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Il Sol Levante è tornato

Mercoledì 25 febbraio 2026 ore 16:01 Fonte: Terzogiornale
Il Sol Levante è tornato
Terzogiornale

“Ciclone”, “tsunami”, “fenomeno” – sono solo alcune delle metafore più utilizzate dalla stampa giapponese e internazionale per descrivere la rapida e prorompente ascesa della “lady di ferro” nipponica, Sanae Takaichi, soprattutto dopo l’incredibile vittoria elettorale riportata pochi giorni fa. Alle elezioni per il rinnovo della Camera bassa, dello scorso 8 febbraio, il Partito liberaldemocratico ha ottenuto, da solo, 316 seggi sui 465 totali (il 67%), che diventano 352, includendo i rappresentanti conquistati dal Nippon Ishin, una formazione minore di destra che sostiene l’esecutivo di Takaichi, prima donna a ricoprire il ruolo di primo ministro nella storia giapponese.

La vittoria ha posto termine a un periodo di crisi del partito e di instabilità politica, iniziato alla fine del 2024. All’epoca, la coalizione di governo, guidata dai liberaldemocratici, perse la maggioranza alla Camera bassa, e, nel luglio del 2025, la formazione subì un’eclatante sconfitta alla Camera alta.

Il partito, guidato allora da Shigeru Ishiba, ottenne solo il 21,6%, perdendo più di cinque milioni di voti, soprattutto nelle aree rurali e nei piccoli centri, e tra i nazionalisti più accesi, scontenti della moderazione della leadership liberaldemocratica che aveva rimpiazzato il carismatico Shinzo Abe, alla guida del Paese dal 2012 al 2020. A pesare, erano stati anche i numerosi scandali per corruzione e finanziamento illecito, che avevano investito il Partito liberaldemocratico nei mesi precedenti, oltre allo scontento generato dall’aumento dell’inflazione, a partire dal 2022.

Approfittando della crisi interna, la scalata di Sanae Takaichi ai vertici del partito è stata rapidissima. Considerata l’erede politica – se non una vera e propria reincarnazione – del popolare premier giapponese, assassinato nel luglio del 2022, la leader della corrente nazionalista e ultraconservatrice ha vinto le primarie interne di ottobre.

La sterzata a destra dei liberaldemocratici ha provocato l’abbandono della coalizione governativa da parte del Komeito, un partito di ispirazione buddhista, che Takaichi ha però sostituito con il Nippon Ishin, una formazione regionalista, di destra moderata, ma liberista, radicata nella zona di Osaka, che, in cambio di un impegno ad aumentare la decentralizzazione dell’amministrazione statale e a sospendere per due anni l’impopolare imposta sugli alimenti, ha accettato di supportare, seppure dall’esterno, l’esecutivo. Dopo tre mesi di governo, complicati da una maggioranza esigua e traballante, nel gennaio scorso Takaichi ha deciso di sciogliere la Camera bassa e di convocare nuove elezioni.

Una scommessa rischiosa, che però la 65enne ha ampiamente vinto. Nella quota proporzionale, il Partito liberaldemocratico ha raccolto il 37% e ventuno milioni di voti, otto in più rispetto al 2024, conquistando 67 seggi.

Soprattutto, il partito ha letteralmente sbancato nella quota maggioritaria, conquistando addirittura 249 dei 289 collegi in palio. La sterzata a destra ha riconquistato l’elettorato più nazionalista e tradizionalista, e il carisma personale e lo stile risoluto della “lady di ferro” hanno attirato fasce di popolazione non necessariamente affini ideologicamente al partito.

Un particolare successo Takaichi lo ha registrato tra le fasce di elettorato under 30, che ha in gran parte abbandonato il Partito democratico del popolo, una formazione centrista che, in passato, aveva attirato una parte importante dell’elettorato giovanile. Le forze di opposizione si sono fatte trovare del tutto impreparate all’appuntamento.

L’alleanza centrista, formata a gennaio dal Partito costituzionale democratico – di centrosinistra – e dal Komeito – di centrodestra –, ha ottenuto solo quarantanove seggi, neanche un terzo di quelli che aveva in precedenza. L’elettorato liberale di sinistra non si è fidato di un’alleanza improvvisata e contraddittoria.

Il Partito democratico del popolo si è dovuto accontentare di ventotto seggi, il Partito comunista è crollato da otto a quattro seggi (4%), mentre – nonostante l’exploit dei liberaldemocratici trumpizzati da Takaichi – la formazione di estrema destra Sanseitō, fondata nel 2020, ha ottenuto quindici eletti (tredici in più, con circa il 7% dei voti), a ulteriore dimostrazione della virata a destra dell’opinione pubblica giapponese. Dopo una campagna elettorale di soli sedici giorni, il voto ha consegnato a Sanae Takaichi la più ampia maggioranza parlamentare mai ottenuta da un partito nel dopoguerra, consentendole così di bypassare le decisioni della Camera alta, dove la maggioranza è nelle mani delle opposizioni.

La Costituzione infatti prevede che, se un provvedimento viene bocciato dalla Camera alta, quella bassa può comunque confermarlo, a condizione che esso sia sostenuto da almeno due terzi dei suoi membri. Si tratta di un meccanismo mai utilizzato, perché mai se ne erano create le condizioni, ma che concede un ampio margine di manovra alla premier, che intende mettere velocemente mano al suo programma, incentrato su due pilastri: uno sviluppo economico sostenuto dalla spesa pubblica, e il rafforzamento della proiezione politica e militare giapponese nel mondo.

Già nei mesi scorsi, Takaichi ha proposto una politica economica “responsabile ma proattiva”, affermando che la spesa pubblica deve essere utilizzata in modo strategico per sostenere a lungo termine i settori più importanti dell’industria giapponese. La premier si ripropone di mettere fine alla tradizionale “austerità fiscale”, e di alimentare con copiosi investimenti pubblici settori come la difesa, la cantieristica navale, l’intelligenza artificiale, i semiconduttori, la produzione energetica e, in generale, la ricerca, per sostenere il Paese all’interno della sempre più accesa competizione internazionale.

La premier è però cosciente della riluttanza dei giapponesi – oltre che dei mercati e di molti investitori – nei confronti del possibile aumento dell’inflazione e del già ipertrofico debito pubblico, e dovrà trovare un equilibrio con le sue proposte. Al centro del programma di Takaichi c’è anche un freno all’immigrazione straniera.

Il numero di immigrati in Giappone – provenienti per lo più dalla Cina e dal Sud-est asiatico – è tra i più bassi tra i Paesi economicamente sviluppati, ma negli ultimi anni è rapidamente aumentato, superando il 3% nel 2023. Anche a Tokyo, la destra ha soffiato sul fuoco della xenofobia per attirare consensi, e ora la premier, nonostante la crisi demografica e il rapido invecchiamento della popolazione, promette una revisione restrittiva al procedimento per l’ottenimento dei visti e dei permessi di soggiorno, oltre che un’estensione del periodo di permanenza necessario a ottenere la cittadinanza.

L’altro cardine della proposta politica di Takaichi è la revisione della “strategia sulla sicurezza nazionale”. La premier ha deciso che l’aumento della spesa militare al 2% del Pil, che i precedenti governi avevano previsto entro il 2028, debba essere raggiunto già durante l’anno in corso, così da accelerare finalmente un deciso riarmo del Paese, da tempo accarezzato ma frenato dalle disposizioni contenute nell’articolo 9 della Costituzione nipponica, che vieta la costituzione di un vero esercito – permettendo soltanto una piccola forza di autodifesa –, e l’esportazione di armi, se non in casi eccezionali.

I liberaldemocratici hanno presentato una proposta per eliminare una parte dei limiti posti all’esportazione di sistemi bellici. Comunque, già nel 2014, Shinzo Abe impose una “reinterpretazione costituzionale”, che portò all’inizio del potenziamento delle forze armate e all’adozione del principio dell’autodifesa collettiva, il che concede a Tokyo la possibilità di intervenire militarmente qualora un alleato del Giappone sia sottoposto a un’aggressione militare.

Forte del controllo dei due terzi della Camera bassa (anche se servirebbe un analogo “sì” della Camera alta e della maggioranza degli elettori in un apposito referendum), il partito potrebbe tentare di riscrivere l’articolo 9 della Costituzione, mandando definitivamente in soffitta il tradizionale pacifismo, imposto al Paese dai vincitori della Seconda guerra mondiale, ma eletto a valore fondante da una parte importante della classe politica e dell’opinione pubblica, almeno fino a qualche anno fa. Secondo varie indiscrezioni, il governo giapponese starebbe valutando anche l’opportunità di superare i “tre principi non-nucleari”, sulla base dei quale Tokyo si è finora impegnato a non possedere, non produrre e non permettere l’introduzione di armi nucleari sul proprio territorio.

Ad eccitare gli animi, rendendo ancora più popolare nell’opinione pubblica la necessità di una proiezione militare della potenza giapponese quantomeno in Asia, ci ha pensato la stessa Takaichi, quando, lo scorso 7 novembre, nel corso di un intervento in parlamento, la neoeletta premier ha affermato che un eventuale attacco della Repubblica popolare cinese contro Taiwan rappresenterebbe una “minaccia alla sopravvivenza del Giappone”, tale da giustificare un intervento militare di Tokyo a difesa dell’isola autoproclamatasi indipendente. Poco prima di essere nominata premier, Takaichi si era già recata a Taipei, per proporre una sorta di “alleanza di sicurezza” al presidente Lai Ching-te, considerato da Pechino un “secessionista radicale”.

Questo dopo che Tokyo ha deciso di rendere permanente lo schieramento in Giappone del sistema missilistico statunitense Typh, dotato di missili a lungo raggio, che aveva già suscitato le proteste di Cina, Russia e Corea del Nord. Pechino ha risposto in maniera molto netta, promuovendo una serie di ritorsioni contro Tokyo.

La Repubblica popolare ha interrotto l’importazione di prodotti ittici, ha bloccato le esportazioni di terre rare, e ha ridotto fortemente i flussi turistici verso il Giappone, bloccando anche le proiezioni dei film e i tour delle band e degli artisti nipponici in Cina. La crisi aperta dalle dichiarazioni della leader del Partito liberaldemocratico ha già causato un danno economico notevole al Giappone.

Ma, nel quarto trimestre del 2025, il Pil è tornato a crescere dello 0,1%, dopo il tonfo – meno 1,8% – dell’anno precedente, sebbene il dato abbia deluso le aspettative, e l’economia continui a soffrire le conseguenze della contrazione dei consumi privati e dell’impatto dei dazi statunitensi. Nel frattempo, Takaichi ha dovuto registrare uno scarso sostegno da parte dell’amministrazione Trump che, evidentemente, non vede di buon occhio un aumento della tensione con la Cina attorno alla vicenda di Taiwan.

Il previsto incontro con Donald Trump, il 19 marzo, potrebbe chiarire meglio le intenzioni della Casa Bianca, ma l’atteggiamento di Washington rappresenta comunque una contraddizione non secondaria per una leader “trumpiana”, che però potrebbe rafforzare il suo consenso tra le correnti nazionaliste e le lobby che sostengono il riarmo del Giappone. Intanto, la “lady di ferro” sta tentando di trasformare stabilmente la “balena bianca” giapponese – quasi ininterrottamente al potere dal 1955 in poi – in un partito nazionalista e tradizionalista.

Takaichi sta consolidando la propria leadership, costruendosi una solida base di potere, emarginando non solo gli avversari delle correnti moderate, ma anche alcuni ex alleati, che ora lamentano una scarsa collegialità nelle decisioni. L'articolo Il Sol Levante è tornato proviene da Terzogiornale.

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