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Politica

Abbuffate incostituzionali: un NO per fermare la bulimia di potere della destra

Lunedì 16 marzo 2026 ore 17:00 Fonte: Strisciarossa
Abbuffate incostituzionali: un NO per fermare la bulimia di potere della destra
Strisciarossa

Pieni poteri, controlli scarsi o inesistenti. Con mirabile coerenza, la destra è partita all’assalto della Costituzione.

Ostinazione e panzane compensano la mancanza di argomenti. Il disegno tuttavia è piuttosto chiaro e consiste nel porre sette dilemmi costituzionali ai cittadini chiamati a cimentarsi con la modifica di ben sette articoli della Costituzione su cui il Parlamento non ha pronunciato verbo.

La maggioranza ha voluto fare da sola. Come il ghiottone citato da Piero Calamandrei (Maggioranza e opposizione):

“Per mangiare il tacchino bisogna essere in due, io e il tacchino”. Per fare le leggi, soprattutto quelle costituzionali, ci vorrebbero più commensali, cioè maggioranza e opposizione.

Ma i ghiottoni al governo non vogliono. Votare No è fondamentalmente una buona occasione per metterli a dieta.

Perché, come scrisse Calamandrei, una democrazia per funzionare ha bisogno anche dell’opposizione: un po’ come l’aereo, che per volare ha bisogno della resistenza dell’aria. Ormai si sa: dove non arriva il consenso, le maggioranze si puntellano con leggi elettorali con desinenza latina in “um”, forse per attenuarne l’impressione di inconsistenza.

Porcellum, Rosatellum e ora Meloncellum, altrimenti detto Stabilicum, nome derivante dal termine Stabilità. Liste bloccate e, soprattutto, premio di maggioranza sono gli ingredienti di un’architettura pencolante, in cui alla politica – quella vera – sono attribuiti ruoli ancillari mentre all’architettura della cosiddetta governabilità si riconosce il ruolo di arbitro supremo.

Quello attuale è evidentemente un contesto in cui il concetto di consenso non se la passa bene. Anche in presenza di maggioranze robuste, come quella attuale di centrodestra.

Partiti con appeal sempre più scarso non appaiono capaci di accorciare le distanze tra i loro organismi dirigenti e periferie urbane, ceti medi impoveriti e demoralizzati, lavoratori che non arrivano alla fine del mese, cittadini che rinunciano a curarsi perché le strutture sanitarie sono inaccessibili. Provvedimenti estemporanei per una democrazia claudicante Ecco allora spuntare una nuova cassetta degli attrezzi.

Riforme elettorali, altre aspiranti alla qualifica di costituzionali (Separazione delle carriere, Premierato), tentativi di mettere una toppa a una democrazia claudicante che rischiano di procurare difetti peggiori dei problemi a cui, a sentire i promotori, si vorrebbe rimediare. La riforma Nordio-Meloni viene spesso presentata dai promori come soluzione per una giustizia poco efficiente ma, per ammissione di ideatori e sostenitori, di questo non si occupa neppure lontanamente.

Il vero obiettivo di maggioranza e governo è evitare l’applicazione del principio di legalità – quindi un controllo – anche a un’attività politica che, a parte uno scarsissimo attaccamento alla trasparenza, è sempre più spesso afflitta da analfabetismo funzionale, incapace – come nel caso dell’immigrazione – di scrivere leggi che reggano al vaglio di Corti e Tribunali. Cartellone pubblicitario del Partito Democratico sul Referendum Costituzionale del 23 e 24 marzo, alla Stazione Termini di Roma Pensereste mai di ostacolare il divorzio tra due coniugi ammanettandoli l’uno all’altro?

No, se siete sani di mente. Eppure la legge elettorale recentemente annunciata dal centrodestra fa proprio qualcosa del genere: “ammanetta” per un certo periodo l’elettorato alla maggioranza che governa con un premio di maggioranza abnorme.

A scanso di ripensamenti del popolo votante o di sorprese all’interno della coalizione di governo. In fondo anche le elezioni sono una delle forme di controllo che caratterizzano la democrazia, ovviamente non l’unica.

Imbrigliare il parere dei cittadini può rappresentare il primo passo, compiuto con una legge ordinaria. A quelli successivi si può provvedere con una legge costituzionale che introduca il premierato, rendendo puramente simbolica la figura del presidente della Repubblica e magari affidando al capo del governo, eletto con votazione diretta, il potere di sciogliere le Camere quando più gli convenga.

Molta stabilità, scarsissime possibilità di controllo dal basso. Più che una democrazia, una simil-democrazia o, se preferite, una democratura.

La destra vuole limitare o abrogare l’obbligatorietà dell’azione penale La riforma Meloni-Nordio corre nella stessa direzione. Se n’è già detto molto, ma qualche particolare va ricordato.

Sia Nordio che altri esponenti della maggioranza continuano a sottolineare che l’articolo 104 della Costituzione, quello che secondo la nuova formulazione raddoppia, anzi triplica il Csm (e i suoi costi) rimane intatto nella parte in cui afferma autonomia e indipendenza della magistratura. Basta la parola, diceva una vecchio sketch pubblicitario.

Ma come accontentarsi di parole di fronte a una pistola col colpo in canna? Nel caricatore della destra c’è già una legge delega per limitare o addirittura eliminare l’obbligatorietà dell’azione penale, facendo scegliere al Parlamento – cioè alla maggioranza, quindi al governo – quali siano i reati sui quali la magistratura può indagare.

Per introdurla nel nostro ordinamento basta una legge ordinaria che come tale non necessita di maggioranze qualificate – anche se le norme che regolano l’azione penale sono di rango costituzionale e garantiscono l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Dunque le parole scritte nella legge di riforma non bastano.

Per capire di quali reati ci si debba occupare secondo Palazzo Chigi e dintorni, basta ricordare che, dal 2022, in 54 casi su 59, il Parlamento ha negato l’autorizzazione a procedere nei confronti di suoi componenti indagati. Uno dei casi più noti è quello di Cosimo Ferri (cfr il Fatto Quotidiano del l’11 marzo scorso), uno dei politici coinvolti negli incontri all’Hotel Champagne dove si discuteva a chi affidare la direzione di importanti uffici giudiziari.

In quel caso i magistrati coinvolti sono stati “processati” e puniti dal Csm, dei politici, come si è visto, non si può dire altrettanto. Il Csm voleva processare anche Ferri, ma il Parlamento ha negato l’accesso alle intercettazioni telefoniche (nonostante una pronuncia della Corte costituzionale che bocciava lo scudo innalzato alle Camere).

Negata l’autorizzazione a procedere anche per Saverio Romano, esponente di Noi Moderati, indagato insieme a Totò Cuffaro per gli appalti della Sanità siciliana. Anche in questi casi, il controllo di legalità è stato impedito dal Parlamento.

Cuffaro, già agli arresti per l’indagine sugli appalti, era stato condannato a sette anni di carcere per favoreggiamento della mafia. Romano è stato assolto nel 2012 dall’accusa di concorso esterno con formula equivalente alla vecchia insufficienza di prove.

È vero, nel nuovo articolo 104 la magistratura è dichiarata autonoma e indipendente ma, anche alla luce degli esempi citati, non è difficile immaginare quanto ristretto sarà il suo campo d’azione in caso di vittoria del Sì. E quanto imparziale (si fa per dire) sarà la sorveglianza esercitata dall’Alta corte disciplinare, il “terzo Csm” previsto dalla riforma, la cui componente politica scelta dal Parlamento (con un finto sorteggio) sarà per forza di cose soverchiante rispetto a quella togata (selezionata con un sorteggio vero).

La destra di governo è bulimica, pronta ad accentrare poteri e soprattutto a scansare controlli che la riportino sulla strada del diritto e dei diritti, considerata chissà perché pericolosa. Meglio allontanare il tacchino con un bel No.

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