Politica
Sánchez, il calvario di un socialista
Pedro Sánchez, presidente del governo spagnolo, passerà alla storia come l’unico leader politico europeo che, negli ultimi vent’anni, abbia detto e fatto “qualcosa di sinistra” (per dirla con Nanni Moretti). Tra mille difficoltà, sulle quali ci soffermeremo più avanti, è riuscito a dare vita a una coraggiosa politica sociale, coniugata con una crescita economica sorprendente, mantenendo inoltre la “schiena diritta” – da hombre vertical,come si dice in Spagna – nei confronti del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.
Ha negato, infatti, l’uso delle basi militari in territorio iberico per bombardare l’Iran, una scelta che ha irritato non poco il tycoon, già fuori di sé dopo il “no” di Madrid all’aumento del budget destinato alle spese militari. A ciò si aggiungano la condanna dell’aggressione al Venezuela, con l’arresto del presidente Maduro e di sua moglie, e, per quanto riguarda Israele, il ritiro dell’ambasciatrice da Tel Aviv.
Un unicum, questo, nel vecchio continente, del resto preceduto dalla netta condanna del genocidio perpetrato a Gaza, dal boicottaggio economico nei confronti dello Stato ebraico e dal riconoscimento dello Stato di Palestina. L’operato di Sánchez e il suo profilo hanno attirato sempre più l’interesse dei media internazionali, perché è riuscito a tener fermo al rispetto del diritto internazionale, senza peraltro allontanarsi dalla Nato, ed è stato attento a non minare la propria politica di sinistra sui temi sociali, merce rara nel socialismo europeo (per non parlare del Partito democratico italiano).
Vale la pena ricordare quanto deciso dall’esecutivo spagnolo su questo fronte: anzitutto, il salario minimo mensile, passato da 735 euro a oltre mille (in Italia non esiste affatto, come sappiamo). Poi, nel 2021, la riforma del lavoro, grazie a un accordo tra i sindacati e il dicastero presieduto da Yolanda Díaz, fondatrice dell’alleanza di sinistra Sumar, nonché ex esponente del Partito comunista, che mise un drastico limite ai lavori a tempo determinato.
E ancora, sussidi per i trasporti pubblici e contenimento dei prezzi dell’energia, introdotti nel corso della guerra in Ucraina; mentre, per le famiglie più povere, è stato creato un minimo vital, vero e proprio reddito di cittadinanza, contro cui da noi venne dichiarata una guerra senza quartiere, e non solo dalla destra. Questi sforzi, finalizzati a contenere gli effetti nefasti del neoliberismo, sono stati accompagnati da una crescita economica straordinaria, con punte, nel 2024, tra il 3,2 e il 3,5%.
Testate autorevoli come “The Economist”, “Financial Times” e “Bloomberg” hanno definito l’economia spagnola una delle più dinamiche d’Europa, complici anche i forti investimenti nell’ambito della transizione energetica e i fondi europei del programma Next Generation EU. “Nel complesso – scrive Emmanuel Raffaele Maraziti, blogger, laurea in scienze politiche e collaboratore della testata di politica internazionale ‘La fionda’ – Sánchez sembra aver costruito un modello politico che unisce socialdemocrazia classica e liberalismo progressista: difesa dello Stato sociale, rafforzamento dei diritti dei lavoratori e forte attenzione ai diritti civili.
Anche nel dibattito europeo sulla competitività economica – aggiunge Maraziti – Sánchez ha infatti sostenuto una linea opposta a quella di chi propone un ridimensionamento del welfare”. Per il leader socialista “l’Europa non può competere nel mondo rinunciando allo Stato sociale.
Deve competere rafforzandolo”. Tutto questo, però, mal si concilia con la debolezza cronica dell’esecutivo, sottoposto a un continuo stress, sia a causa dei problemi interni al partito di maggioranza sia per quelli tra le forze situate alla sua sinistra.
Domenica 15 marzo, nel voto in Castilla e León, alla riconferma del Partito popolare alla guida della regione, con il 35,4% dei voti e due seggi in più (l’estrema destra di Vox si è fermata al 18,92%, guadagnando un solo seggio), si è affiancata la tenuta del Psoe, con il 30,74%, anch’esso con due seggi in più. Ma, a questo risultato che potremmo definire non negativo, si è tuttavia aggiunto il disastro elettorale delle forze più a sinistra, che non hanno ottenuto alcun seggio.
Una sconfitta, che ridimensiona nel complesso la tenuta del partito di Sánchez. Una débâcle simile a quanto successo il mese scorso, quando Díaz, fondatrice appunto di Sumar – che tuttora ha cinque ministri nell’esecutivo –, ha dichiarato di non candidarsi alle prossime elezioni del 2027, almeno non come rappresentante della sua formazione politica.
Una decisione maturata dopo il pessimo risultato delle elezioni europee del 2024, soltanto il 4,63%, contro oltre il 12% conseguito nelle precedenti elezioni politiche nazionali. A questo si aggiungano sia lo scandalo sessuale – che aveva coinvolto Íñigo Errejón, numero due della formazione della ministra – sia il conflitto con Podemos, che ha portato il partito fondato da Pablo Iglesias nel 2014 fuori dall’esecutivo.
Questo caos si è tradotto, oltre alla sconfitta di Sumar, in una Caporetto per Podemos, ormai lontanissimo dai fasti successivi alla sua fondazione, quando superava il 20% dei consensi, ormai sceso a un misero 3,27% nel voto per il rinnovo dell’assemblea di Strasburgo. Dicevamo anche di altri guai che hanno indebolito l’esecutivo.
Lo scorso 18 gennaio, il deragliamento del treno ad alta velocità diretto a Malaga, che ha provocato uno scontro con un altro convoglio proveniente dalla direzione opposta, ha causato ben quarantasei morti e oltre trecento feriti. Un disastro che ha messo inevitabilmente sulla graticola l’esecutivo e la sua capacità di garantire la sicurezza nel trasporto ferroviario.
Stesso scenario per il grande blackout dell’aprile 2025, che ha lasciato per un giorno intero senza corrente l’intera penisola iberica, compreso il Portogallo. Un evento sulle cui cause sta lavorando una commissione parlamentare, finora senza alcun esito.
A tormentare i sonni di Sánchez è intervenuto inoltre, nello scorso giugno, il gravissimo scandalo Koldo (dal nome di Koldo Garcia, ex collaboratore dell’ex ministro dei trasporti José Luis Ábalos), accusato di affari illeciti riguardo a una fornitura di mascherine durante la pandemia, con tanto di favori economici e politici. L’uomo è stato una figura di primo piano durante il primo governo Sánchez.
Altri scandali, poi rivelatisi infondati e frutto di un complotto organizzato ad arte dall’estrema destra, hanno sfiorato il presidente del governo: avevano visto come vittime la moglie Begoña Gómez e il fratello David Sánchez Pérez-Castejón. Se consideriamo che, già nel 2023, malgrado la buona politica, il leader socialista ha dovuto faticare non poco per mettere insieme una maggioranza – raggiunta grazie a un accordo con gli indipendentisti catalani della Sinistra repubblicana e di Junts per Catalunya, la formazione dell’ex presidente catalano Carles Puigdemont, e con altre formazioni regionali – possiamo a stento immaginare che cosa potrà succedere il prossimo anno.
Ma, scandali a parte, dai quali Sánchez sembra essere uscito relativamente bene, il maggiore problema per lui è la crisi delle forze collocate alla sua sinistra, senza le quali la sconfitta è difficilmente evitabile. È presto per dirlo (anche tenendo conto che Sánchez ha comunque già annunciato la propria ricandidatura), ma una carta vincente potrebbe essere – tra mille “se” e “ma” – Gabriel Rufián, portavoce parlamentare della Sinistra repubblicana, il partito indipendentista catalano.
“Nato politicamente durante il processo indipendentista – sottolinea Maraziti –, negli anni ha cercato di costruire un profilo politico più nazionale. Il suo stile diretto e polemico lo ha reso uno dei parlamentari più riconoscibili della politica spagnola.
Affermò che ‘il problema della Spagna non è che ci sono troppi diritti sociali, ma che ci sono troppi privilegi per pochi’”. Va da sé che più di uno a sinistra abbia cominciato a pensare a lui come a una nuova candidatura capace di riunire le tante anime della sinistra spagnola.
Un obiettivo tutt’altro che semplice, ma che andrebbe raggiunto, pena la quasi certa sconfitta della migliore esperienza di governo che l’Europa abbia visto negli ultimi anni. Immaginare, nel 2027, la Spagna nelle mani di una destra alleata all’estrema destra, come già successo a casa nostra, è più di un incubo.
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