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Cultura

Vincenzo Schettini, educazione e comunicazione

Domenica 1 marzo 2026 ore 02:37 Fonte: ReWriters
Vincenzo Schettini, educazione e comunicazione
ReWriters

In Italia il dibattito sulla scuola torna spesso allo stesso bivio: un impianto didattico percepito come “immobile” (ore seduti, centralità del libro, valutazione come fine) contro modelli che puntano su attivazione, laboratori, creatività, cooperazione. In questo scenario, la comunicazione non è un accessorio: è l’ambiente stesso in cui cresce l’esperienza educativa.

Se, come suggeriva McLuhan, “il medium” non è neutro ma struttura percezioni e comportamenti, allora la scuola che prova a restare fuori dai media rischia di parlare una lingua sempre meno condivisa. Ed è qui che la media literacy diventa un punto politico prima ancora che didattico: quando l’educazione ai media arriva tardi o è intermittente, lo spazio viene occupato da pratiche spontanee, influencer, piattaforme, logiche di visibilità.

Il “caso Schettini” esplode proprio perché intercetta questo vuoto: la scuola italiana fatica ancora a istituzionalizzare l’uso critico della comunicazione digitale, e quando qualcuno lo fa in modo dirompente, la società reagisce amplificando entusiasmi e sospetti. Vincenzo Schettini: il docente come personaggio pubblico Vincenzo Schettini è diventato un simbolo perché ha trasformato la fisica liceale in un oggetto comunicativo di massa con La Fisica che ci Piace, costruendo una “classe allargata” fatta di follower, teatro, tv, editoria.

In termini sociologici, è il passaggio dall’insegnante come figura istituzionale all’insegnante come brand relazionale: un ruolo che vive di fiducia, prossimità e riconoscimento pubblico. Goffman avrebbe parlato di gestione della “facciata”: quando la performance didattica migra sulle piattaforme, la distinzione tra front stage (la lezione) e back stage (il lavoro educativo non spettacolarizzato) si assottiglia, e ogni gesto rischia di essere letto come strategia di immagine.

Qui si innesta anche Debord: la società dello spettacolo non “aggiunge” soltanto intrattenimento, ma tende a trasformare le relazioni in rappresentazioni. Il successo, quindi, non è un’anomalia: è una risposta prevedibile di una società connessa che premia chi sa tradurre contenuti complessi in forme condivisibili.

Il problema nasce quando la popolarità — cioè la massa — diventa un campo di battaglia: più cresce la visibilità, più aumenta la vulnerabilità reputazionale, soprattutto per chi occupa un ruolo delicato e normato come quello del docente. Educazione e comunicazione: la linea sottile tra innovazione e conflitto d’interessi La polemica di febbraio 2026 si accende dopo l’intervista al podcast di Gianluca Gazzoli, dove Schettini ragiona sulla possibilità che, in futuro, insegnanti producano contenuti online anche a pagamento e mette in discussione l’idea che la cultura debba essere sempre gratuita.

In parallelo emergono racconti e accuse di ex studenti (rilanciate da varie testate) su presunte dinamiche in cui like/commenti o la partecipazione alle dirette avrebbero avuto un peso “premiale”, oltre a lezioni vissute come set per la produzione social; Schettini ha respinto questa rappresentazione, parlando di ricostruzioni distorte.

Qui il punto non è fare il processo a un individuo, ma nominare una frizione strutturale: quando la didattica entra nella piattaforma, entra anche nella sua economia dell’attenzione. Bourdieu aiuterebbe a leggere lo scambio tra capitale culturale e capitale simbolico: la reputazione accumulata online può diventare risorsa, e la risorsa può generare rendita; ma se questa rendita sembra passare dentro l’aula o attraverso la relazione valutativa, scatta l’allarme del conflitto d’interessi.

Habermas direbbe che l’istituzione (scuola) rischia di essere “colonizzata” da logiche esterne (mercato, visibilità), e la fiducia pubblica vacilla: perché la scuola, in una democrazia fiscale, è percepita come bene comune e non come spazio di monetizzazione personale. Vincenzo Schettini, che lezione imparare: media literacy, regole, cura istituzionale Il clamore — alimentato anche dalla coda “Sanremo 2026”, con presenza confermata dopo le voci di forfait — mostra quanto il confine tra educazione e intrattenimento sia ormai poroso.

Ma la risposta non può essere nostalgia (“via i telefoni, torniamo ai quaderni”) né permissivismo (“tutto è contenuto, tutto è marketing”). Serve normalizzare: portare dentro scuola e formazione la media literacy come competenza civica, non come materia marginale.

Se le piattaforme sono l’ambiente, allora la scuola deve insegnare a leggerne incentivi, bias, reputazione, privacy, copyright, manipolazioni: non per demonizzare la comunicazione, ma per renderla governabile. In questo quadro, i docenti-comunicatori non sono il problema: possono essere risorsa straordinaria, come dimostra l’energia educativa che Schettini ha attivato.

Il punto è definire cornici trasparenti: cosa si può registrare e come; consenso e tutela degli studenti; separazione netta tra valutazione e engagement; eventuali attività extra scolastiche con regole chiare e rendicontabili. Perché l’innovazione didattica non deve dipendere da figure eccezionali (che poi diventano bersagli), ma da un sistema che riconosce la comunicazione come parte della cultura contemporanea e, proprio per questo, la tratta con responsabilità istituzionale.

Infine, vi invito ad ascoltare la puntata del podcast di Gianluca Gazzoli, Passa dal BSMT, con protagonista il professore Vincenzo Schettini, così da potervi fare un’idea diretta e autonoma di quanto accaduto The post Vincenzo Schettini, educazione e comunicazione appeared first on ReWriters.

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