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Cultura

Conversazione con Alessandro Bandini, sono stato "Per sempre"

Lunedì 23 marzo 2026 ore 23:10 Fonte: ReWriters
Conversazione con Alessandro Bandini, sono stato "Per sempre"
ReWriters

La prima volta che incontrai Alessandro Bandini era un giovane studente della Scuola Piccolo Teatro di Milano, diretta da Carmelo Rifici. Da subito si notava il suo desiderio di trovare uno spazio nel mondo del Teatro, tant’è che alla nostra prima chiacchierata raccontò che fin da bimbo creava personaggi con drammaturgie fantasiose improvvisando già come un attore adulto.

Con la faccia da bravo ragazzo, i modi gentili ed educati e con la perseveranza, si è fatto strada in quel mondo al quale sognava di appartenere, dimostrando di essere un bel talento della nuova generazione di giovani artisti italiani, imponendo il suo particolare modo di stare in scena: uno stato performativo intenso e con un’irruente emotività all’apice di ogni sua interpretazione. Affrontando diverse sfide e difficoltà è riuscito a crescere in maniera esponenziale, fino a farsi notare in tutto il teatro italiano con la messa in scena del suo ultimo lavoro di cui è regista autore e attore, Per Sempre, dedicato allo scambio epistolare tra Giovanni Testori e il suo giovane amante Alain Toubas.

Tolta la mia amicizia che ci lega da tempo, di cui conosco in maggior misura la generosità d’animo di Alessandro, ho deciso di fare questa intervista ad un sognatore che per debuttare con un lavoro totalmente di sua creazione ha studiato tanto e tanto si è preparato, investendo il suo tempo in qualcosa che su carta poteva essere fallimentare ma che la realtà ha dimostrato essere un successo, perché corrisponde esattamente alla sua anima, al suo crederci…e di questi tempi potrebbe essere un bello sprone per chi vuole iniziare (e non solo) questa folle vita del Teatro. Se dovessi raccontare di te in terza persona, come ti racconteresti?

Mi presento raccontando di me ciò di cui un po’ mi vergogno: ha tenuto il ciuccio di notte fino a 10 anni, è sentimentale come una canzone di Adele ma pop come quelle di Lady Gaga, sogna di cantare all’Arena di Verona e piange ancora con i singhiozzi davanti a Billy Elliot. Per darsi un tono dice che Elsa Morante e Luigi Tenco sono, rispettivamente, la sua autrice e il suo cantautore del cuore.

Che significa, per te, essere un regista/autore/attore di sé stesso? È stata una scoperta folgorante, meravigliosa e insieme maledetta.

Grazie, e per colpa, del mio primo lavoro da autore, attore, regista di me stesso, Per sempre, mi sono trovato per la prima volta davanti alle “Notti Insonni”, che scrivo con la N e la I maiuscole perché sono il nome proprio del mostro che mi fa più paura al mondo. Ricordo le ore passate a chiedermi se il progetto avesse un senso, se la drammaturgia che stavo costruendo fosse rispettosa nei confronti di un amore così privato, ma allo stesso tempo fedele a quel desiderio che mi aveva spinto ad aprire tutte quelle lettere.

Mentre me lo chiedevo, lottavo con la paura di essere l’unico uomo al mondo rimasto sveglio. A queste Notti Insonni, però, sono sopravvissuto.

Anzi, ho scoperto di poter essere forte e creativo nella mia solitudine, cosa che non avrei mai immaginato. Cosa ti spaventa, di più, del mondo del Teatro?

Più che il mondo del Teatro, mi spavento di me stesso in rapporto al mondo del Teatro. A volte ho paura che, per insicurezza o per narcisismo, in futuro possano aprirsi varchi dentro di me capaci di annebbiare la mia libertà di esplorazione e creazione.

Quella libertà proprio non vorrei perderla per nulla al mondo. Credo che se non si resta sinceri con se stessi, il rischio di venire meno alla propria natura sia sempre dietro l’angolo.

Questo discorso per me si lega anche alla possibilità di sbagliare. Credo, e l’ho esperito sulla mia pelle, che un percorso di ricerca, se veramente libero, debba contemplare anche il fallimento.

Io auguro a tutte le attrici e a tutti gli attori di sbagliare, di inciampare quando si incontra un personaggio difficile, perché è solo con le ginocchia sbucciate che si impara ad andare in bicicletta. Ed è solo affrontando salite e discese che si può dire di aver rischiato davvero: magari ci si fa un po’ male, ma almeno si vive.

E soprattutto ci si sottrae alla tentazione mortifera e terribilmente noiosa di livellarsi a qualcosa di riconoscibile e “che funzioni”. Cosa ti fa "perdere la testa" (in positivo e anche negativamente)?

Mi fanno perdere la testa le ingiustizie sociali. In positivo, i baci del mio amore.

Quali difficoltà trovi, se ne hai, nel rapportarti ai/alle registi/e con i quali lavori? La difficoltà più grande, al momento, è trovare (o forse accettare di non poter sempre trovare) un equilibrio tra il mio desiderio di libertà e la visione della o del regista.

Oggi la chiamo difficoltà; tra qualche anno spero di poterla chiamare sfida, o stimolo. Qual è la parte più bella del tuo lavoro?

La libertà di svegliarsi al mattino sentendosi felicemente investiti, attraversati, da ciò che si prova a fare. E’ questo che mi fa sentire vivo.

Aggiungo che creare uno spettacolo in tutte le sue parti è stata una gioia che raramente ho provato nel mio lavoro. La definirei una fatica fisica, proprio del corpo.

Non porterò mai un bambino in grembo, ma questi anni di studio e di ricerca sono stati, per me, come una sorta di gestazione: come partorire e mettere al mondo una creatura. Che tipo di spettatore sei, quando vai a teatro?

Sono uno spettatore speranzoso: mi auguro sempre di rimanere colpito e spostato da quello che vedo. Vorrei dirti che entro sempre in sala con uno sguardo vergine, ma non sarebbe vero: facendo questo mestiere divento inevitabilmente uno spettatore un po’ esigente.

Quello che però mi conquista è quando l’artista si ritrae quel tanto che basta perché la materia possa finalmente parlare. Solo in questo modo per me lo spettacolo può aprirsi e permettere a me spettatore di entrare nel processo creativo con la mia personale sensibilità, immaginazione, esperienza, vita.

Cosa ti diverte di più del racconto che fanno di te gli amici/che...oppure le persone che non conosci ma delle quali percepisci cosa pensano di te? Mi fa ridere quando mi dicono che sono completamente matto, e mi fa ancora più ridere quando mi prendono in giro perché oggi recito i versi di Testori, mentre a diciotto anni facevo file di mille ore per i provini dei talent!

Teatro = Politica? In treno oggi parlavo con il mio compagno di un episodio impressionante: il 25 agosto 1830, al Théâtre de la Monnaie di Bruxelles in Belgio, viene rappresentata La Muette de Portici, in un clima già molto teso contro il re Guglielmo I dei Paesi Bassi.

La Muette racconta di una rivolta popolare a Napoli contro il potere straniero spagnolo. Quella sera, durante il duetto “Amour sacré de la patrie”, gran parte del pubblico belga uscì dal teatro e si riversò per le strade, sventolando il tricolore nero, giallo e rosso.

La forza politica dell’arte ha dato voce a un desiderio collettivo ed è stata scintilla per la Rivoluzione belga e la successiva indipendenza. Per questo mi chiedo: siamo ancora capaci di credere che il teatro smuova le piazze?

Vogliamo ancora che abbia un valore politico, anche pericoloso? Credo che siano domande che la comunità teatrale dovrebbe avere il coraggio di chiedersi.

Cosa abbiamo (fortunatamente) lasciato del Teatro del passato? Credo che, fortunatamente, stiamo lasciando indietro una certa violenza nel rapporto tra regista e attore, l’idea che per ottenere un buon lavoro si debba passare attraverso la mortificazione o una forma di sofferenza imposta.

Non penso che la brutalità generi verità. Mi interessa molto di più un teatro sì esigente, ma capace di costruirsi sull’ascolto e sul rispetto.

Nel mio progetto Per Sempre ho scelto di circondarmi di collaboratori artistici che guardassero al mio lavoro con generosità e nessuno è mai entrato in sala per imporsi sulla materia, ma per accompagnare un processo. Qual è la difficoltà maggiore nel proporre i propri spettacoli ai vari direttori dei teatri?Per Per Sempre ho avuto la grande fortuna di essere sostenuto dal Lac di Lugano, che è produttore esecutivo, e da Giuseppe Frangi, presidente di Casa Testori.

Ora che stiamo cercando di farlo circolare, quello che noto è che la difficoltà maggiore sta nel cercare di farsi ascoltare: se non ti conoscono è difficile che si interessino al progetto, prima ancora di valutarlo. Cosa stiamo abbiamo (purtroppo) perso del Teatro del passato?

Più che una presunta grandezza del passato, credo abbiamo perso una certa pratica del dissenso: il dibattito acceso, il confronto vivo tra le artiste, artisti e pubblico. Ma forse abbiamo purtroppo perso qualcosa di ancora più raro: il coraggio di esporsi con il proprio pensiero senza temere il conflitto.

Un tempo il teatro sembrava abitato da figure capaci di portare nello spazio pubblico una visione radicale, anche scomoda, figure che se ne assumevano tutta la responsabilità. Ecco, l’idea di un teatro come luogo di attrito.

Sei diventato ciò che sognavi di diventare da bambino? Da bambino sognavo di vincere un Oscar o un Grammy, quindi direi che siamo ancora molto lontani!

Però il sogno di potermi scoprire tramite il palcoscenico, un sogno che si è acceso nella Sala Trionfo del Teatro della Tosse quando avevo sette anni, quello sì, piano piano si sta realizzando! Cosa pensi del "Pubblico" (spettatori/trici)?

Ho una foto con una spettatrice, a Torino, dopo Come nei giorni migliori: ci siamo noi due che ci abbracciamo, si vede la mia schiena e il suo volto sincero che sorride. Ecco, le parole che vorrei raccontassero il mio rapporto con il pubblico sono proprio queste: abbraccio e sincerità.

Sono due parole che, non a caso, sono emerse anche lavorando e confrontandomi con Sciarroni e con Lidi, negli ultimi spettacoli. Devo confessarti però che è stato anche osservando te (Tindaro) e ammirando la cura con cui coltivi ogni singolo rapporto con ogni singola spettatrice e spettatore che ho capito quanto questo legame d’amore abbia un valore per me.

Cosa significa essere un artista Queer, per te? È una domanda delicata, perché negli ultimi tempi mi è capitato spesso di interpretare personaggi o figure queer (penso a Viola/Sebastiano nella Dodicesima Notte, a Come nei giorni migliori, fino al mio Per Sempre dove si racconta l’amore tra due uomini), ma allo stesso tempo devo riconoscere che in nessuno di questi lavori l’omosessualità è il tema centrale della drammaturgia.

Per esempio, scoprire che Testori, nella parte più intima di sé a cui ho avuto accesso attraverso le lettere, non parlasse mai del suo amore per Alain con un senso di colpa o d’inadeguatezza, è stato un faro importante nella costruzione della drammaturgia: lo spettacolo infatti parla sì d’amore, ma ancora di più della lotta, umana e fragile, tra l’artista e la sua stessa arte. Se poi mi chiedi cosa significhi essere un attore queer nel rapporto con le registe o i registi con cui ho lavorato, credo dipenda sempre dalla sensibilità di chi hai davanti: finora non ho mai trovato muri o barriere.

Chi è il tuo punto di riferimento, oggi (cinema teatro musica arte vita privata…)? Mia nonna Luisa.

E’ stata come una madre per me ed è stato anche il mio primo lutto perché l’ho persa quando avevo solo 10 anni. Così, una notte, se n’è andata.

Penso spesso a lei e la immagino sempre come la prima spettatrice in sala. Vorrei poterla riabbracciare oggi, a 31 anni, per ringraziarla: è grazie al suo immenso amore se ho avuto il coraggio di seguire i miei sogni.

Cos'è che ti fa scoraggiare? La mancanza di coraggio nelle scelte, soprattutto tra noi giovani artisti.

E mi scoraggia la mediocrità, soprattutto quando viene esaltata. L'ultima volta che ti sei commosso per un'opera d'arte (cinema teatro musica musei)?

Vedendo le prove dello spettacolo del mio compagno. Ricordo il momento in cui ha provato in piedi, per la prima volta, il testo che ha scritto sui cantanti e gli artisti queer nella storia della musica: la sua forza d’animo, il suo spirito intrepido, la sua tenacia e soprattutto la sua dignità mi hanno travolto.

E’ stata un’ispirazione. In cosa credi?

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