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Politica

L’Iran, la guerra e gli europei: solo Sanchez sfugge alla doppia morale

Martedì 3 marzo 2026 ore 22:40 Fonte: Strisciarossa

Il testo che segue è un riassunto generato dall'IA dell'articolo "L’Iran, la guerra e gli europei: solo Sanchez sfugge alla doppia morale" . L'IA può commettere errori: ogni informazione va verificata attentamente.

L'articolo evidenzia come, a eccezione del premier spagnolo Pedro Sanchez, i leader europei e Bruxelles rimangano in silenzio riguardo alle violazioni del diritto internazionale perpetrate dagli Stati Uniti e da Israele in relazione alla situazione in Iran e alla guerra in corso.
L’Iran, la guerra e gli europei: solo Sanchez sfugge alla doppia morale
Strisciarossa

Fra tutti i capi di governo dei maggiori paesi dell’Unione europea soltanto lo spagnolo Pedro Sanchez ha condannato formalmente la violazione del diritto internazionale compiuta da Israele e dagli Stati Uniti con i bombardamenti sull’Iran. Gli altri leader e le autorità di Bruxelles tacciono sull’attacco, ma parlano, eccome, sulle sue conseguenze: le rappresaglie che Teheran ha scatenato contro le installazioni americane ospitate nei paesi del Golfo e che sono state considerate dagli europei come ingiustificati attacchi agli stessi paesi.

Atti di guerra, questi, cui sarà necessario rispondere con atti di guerra. C’è un che di paradossale in questa asimmetria, la quale non va giudicata con i criteri della morale (la condanna per i morti innocenti a centinaia provocati dai bombardamenti americani e israeliani, a cominciare dalle bambine di una scuola elementare), perché si tratta di una questione del tutto politica.

La volontà di evitare l’imbarazzo di doversi trovare, richiamando le ragioni del diritto, a “difendere” un regime sanguinario verso il suo stesso popolo e pericoloso per la sicurezza del mondo può in parte spiegare ma non giustificare questa doppia morale che, come gli eventi delle ultime ore sembrano drammaticamente indicare, rischia di precipitare l’Europa stessa in una guerra che altri hanno voluto e altri conducono con criminale determinazione. Il pericolo c’è ed è stato richiamato non solo dagli osservatori e dai media ma anche da fonti ufficiali di Bruxelles.

Lo si deduce leggendo, nero su bianco, l’articolo 42 del Trattato dell’Unione: “Qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso, in conformità dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite“.

In teoria, questa clausola, obbligatoria, di difesa reciproca indicata dall’articolo 42 del TU e redatta evidentemente sul modello del famoso articolo 5 del Trattato NATO avrebbe dovuto già scattare nel momento in cui un certo numero di droni, lunedì scorso, ha attaccato la base britannica di Akrotiri sull’isola di Cipro che non solo fa parte dell’Unione europea ma proprio in questo periodo esercita la presidenza di turno del Consiglio. Poiché è stato detto (e magari è anche vero) che l’attacco è venuto dagli hezbollah del Libano e non direttamente dall’Iran, per il momento dall’incidente non sono state tratte le conseguenze ex articolo 42, ma è evidente che ogni futuro attacco simile che venisse accertato come proveniente dal territorio iraniano farebbe scattare il meccanismo della clausola.

Una situazione esposta al rischio enorme di un coinvolgimento diretto di tutta l’Europa nel conflitto in conseguenza di provocazioni intenzionali ma anche di incidenti non voluti. Non ci sono, insomma, soltanto le ragioni etiche a rendere insopportabile questa asimmetria, ultimo prodotto di una pratica di doppia morale di cui l’occidente (quel che ne resta) sta dando drammatiche esibizioni da molto tempo, anche prima che alla Casa Bianca si insediasse Donald Trump.

Lo scandaloso silenzio (-assenso?) di tanta parte dell’establishment di governo dell’Europa verso l’ennesima violazione del diritto da parte americana ha una ragione politica profonda nel modo in cui negli anni – almeno dalla caduta del Muro di Berlino – sono andati configurandosi i rapporti tra le due sponde dell’Atlantico. Semplificando in modo forse troppo brutale una realtà certamente molto complessa, possiamo dire che l’Europa non è riuscita a tenere sempre saldo il principio della preminenza del diritto nelle relazioni internazionali rispetto alle ragioni della forza cui spesso affidavano la loro visione le amministrazioni americane.

In un modo e in una misura, peraltro, che trovava corrispondenza nelle potenze controparti, fossero la Russia o la Cina. La testimonianza più chiara di questa debolezza europea nella difesa del diritto internazionale è nella clamorosa incapacità di promuovere una riforma delle Nazioni Unite della quale tutti in teoria vedevano l’assoluta necessità senza che nessuno, sollevandosi dal piano degli studi e dei progetti da anime belle, fosse capace di trarne le necessarie conseguenze pratiche.

In molti commenti che si possono leggere da quando il padre padrone della Casa Bianca ha portato al parossismo l’arbitrio delle proprie incontinenze imperiali si sostiene che la morte del diritto internazionale è stata decretata dall’impotenza dell’ONU di fronte all’invasione russa dell’Ucraina. Certamente la spezoperatjia di Vladimir Putin ha rappresentato l’episodio più emblematico del soprassalto della prepotenza armata internazionale che sembra essere diventato il metodo nella gestione dei rapporti tra le nazioni (e spesso anche al loro interno).

Ma non è stato l’inizio. A parte i precedenti che hanno visto la stessa Russia nella parte dell’aggressore, dalla guerra sanguinaria di riconquista della Cecenia alla conquista “pacifica” della Crimea alla guerra contro la Georgia, la storia degli ultimi tre decenni è piena di eventi in cui l’ONU è stata intenzionalmente messa fuori gioco.

Se proprio si volesse cercare l’inizio di queste pratiche si potrebbe risalire alle guerre nella ex Jugoslavia, quando le pressioni americane e la condiscendenza europea portarono a individuare nella NATO piuttosto che nelle Nazioni Unite lo strumento per difendere i sacrosanti princìpi del diritto umanitario nel sanguinoso caos dei conflitti etnici. A promuovere allora questa “sostituzione” furono soprattutto gli americani sotto la guida del presidente Bush senior che all’indomani della caduta del Muro di Berlino e dello scioglimento del Patto di Varsavia aveva imposto agli europei e ai tedeschi piuttosto riluttanti il mantenimento dell’alleanza che – disse a Helmut Kohl – aveva “vinto la guerra fredda”.

L’impotenza dell’ONU ha avuto il suo più tragico effetto – dobbiamo dire “finora”? – nel genocidio di Gaza che pure ha trovato sanzione giuridica nella Corte internazionale senza che ciò, sempre per volontà o inedia dei governanti, anche europei, trovasse qualche pratica conseguenza e ci sono tutte le premesse perché si manifesti anche nella guerra che sta seminando morti, distruzioni e desolante pessimismo sulla capacità dei popoli a vivere in pace dall’Iran al Libano ai paesi del Golfo. Sappiamo che oggi è così, ma c’è qualche ragione per chiedersi se proprio per forza dev’essere così.

È davvero impossibile un soprassalto di consapevolezza che porti almeno i paesi del nostro continente a cercare le vie di riportare in vita l’unica organizzazione che ha ancora la pretesa di governare un minimo di ordine del mondo? In fin dei conti un punto di forza un progetto di rivitalizzazione lo troverebbe nella presenza (certo anacronistica, ma in questo caso positiva) di due stati europei, la Francia e il Regno Unito, tra i cinque membri permanenti dello stesso CdS.

In un articolo scritto per “strisciarossa” il presidente del Movimento europeo italiano Pier Virgilio Dastoli ha proposto che l’Unione europea, “ispirandosi alla posizione espressa dal Segretario generale dell’ONU António Guterres”, presenti una risoluzione urgente al Consiglio di Sicurezza che, oltre all’immediata cessazione delle ostilità, preveda la ripresa dei negoziati di Ginevra, l’impegno di Teheran a rispettare il Trattato di non proliferazione nucleare consentendo le visite dell’AIEA, “la fine delle repressioni e il rispetto dei diritti fondamentali in Iran come a Gaza e in Cisgiordania”, la garanzia dell’indipendenza e dell’inviolabilità dell’Iran e di tutti gli stati della regione, la convocazione di una Conferenza per la cooperazione e la sicurezza in Medio Oriente sul modello dell’OSCE, con un progetto di associazione con l’Unione europea. Nessuno, probabilmente neppure Dastoli, si fa illusioni sull’accoglienza che una simile proposta, nel clima maledetto di questi tempi, potrebbe ricevere.

Ma almeno potrebbe servire a indicare un obiettivo verso il quale tendere e l’esistenza, nonostante tutto, di forze e movimenti che intendono perseguirlo. Perché se non si riesce a ricreare le condizioni di sopravvivenza e di ripresa di un minimo di ordine fondato sul diritto nelle relazioni internazionali la prossima guerra mondiale è davvero dietro l’angolo.

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