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Storia

¡Que viva Mexico!

Venerdì 3 ottobre 2025 ore 10:45 Fonte: Nati per la Storia
¡Que viva Mexico!
Nati per la Storia

Quella messicana è stata la prima delle numerose rivoluzioni che hanno agitato il XX secolo e, nello stesso tempo, risulta essere una delle meno note. Essa seguì di qualche anno la guerra russo-giapponese, si sviluppò parallelamente alla crisi dell’Impero ottomano e anticipò la rivoluzione repubblicana cinese di Sun Yat-sen e quella sovietica in Russia, sovrapponendosi in parte alla Grande Guerra.

Il Messico, che ne fu travolto, era un Paese in profonda trasformazione, sospeso tra la modernità e valori risalenti al periodo coloniale. Porfirio Diaz, presidente-padrone del Messico dal 1876 al 1911.

Tra il 1876 e il 1910 il Paese era stato governato col pugno di ferro dal generale Porfirio Diaz. Il periodo della sua presidenza è passato alla storia col nome di Porfiriato.

Diaz era giunto al potere con l’appoggio dei militari e delle alte gerarchie della Chiesa, e, sfruttando un emendamento alla Costituzione del 1857, riuscì ad essere più volte rieletto. Durante i decenni del Porfiriato il Messico conobbe uno spettacolare sviluppo economico di cui però si avvantaggiarono soprattutto i proprietari terrieri e le grandi compagnie straniere – soprattutto britanniche e statunitensi – che controllavano complessivamente il 97% dei giacimenti petroliferi e delle miniere d’oro e d’argento.

Per contro i contadini – i cosiddetti peones – e gli indigeni, sottoposto ad uno sfruttamento brutale, videro sensibilmente peggiorare le proprie condizioni di vita. A raccogliere il malcontento del proletariato rurale e di una parte della borghesia, che già da diversi anni serpeggiava in tutto il Messico provocando scioperi e manifestazioni, fu un proprietario terriero di idee liberali, Francisco Ignacio Madero Gonzalez, che nel 1910 si candidò alle elezioni presidenziali in programma tra il giugno e il luglio di quell’anno cruciale, nel quale il Messico avrebbe celebrato il centenario della propria indipendenza.

Manifestazione del 1910 contro la rielezione di Diaz alla presidenza. Le consultazioni tuttavia furono una farsa in quanto, alla vigilia del voto, il caudillo Diaz aveva  provveduto a far piazza pulita degli oppositori a cominciare dallo stesso Madero, che fu arrestato con un pretesto e incarcerato a San Luis Potosí.

Nel novembre del 1910 Madero, frattanto riparato oltreconfine, in Texas, chiamò il popolo messicano alla ribellione contro il regime di Diaz. Fu allora che il 20 novembre 1910, rispondendo ad un appello del loro leader, i seguaci di Madero insorsero in armi contro il regime.

Principali leader della sollevazione furono due condottieri amatissimi, a capo di eserciti di contadini armati: Emiliano Zapata e José Doroteo Arango, meglio noto con il nome di Pancho Villa.

Mentre il primo era un meticcio di umili origini che agiva nel sud, nello stato di Morelos, il secondo era un ex capobanda attivo nello stato settentrionale di Chihuahua. Madero a cavallo per le vie di Città del Messico circondato dai suoi sostenitori.

Quando, il 10 maggio 1911, i ribelli conquistarono Ciudad Juarez, Diaz fu costretto di lì a poco a rassegnare le dimissioni e poi a fuggire in esilio in Europa. Sarebbe morto a Parigi il 2 luglio del 1915.

Madero poté così rientrare in patria dove fu finalmente eletto Presidente il 6 novembre. Il suo governo però era destinato a vita breve.

La politica moderata di Madero finì infatti con lo scontentare tutti: i conservatori vedevano in lui un pericoloso radicale mentre i leader rivoluzionari rimasero delusi dalla mancata attuazione delle riforme agrarie e sociali promesse. Zapata in particolare giudicava il neo presidente troppo cauto nei suoi propositi di riforma agraria.

Nel novembre del 1911 il carismatico capopopolo di Morelos  lanciò il Piano di Ayala, sintetizzabile nello slogan “¡Tierra y Libertad!” un progetto che prevedeva l’esproprio delle proprietà dei grandi latifondisti e la loro redistribuzione fra i campesinos. Il generale Victoriano Huerta, comandante dell’esercito federale.

Divenne presidente nel 1913 dopo aver deposto e ucciso Madero. Madero a questo punto designò il generale Victoriano Huerta come capo per combattere la rivolta di Zapata ma di lì a poco cadde a sua volta, vittima di un complotto ordito con la complicità dell’ambasciatore americano in Messico Henry Lane Wilson: il 19 febbraio 1913 Madero venne destituito e tre giorni dopo assassinato dagli uomini di Huerta, che che ne prese il posto inaugurando un feroce regime dittatoriale.

A meno di due anni dalla liberazione dalla dittatura, il Messico ricadde sotto il giogo di un nuovo, spietato caudillo. Huerta rimase al potere fino al luglio 1914, quando fu deposto da una coalizione di diverse forze rivoluzionarie regionali, tra cui la División del Norte comandata da Villa, l’Esercito di Liberazione del Sud agli ordini da Zapata e le truppe guidate dai generali Venustiano Carranza e Álvaro Obregón.

Il caudillo fu infine costretto alla fuga dopo l’incidente di Tampico, in cui morirono 9 marinai americani, e la successiva occupazione di Veracruz ordinata dal presidente statunitense Wilson per rappresaglia. I principali leader rivoluzionari – Villa, Zapata, Carranza e Obregon – cercarono a questo punto di raggiungere un accordo politico allo scopo di appianare le loro divergenze e definire un programma politico comune e un governo provvisorio che desse stabilità al Paese.

Pancho Villa, comandante della División del Norte ed Emiliano Zapata, leader dell’Ejército Libertador del Sur seduti sulla poltrona presidenziale del Palazzo Nazionale di Città del Messico (1914). La Convenzione di Aguascalientes, convocata a questo scopo a partire dal 10 ottobre 1914, approvò il Piano zapatista di Ayala come base di riforma agraria e nominò presidente provvisorio Eulalio Gutiérrez (1° novembre 1914).

Tuttavia i contrasti mai sopiti tra tra Carranza da una parte e Villa e Zapata dall’altra finirono col degenerare nella guerra civile: nel dicembre 1914 Villa e Zapata entrarono a Città del Messico alla testa delle proprie truppe mentre Carranza si ritirò a Veracruz, dove riorganizzò le proprie forze. Verso la fine del 1915 Villa fu pesantemente sconfitto da Obregón nella battaglia di Celaya e da Plutarco Elías Calles nella battaglia di Agua Prieta venendo costretto a ritirarsi verso nord.

Per quasi un anno, tra il 1916 e il 1917, Villa fu inseguito dagli americani per le sue scorribande oltreconfine, da lui effettuate per “punire” gli statunitensi per il loro appoggio a Carranza. Zapata dal canto suo rimase confinato nel natio stato di Morelos.

Qui, il 10 aprile 1919, fu attirato in un’imboscata dalle forze federali e assassinato. Messi fuori gioco i suoi avversari Carranza entrò trionfalmente a Città del Messico.

Il presidente Venustiano Carranza (al centro della foto con la barba e gli occhiali). Alla sua destra Álvaro Obregón.

Nel 1917 divenne presidente del Messico dando al Paese una nuova costituzione, la stessa che tuttora è in vigore nel Paese. Essa non si limitava a garantire i diritti civili e politici dei cittadini, ma includeva al suo interno articoli a tutela dei diritti economici e sociali.

L’articolo 123, per esempio, riconosceva ai lavoratori il diritto di sciopero e associazione sindacale, il salario minimo e fissava la giornata lavorativa a otto ore. Nello stesso tempo la Costituzione era caratterizzata da una forte impronta laicista, prevedendo una forte limitazione del potere della Chiesa messicana.

In particolare veniva stabilito lo scioglimento degli ordini religiosi (art. 5), la proibizione del culto al di fuori dagli edifici ecclesiastici (art.

24) e la revoca dell’elettorato attivo e passivo per i membri del clero (art. 130).

Queste disposizioni sarebbero rimaste in vigore sino al 1992. Al termine del suo mandato, nel 1920, Carranza decise di favorire l’elezione di un civile, Ignacio Bonillas, ex ambasciatore negli Stati Uniti, incontrando la ferma opposizione di Álvaro Obregón e della maggioranza degli esponenti militari e politici costituzionalisti.

Appoggiato dall’esercito, Obregón si ribellò a Carranza che fu assassinato  il 21 maggio 1920. Questo avvenimento concluse ufficialmente la rivoluzione messicana, durata 10 anni.

Vignetta statunitense realizzata dopo la destituzione di Carranza che mette alla berlina il continuo ricambio alla presidenza del Messico durante la Rivoluzione. Dopo la presidenza ad interim di de la Huerta, Obregón vinse “democraticamente” le successive elezioni e si insediò come nuovo presidente, presiedendo il primo governo post-rivoluzionario che si prodigò nella ricostruzione economica  di un Messico prostrato da anni di sconvolgimenti e guerre civili.

Obregón amnistiò ufficialmente Pancho Villa, che accettò infine di esporre le armi. Il carismatico bandolero sarebbe stato assassinato il 20 luglio 1923, probabilmente per ordine di Obregón.

Tutti i principali capi rivoluzionari furono così accomunati dal destino di finire assassinati: prima di Villa erano stati eliminati Madero, Zapata e Carranza e cinque anni dopo, nel 1928, lo stesso tragico epilogo sarebbe toccato a Obregón, ucciso a colpi di pistola a Città del Messico durante i festeggiamenti per la vittoria alle presidenziali di quell’anno. L’anno successivo si tennero le elezioni presidenziali che videro il trionfo di Plutarco Elías Calles, erede designato dallo stesso Obregón.

Calles portò avanti la linea politica del predecessore ma la sua azione di governo fu caratterizzata da uno stile decisamente più autoritario e repressivo. Massone e violentemente ostile alla Chiesa come già Obregón, Calles si impegnò a dare piena applicazione alle norme anticlericale contenute nella costituzione con il risultato di esacerbare gli animi in un Paese da sempre fortemente cattolico come il Messico finché nel 1926 i ribelli cattolici – chiamati spregiativamente “cristeros” – si solleveranno al grido di “Viva Cristo Rey” dando inizio ad una nuova guerra, conosciuta come “Cristiada” che terminerà tre anni dopo lasciando sul terreno oltre 200 mila vittime.

Per saperne di più: La Rivoluzione messicana, Massimo De Giuseppe America Latina, un secolo di storia: dalla Rivoluzione messicana a oggi, Raffaele Nocera e Angelo Trento (con la collaborazione di Andrea Pezzè)

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