Politica
Referendum, quelle domande che la sinistra dovrebbe farsi
I numeri parlano da soli, in modo indiscutibile e crudo nel decretare risultati. E quelli del referendum costituzionale, a questo punto disconfermativo, hanno stabilito la sconfitta dell’azzardo del Governo che pensava di replicare nel Paese il Blitzkrieg maggioritario compiuto in Parlamento pretendendo di cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza.
La prima cosa che ci dicono questi numeri – 53,74% Sì e 46,26% No – è che il “sovrano” di questa Repubblica, il popolo, non è disponibile a consentire ad una maggioranza parlamentare semplice, di qualunque colore, la modifica della Costituzione, che è di tutti e non di una sola parte politica. È un popolo maturo quello che si è espresso domenica e lunedì; che ha compreso il valore e il senso profondo di quel testo che da 80 anni rappresenta il patto sociale e il programma politico di questo Paese.
Certamente lo ha capito molto meglio della classe politica che ha, più volte nel corso della storia recente, ritenuto che avere la maggioranza dei seggi parlamentari significasse disporre anche del potere costituente. Il popolo ha chiaramente detto a questo Governo e ai suoi corrivi parlamentari:
“La Costituzione non è disponibile a maggioranze politiche perché noi, il popolo sovrano, ne siamo custodi posti a tutela della sua integrità”. In piazza a Napoli dopo il risultato del referendum.
Poi c’è un messaggio chiaro per la politica e, in particolare, per la sinistra, per i progressisti. È abbastanza chiaro che si è recata alle urne una parte importante di persone di sinistra che nelle recenti tornate elettorali non aveva trovato motivi sufficienti per andare a votare.
Perché queste persone avevano rinunciato a votare? Io penso a causa dell’offerta – partiti, ceto politico e programmi politici – nella quale non riuscivano, con buone ragioni, a sentirsi rappresentati.
Ma quando in gioco è la Costituzione e il rischio del dilagare di una destra illiberale, allora questo popolo “astensionista” di sinistra torna a votare perché trova motivi seri, decisivi per tornare a votare e sa benissimo dove andare e cosa fare. Se così è, allora è questa classe politica della sinistra e progressista che deve porsi qualche seria domanda oggi.
Invece, fin dalle prime dichiarazioni, conferma la propria inadeguatezza che, verosimilmente, continuerà ad allontanare e respingere il loro popolo. Infatti, di cosa hanno parlato questi “leader” fin dal lunedì pomeriggio?
Di chi parteciperà o meno alle primarie del centrosinistra, del “campo largo”. Mica del perché al referendum gli italiani che hanno votato No al referendum sono stati 5,5 milioni in più rispetto a quelli che alle elezioni europee del 2024 hanno votato per i tre partiti del “campo largo” (Pd, M5S e AVS).
E alle elezioni politiche del 2022 i tre partiti che hanno oggi sostenuto il NO avevano ottenuto 3,9 milioni di voti in meno. D’altra parte neppure per un momento si sono soffermati sul fatto che anche nelle più recenti elezioni regionali le cose non siano andate certo meglio.
Per dire, in Toscana, nelle elezioni regionali del 2025, avevano votato il 62,60% celebrato come un grande risultato, i tre partiti del “campo largo” avevano raccolto 581.438 voti: al referendum il fronte del NO ha raccolto ben 1.071.763 voti, quasi il doppio di quelli che il “campo largo” aveva raccolto appena un anno prima. Dunque, c’è forse qualcosa che non funziona nei partiti e nei candidati che questi offrono?
Oppure nelle formule politiciste con cui i partiti si rappresentano e si propongono all’elettorato? C’è più di un indizio che fa pensare che non siano domande infondate.
E, soprattutto che tre indizi, potrebbero addirittura costituire una prova. Allora, forse, dico forse, non sarebbe il caso di fare qualcosa per far ritrovare a quei milioni di persone progressiste e di sinistra qualche motivo serio per tornare a votare?
Magari lasciar perdere formule che di per sé non dicono niente di contenutistico, di motivante, di ingaggiante, come “campo largo”, che ci dice qualcosa su un perimetro ampio, ma non che cosa questo perimetro contenga. Tanto è vero che poi ognuno dei soggetti che si inscrivono in questo “campo” hanno poi programmi diversi, competono fra loro prima e durante le elezioni per accaparrarsi un voto in più dell’altro, al fine di avere un peso maggiore dentro quel perimetro “largo”.
Ma non ci dicono niente, o quasi, su cosa li tiene insieme dentro quel perimetro, a parte il perimetro stesso. Intanto, mentre queste tre entità politiche continuano a dichiarare e discutere di cose tutto sommato futili (tipo se faremo le primarie, quali primarie, chi vi parteciperà ecc.), quei milioni di persone che hanno smesso di votarli e che invece sono andate a votare per il No al referendum, se potessero parlare, discutere, partecipare a costruire tutti insieme un progetto politico, sociale, economico, culturale per l’Italia del 2027, forse suggerirebbero intanto di cambiare nome: basta “campo largo”, potremmo chiamarlo “campo costituzionale”.
Una dizione che non indica un perimetro, ma un contenuto, il più importante, unificante e prospettico di tutti. Se la Costituzione del 1948 ha potuto unire il Paese, le forze politiche (meno quella di cui l’attuale partito di maggioranza relativa è l’erede dichiarato o, comunque, mai smentito) e costituire un progetto politico e sociale per l’Italia del dopoguerra e se ancora oggi e negli ultimi anni gli italiani vi si riconoscono a tal punto da mobilitarsi ogni volta per difenderla da riforme che ne snaturano l’impianto, allora potrebbe non essere una cattiva idea farne il perno di un progetto politico e sociale per l’Italia di domani.
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