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Politica

Dopo il terremoto del referendum al popolo dei resistenti serve un programma politico unificante, costruito dal basso

Mercoledì 25 marzo 2026 ore 15:40 Fonte: Strisciarossa
Dopo il terremoto del referendum al popolo dei resistenti serve un programma politico unificante, costruito dal basso
Strisciarossa

Quello del 23 marzo è un risultato che finalmente ha la capacità di rompere gli equivoci. Per la terza volta consecutiva negli ultimi vent’anni il popolo sovrano ha respinto una legge costituzionale che avrebbe voluto stravolgere la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza partigiana.

In piazza in tutta Italia dopo la vittoria del no. Foto di Antonio Balasco / LiveMedia / IPA Questa volta, l’effetto è anche stato devastante per una destra neofascista che non aveva esitato a mostrare baldanza sia nella campagna elettorale che durante lo svolgimento del referendum anche con presenze neo-squadristiche ai seggi, mostrando una spocchia inaudita forse convinta di una vittoria plebiscitaria.

Noto che la spocchia è un po’ rimasta. La si vede nella penosa dichiarazione della premier dal giardino di casa, ma anche nelle minacce di chi dice “non finisce qui”, come se, anziché di un atto costituzionale votato dal popolo, stessimo parlando di una scazzottata fra boss che al momento è finita uno a zero.

Nelle ultime fasi della campagna referendaria, peraltro, avevano sguinzagliato migliaia di leoni da tastiera, inventando altrettanti profili falsi con il compito di inondare i social di insulti, baggianate, inni all’ignoranza. Ebbene, si sono placati solo un po’: molti hanno continuato a sciorinare il loro bagaglio di insulti e parolacce come fanno i bambini quando abbandonano la sfida dopo averle prese.

Ma è un quadro un po’ risibile che non può nascondere il mare di problemi in cui adesso la destra neofascista si barcamena. Tutto per loro è più difficile, infatti, specie se in questo Paese la sinistra troverà finalmente il sentiero della sua unità politica e ideale, ma di questo parleremo fra poco.

Il terremoto sulla destra al governo Dapprima avevano detto che non ci sarebbe stata alcuna ripercussione sulla stabilità del Governo, ma è di poche ore fa la notizia delle prime dimissioni: hanno mollato il sottosegretario alla Giustizia Andrea Del Mastro e il Capo di Gabinetto Giuseppa Bertolozzi; sembra che la Meloni abbia espressamente invitato anche la Santanché alle dimissioni, ma questa sembra una cosa particolarmente difficile: la Santanché ha più volte minacciato l’intero Governo qualora fosse stata indotta alle dimissioni e difatti sembra che non abbia alcuna intenzione di mollare la poltrona. È un grosso problema per la Meloni: non può essere “dimissionata” dal Presidente del Consiglio e l’unica strada sembra essere quella della mozione di sfiducia in Parlamento.

Vedremo cosa accadrà nelle prossime ore, ma scosse telluriche così forti nel Governo non s’erano mai registrate e stavolta potrebbe venir giù tutto. Caparbiamente la maggioranza, però, ha già dichiarato che I loro progetti restano in piedi: legge elettorale, premierato, autonomia differenziata e riforme collaterali di polizia che criminalizzano la povertà e il dissenso permangono come colpi in canna di un perverso tiro a segno teso a demolire come birilli i capisaldi della democrazia costituzionale.

Sul fronte delle opposizioni, il risultato del 23 marzo delinea un bisogno di forte discontinuità perché da questo momento per la sinistra nulla potrà essere più come prima. I caratteri di questo voto, infatti, esprimono degli indirizzi indefettibili, violando i quali l’ondata della destra, pur se rallentata e messa in forte difficoltà dal popolo sovrano con questo bellissimo risultato, può rilanciarsi condannando la democrazia a una lenta agonia.

Le minacce liberticide di questo Governo richiedono una ferrea unità della sinistra che purtroppo al momento non c’è. L’affluenza imprevista e il recupero del non voto In piazza a Napoli dopo il risultato del referendum.

Foto di Antonio Balasco/LiveMedia Occorre osservare questo tema anche da un altro punto di osservazione: le previsioni davano per scontato il vantaggio del Sì qualora l’affluenza avesse raggiunto o superato il 50%. In realtà, questa equazione numerica (se così si può dire) non mi aveva convinto perché ignorava un possibile fenomeno duale che poi si è verificato: da un lato, il recupero del non voto, dall’altro, la grande partecipazione dei giovani che hanno reagito anche con giusta indignazione al tentativo della destra (purtroppo in parte riuscito) di escludere dal voto i giovani fuori sede.

Questo non ha impedito la loro grande partecipazione dai 18 ai 35 anni. A me pare giunto il momento che la sinistra parta dalla necessità del recupero del non voto anziché dal reclutamento di un centro politicamente e numericamente inesistente; che rivolga la sua attenzione a questo esercito di resistenti, senza ambiguità ed evitando anche le passerelle di improponibili capi.

Si è arrivati al risultato del 23 marzo partendo da un movimento dal basso coordinato egregiamente dalla Cgil, dall’Anpi, da Libera e da altre centinaia di associazioni apartitiche. È lo stesso movimento che aveva portato milioni di giovani e meno giovani alle grandi battaglie per la pace contro il genocidio del popolo palestinese e contro ogni guerra, in linea con i dettami della Costituzione.

Un popolo antifascista che per lo più non si riconosce nei partiti della sinistra, ma ha trovato molteplici punti di incontro contro la spinta autoritaria di questo Governo. Una realtà partecipativa immensa e coraggiosa che grazie alla Cgil è entrata anche nei luoghi di lavoro determinando la crescita di una grande coscienza critica.

Ora, il punto di discontinuità, dopo i risultati di questo referendum è proprio qui, perché si pone il problema della coniugazione di questa grande realtà resistente con l’azione politica della rappresentanza. Il fallimento di quest’ultima, infatti, è dovuto in gran parte alla rinuncia da parte dei partiti a considerare prioritario il recupero del non voto che in quest’area si colloca in prevalenza.

Più che le primarie, un lavoro diffuso di assemblee programmatiche Riprendo una mia riflessione su questo giornale dello scorso dicembre 2025 . Sostenevo, in quella sede: “a questa sinistra sfugge che a fronte della tragedia che sta vivendo la nostra democrazia, c’è bisogno di un ripensamento profondo e radicale di tutta la forma partito: nell’organizzazione interna, nei rapporti esterni, nei rapporti con i cittadini, nei programmi”.

Non è quindi un problema di soli schieramenti, con un programma unificante per un “arcobaleno” di forze eterogenee e per un “campo” larghissimo. L’obiettivo strategico che si pone oggi, invece, è quello di salvare la democrazia costituzionale nata dalla Resistenza e il lavoro da fare dentro questa sinistra è immenso pur essendo questa inevitabile e unica strada.

Occorre puntare al recupero di milioni di voti di sinistra che ora, come già nel 2006 e nel 2016, si sono manifestati. Questo indirizzo, però non si trova nella prospettiva del “campo largo” che rappresenta solo un tragico déjà vu.

È necessario che la sinistra e il suo principale partito prendano decisioni di profonda discontinuità, sia sul piano della vita interna che su quello programmatico. Non mi dilungo su questa analisi che ho già fatto (rimando al mio articolo sopra citato), qui aggiungo semplicemente qualche nota di aggiornamento.

Si parla delle primarie di coalizione e sembrerebbe ci siano al momento due candidature (Conte e Schlein), ma, da un lato, questa competizione aprirebbe già in partenza un conflitto inopportuno fra concorrenti che dovrebbero invece trovare unità; dall’altro, si tratterebbe di una competizione fra partiti di una “grande coalizione” che contiene anche personaggi di un “centro” squalificato e minimale rispetto all’esercito del non voto. Centinaia di assemblee di base, aperte, partecipate e trasparenti Roma, festa dopo la vittoria del No.

Foto di  Sebastiano Bacci / IPA Non vale dire che più siamo meglio stiamo altrimenti, “non andiamo da nessuna parte”. Questo paradigma è perdente sia sul piano degli schieramenti, che su quello dei programmi.

Il momento impone, invece di guardare senza esitazione al popolo dei resistenti con un programma politico unificante ma non per capi politici di centro. Deve trattarsi di un programma proveniente da centinaia di assemblee di base aperte, partecipate e trasparenti; che abbia il faro della Costituzione e parli chiaramente alle coscienze di milioni di lavoratori che non votano più i quali possono così finalmente riconoscersi.

Questa strada spaventerà il cosiddetto “centro” spostandolo a destra? Certamente ma è inevitabile: l’obiettivo strategico del recupero del non voto spinge il centro verso la destra dove si trova abitualmente con il suo marginale scarto di rappresentanza e impone un chiarimento inevitabile all’interno del PD nel quale le contraddizioni sono ormai diventate forti divergenze.

Si deve, invece, incrementare la credibilità del “partito nuovo” agli occhi di milioni di elettori che probabilmente non aspettano altro che chiarezza e scelte di sinistra. I giovani hanno bisogno di sogni e discontinuità Infine, vero che il sistema elettorale richiede il “capo” e allora si parla di primarie di coalizione, ma come evitare in partenza il conflitto fra chi deve unirsi?

E poi, quale potrebbe essere il candidato che meglio rappresenta la prospettiva sopra ipotizzata, che unifichi tutti perché da tutti riconosciuto come leader della nuova sinistra? Avrei più di un nome, ma non sta a me e dico solo che anche in questo il popolo resistente aspetta segni di profonda discontinuità che faccia pensare davvero a cambiamenti forti nel sistema dei partiti.

Forse non immediati, ma i giovani che principalmente questa volta hanno difesa la Costituzione hanno bisogno di sogni e credono in quelli che veramente nel futuro promettono di avverarsi. L'articolo Dopo il terremoto del referendum al popolo dei resistenti serve un programma politico unificante, costruito dal basso proviene da Strisciarossa.

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