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Cultura

Parigi e il senso di Richter per la Storia

Mercoledì 31 dicembre 2025 ore 09:36 Fonte: La ricerca
Parigi e il senso di Richter per la Storia
La ricerca

Edificio della Fondation Louis Vuitton © Iwan Baan / Fondation Louis Vuitton, 2014 Arrivo da una recente trasferta parigina: Parigi, si sa, val bene una messa e anche qualcosa in più, confermo che tornarci è sempre una bella sorpresa, perché la magnificenza dei palazzi, lo sfarzo che luccica sotto le feste e l’ampiezza dei boulevard, dei giardini e delle piazze sono in realtà lo scheletro di una città che è sempre in movimento, emblema dell’effimero, mai del tutto uguale a sé stessa.

La Tour Eiffel. Foto Elena Rausa La torre di ferro a questo giro era avvolta dalla nebbia, ma che la città cambia ogni volta si capisce meglio se si ha la follia di girarla pedalando, anche d’inverno, e godendo della sua superficiale bellezza grazie a un sistema efficiente di piste ciclabili e app di noleggio di veicoli elettrici.

Neppure il freddo è un problema se la città è una festa per gli occhi. Per esempio: vogliamo una prova della regalità, della potenza, del lusso?

Ecco lo spazio generoso che consente il campo largo sui fasti che furono: la grandeur, qui, va presa alla lettera. Che sfacciata opulenza… non fosse che tanto il campo largo quanto la trasformazione continua sono state e sono soprattutto scelte politiche: quella di contenere il delirio edilizio – parlo del centro cittadino, ovvio, e di ieri prima che di oggi, dato che si pedala in uno spazio pensato e progettato – e quella di appaltare ai maestri dell’architettura la reinterpretazione degli edifici, o le nuove realizzazioni, e dunque anche l’immagine contemporanea della città (ma fu così anche al tempo di Eiffel).

In generale, i cugini di Francia, cui siamo soliti attribuire qualche difetto, come succede tra consanguinei, hanno il merito di non lesinare sugli investimenti culturali: è anche una questione di prestigio, comprovata dalla tradizione dei presidenti francesi che non di rado, a fine carriera, regalano alla comunità un bel progetto culturale. Mi conferma il rispetto per la cultura Florence Raul, fondatrice de La Libreria – Libri italiani, Livres français, nel IX arrondissement, oggi elegante quartiere di teatri e musei: la cultura è sempre un po’ in crisi di questi tempi, ma i francesi leggono, anche per gli investimenti dei loro governi, che tutelano il mercato librario e le piccole realtà indipendenti.

Per intenderci, citerò a memoria (e senza pretesa di esaustività) la legge cosiddetta “anti-Amazon” (che impedisce i grandi sconti sui libri tutelando le piccole realtà commerciali), i sussidi post Covid e la promozione della cultura libraria. Non è un caso, insomma, che nel 2024 la Francia sia stata insignita dall’Unesco del titolo di Capitale Mondiale del libro.

Bourse de Commerce, Collection Pinault. Foto Elena Rausa.

Aussi les modernes! Usciamo per una volta dai percorsi classici e veniamo alla reinterpretazione degli spazi e alla creazione di nuovi luoghi iconici, a volte davvero stupefacenti.

Ne segnalo tre per allargare l’itinerario possibile dei prossimi visitatori: il museo dell’Istituto del Mondo Arabo, la Borsa del Commercio che oggi ospita la Collection Pinault e, naturalmente, La Fondazione Louis Vuitton. Sul primo, che è anche il meno recente dei tre, tornerò nel prossimo articolo, perché voglio raccontare, prima che chiuda, la mostra dedicata al mito di Cleopatra, interessante possibilità di guardare a una protagonista dell’immaginario Occidentale anche (e ragionevolmente) attraverso il punto di vista dei suoi legittimi eredi.

Del secondo, che in questi giorni ospita la mostra Minimal, voglio dire anzitutto che anche senza esposizione meriterebbe la visita. L’edificio del XVI secolo, ex mercato del grano, si trova nel quartiere di Les Halles, a due passi dal Louvre, ed è dal maggio 2021 centro espositivo della collezione di François Pinault, imprenditore multimiliardario francese (Gucci, Yves Saint Laurent…) nonché uno dei maggiori collezionisti d’arte contemporanea al mondo, con oltre 10.000 opere e due sedi permanenti veneziane, Palazzo Grassi e Punta della Dogana.

La trasformazione è stata affidata all’architetto giapponese Tadao Ando, che ha inserito un cilindro di cemento (38 m di diametro, 9 m di altezza) sotto la cupola dell’edificio circolare, creando così, pur senza alterare l’architettura del XIX secolo, una passeggiata architettonica che rende suggestivo il dialogo tra storia e modernità: la promenade guida i visitatori a percorsi meditativi attraverso materiali minimali, alternanza di luce e ombra, dialogo con i marmi e gli affreschi ottocenteschi. Come non aggiungere, con un po’ di ironia, che la visita spettacolare offre scorci decisamente instagrammabili?

Una nuvola di vetro a due passi dal Bois de Boulogne Edificio della Fondation Louis Vuitton © Iwan Baan / Fondation Louis Vuitton, 2014. Ed eccoci alla Fondazione Louis Vuitton.

Partiamo proprio dall’edificio e dalla mission della Fondazione, che dichiara il suo impegno per le arti contemporanee in una prospettiva storica (lo si tenga bene a mente). La struttura, inaugurata nel 2014, consolida un impegno per le arti e il patrimonio culturale che per la maison francese inizia molto prima – dal che si desume che anche qui i signori della moda sono i principi rinascimentali di oggi, con in più un’idea tipicamente francese di rendere la cultura e l’arte accessibili a tutti.

L’edificio è spettacolare e rende bene l’idea del movimento e dell’espressione dell’effimero con cui ho iniziato questo articolo. «Volevamo regalare a Parigi uno spazio straordinario per l’arte e la cultura e dimostrare audacia ed emozione affidando a Frank Gehry la costruzione di un edificio iconico per il XXI secolo» ha detto Bernard Arnault, Fondatore e CEO di LVMH, il Magnifico della Nuova Parigi. E in effetti la struttura, che riproduce una nuvola in continua trasformazione, in virtù delle parti meccaniche, è il capolavoro pionieristico dell’architetto Frank Gehry: ci troviamo la leggerezza trasparente del vetro del XIX secolo, l’audacia sorprendente e un po’ barocca (che da queste parti non manca mai), l’innovazione offerta dalla tecnologia moderna e un po’ del ferro della torre Eiffel, mentre sullo sfondo, come in un dipinto di Leonardo, trionfa imperturbabile il Bois de Boulogne.

A prescindere dalla mostra di cui intendo diffusamente parlare, il palazzo della fondazione è un gesto artistico che perpetua il suo svolgersi ora dopo ora, e direi che l’esperienza di percorrerlo vale un ritorno in questa città. Gerhard Richter e i graffi della Storia La locandina della mostra parigina.

In questi giorni, e fino al 2 marzo 2025, la Fondazione Vuitton ospita una ricchissima retrospettiva cronologica dell’artista tedesco Gerhard Richter, per me, che lo conoscevo davvero poco, una scoperta emozionante. Com’è noto non sono una storica dell’arte, perciò resterò fedele ai miei punti d’interesse che riguardano più il modo con cui artisti e artiste (in senso lato, di tutte le arti)  dialogano con la storia e in qualche modo esercitano per tutti e tutte il compito di lavorare con ciò che resta del passato: non tanto farci i conti o intentare processi, piuttosto per trasformare macerie, detriti e residuati bellici in qualcosa che si possa guardare, e conoscere, qualcosa in cui rispecchiarsi e che contenga una domanda su chi siamo oggi.

Presentando la mission della Fondazione Vuitton ho sottolineato l’interesse per le arti «in una prospettiva storica» e in effetti questa mostra illumina il percorso cronologico di un artista che non soltanto ha attraversato il Novecento ed è tuttora vivente, ma nelle sue opere si è particolarmente occupato dei fantasmi della storia comune. Gerhard Richter nasce a Dresda nel 1932, primo figlio di Horst, un insegnante di matematica che dopo la Guerra fu molto isolato per la sua vicinanza al nazismo, e di Hildegard, libraia.

Nel 1961 riesce a fuggire dalla DDR con la prima moglie, Ema, e si stabilisce a Düsseldorf, dove inizia la sua carriera artistica. Le stagioni pittoriche che ha attraversato sono tali e tante che non ho la pretesa di tesserne una sintesi appropriata.

I foto-dipinti Voglio però soffermarmi su alcuni foto-dipinti che hanno come soggetto e punto di partenza del materiale fotografico. Un tratto distintivo della produzione di Richter (e qualcosa che per me è di estremo interesse) è che il suo rapporto con la realtà rappresentata è sempre filtrato da un altro medium: per i lavori di cui parlo si tratta di foto di famiglia oppure immagini tratte da giornali o riviste.

Gerhard Richter, Onkel Rudi, 1965 (CR 85). © Fondation Louis Vuitton. I foto-dipinti, quadri di grande formato a cui Richter lavora dalla metà degli anni Sessanta, assegnano all’illusione fotografica una componente di sfocatura e movimento ottenuta graffiando, con il pennello trascinato sulla superficie del quadro, la pittura ancora fresca.

L’impressione è di inafferrabilità e straniamento: siamo di fronte a qualcosa che non riusciamo definire, benché rimandi a un immaginario noto a chiunque, e questo ci invita a soffermarci. Se poi si osservano i soggetti di questi lavori si comprende bene che il gesto di dipingerli ha una valenza politica.

Gerhard Richter, Gegenüberstellung 2, 1988 (CR 671-2). Ciò vale quando a essere ritratti sono i familiari dell’artista: il padre di Gerhard, Horst, nazista della prima ora che pagò amaramente le sue scelte nella Dresda post bellica, o lo zio Rudi, soldato della Wehrmacht ucciso all’inizio della guerra, o ancora la zia Marianne, internata durante la guerra per disturbi psichici e uccisa dai nazisti nel 1945.

La valenza politica è ovviamente ancora più esplicita quando le fotografie da cui Richter parte riguardano un passato collettivo. Appartengono a questa seconda categoria di foto-dipinti la serie Oktober 1977, che già dal titolo rimanda alla data del suicidio, nella prigione di Stammhein, dei membri della Banda Baader-Meinhof, gruppo armato che seminò il terrore nella Germania degli anni Settanta.

Undici anni separano l’evento dalla sua rielaborazione pittorica e i cadaveri dei suicidi sono ritratti senza alcun sensazionalismo, in virtù di un bianco e nero sfocato che sembra interrogare lo spettatore piuttosto che fornire risposte. I corpi, la cella, le immagini confuse del funerale, affollatissimo, sollecitano la coscienza di ciascuno.

Série Birkenau de Gerhard Richter lors de l’exposition “Gerhard Richter. Neupräsentation im Albertinum” en 2015. © Fondation Louis Vuitton.

Il lavoro sul medium fotografico intervalla nel tempo una vasta produzione che include ritratti, nature morte, paesaggi e coloratissimi quadri astratti. Ma anche nelle fasi dell’astrazione prosegue la riflessione sulla memoria, come nella serie Birkenau del 2014.

Qui il punto di partenza sono quattro fotografie scattate clandestinamente da alcuni prigionieri membri del Sonderkommando di Auschwitz-Birkenau nel 1944. Le immagini da cui l’artista parte, poste accanto ai suoi quadri, mostrano la frettolosità e pericolosità dell’operazione; sono infatti scorci, propriamente foto realizzate di nascosto, una vera rarità perché scattate dalle vittime, a differenza della stragrande maggioranza delle testimonianze fotografiche che illustrano la realtà del campo, nelle quali si traduce il punto di vista dei carnefici.

Richter, che qui si è confrontato per la prima volta con il grande tema della Shoah, ha riprodotto le immagini in olio su tela e poi, secondo la sua nuova tecnica, le ricoperte di colore (marrone, grigio, nero, rosso, verde) e grattate fino ad approdare a un’immagine del tutto astratta. In questo modo, tra la memoria, o l’obbligo della memoria, e la proiezione dell’artista, si colloca la responsabilità dello spettatore, che prova a collegare gli scatti clandestini alla loro rielaborazione e non può fare a meno di sentire i limiti dell’immagine e della rappresentazione.

Di più: le quattro tele in sequenza si riflettono su un grande specchio che occupa tutta la parete di fronte, e il visitatore non può evitare, specchiandosi a sua volta, di collocare sé stesso in relazione ai dipinti. Sappiamo che Th.

W. Adorno sosteneva nel 1949 che scrivere una poesia dopo Auschwitz era un atto di barbarie, ma oggi, che la barbarie perdura e si replica in nuove forme, possiamo riconoscere – anche grazie ad artisti come Richter – che la poesia e l’arte sono proprio l’antidoto alla barbarie. Gerhard Richter, September, 2005 (CR 891-5). © Fondation Louis Vuitton.

Nel 2005 l’artista ha dedicato al crollo delle torri gemelle, September. Anche in questo caso lo scarto cronologico permette una trasposizione non patetica (e non scontata) dell’evento: a prima vista si tratta di un quadro astratto sui toni del grigio scuro, del bianco e del celeste, ma dopo poco chi guarda distingue, fra i graffi tipici di Richter, le due torri ancora intere e questo genera sorpresa, nostalgia e tenerezza, forse le uniche risposte possibili davanti all’insensatezza del fanatismo e della morte imposta.

La mostra di Richter sarà alla Fondazione Louis Vuitton fino al 2 marzo 2026 e consiglio a chi volesse visitarla di prevedere un tempo adeguato, perché l’artista e lo spazio hanno molto da offrire. Nella sua splendida varietà è anche un tripudio di allegria e colore.

Se ho voluto dare un taglio meno leggero al mio racconto è perché rituffandomi nella ville lumière ho capito che non è strano che sia Parigi a ospitare questa bellissima retrospettiva. Con tutta la sua grandiosa meraviglia, sotto una superficie luccicante, la regina di Francia ha un cuore che pensa.

Le immagini delle opere di Gerhard Richter e dell’edificio che ospita la sua mostra si devono alla gentile concessione della Fondazione Louis Vuitton. L'articolo Parigi e il senso di Richter per la Storia proviene da La ricerca.

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