL, superando soltanto Romania e Irlanda, con il 3,9% a fronte di una media comunitaria del 4,7%.
La tendenza italiana è ad una riduzione della spesa per la scuola: nel 2019 l’Italia destinava all’istruzione l’8,2% della spesa pubblica e il 4% del PIL. La flessione italiana è più marcata rispetto al trend europeo, dove la percentuale di spesa pubblica era scesa dal 10% del 2019 al 9,3% nel biennio 2020-2021, per poi risalire al 9,6% nel 2023.
Per questo 20 milioni destinati ad un intervento una tantum non di investimenti, hanno un peso maggiore rispetto alla stessa cifra in altri paesi e contesti dove l’investimento nell’istruzione è maggiore e continuativo. Può sembrare un dettaglio, ma come si sa è qui, nei dettagli, che si nasconde il demonio.
Che in termini civici e democratici coincide con ogni deviazione dal mandato costituzionale maturato quasi 80 anni fa, quando la Costituzione fu varata anche con l’intento di ricostruire un progetto sociale per la Repubblica. In essa questa idea di scuola – egualitaria, aperta a tutti indipendentemente dal censo – doveva essere una delle pietre d’angolo.
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