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Investimenti green e nuovo sistema energetico: la crisi del petrolio non colpisce la Cina
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La Cina ha battuto un nuovo record: ben 10,4 trilioni di Kwh di energia elettrica consumati nel 2025. Si tratta del doppio del consumo annuo degli Stati Uniti, l'equivalente di quanto consumato complessivamente da Unione Europea, Russia, India e Giappone.
Un terzo dell’intero pianeta. L’annuncio, rilanciato dai media statali cinesi lo scorso gennaio, parlava di “una forte prova della resilienza e della stabilità a lungo termine dell'economia cinese”.
A un mese dall’inizio della guerra in Iran e la crisi dell’approvvigionamento di petrolio e gas, il sistema energetico cinese è tra i pochi a mostrare segni di resilienza a tale shock. E mentre i cosiddetti “petrostati” si trovano davanti a un modello economico al tramonto, Pechino diffonde nuove pratiche di autosufficienza energetica che potrebbero ridefinire la globalizzazione di domani.
La Cina resiste perché ha ampiamente investito nelle fonti rinnovabili: solare, eolico, geotermico. Pur non disdegnando l’energia nucleare, dove si lavora per la creazione di reattori modulari facilmente esportabili altrove.
Questo lo sappiamo. In una manciata di anni la narrazione mediatica sulla “Cina del carbone” ha lasciato spazio alle immagini di immensi parchi fotovoltaici e distese di pale eoliche.
Pechino ha lavorato decenni per smarcarsi dalla dipendenza dal carbone e dai suoi costi sociali e ambientali. Dal 9° piano quinquennale (1996-2000) che contemplava un ampliamento delle “nuove energie” alle politiche circoscritte nel nuovo asse ideologico della “civiltà ecologica” lanciato dall’ex presidente Hu Jintao nel 2007 nello Statuto del PCC e inserito in Costituzione da Xi Jinping nel 2018.
Proprio in questi giorni, il presidente Xi JinPing ha chiesto di accelerare la progettazione e la realizzazione di un nuovo sistema energetico per salvaguardare la sicurezza energetica del paese, sottolineando l'importanza dello sviluppo dell'energia idroelettrica e della tutela dell'ambiente e invitando al tempo stesso a un'espansione sicura e ordinata dell'energia nucleare. Eppure, non è un passaggio banale quando si tratta di proteggere la stabilità di un paese da 1,5 miliardi di abitanti.
La Cina è un paese dove il Partito comunista cinese cerca legittimazione tramite "l’armonia sociale" e la solidità economica. La crescita economica fu (e rimane) la soluzione alla crisi di rappresentatività che negli anni Ottanta portò alle manifestazioni di piazza Tian'An Men.
Il capitolo dedicato allo sviluppo energetico pesa sempre di più nei Piani quinquennali che Pechino utilizza come roadmap del suo sviluppo economico. Anche nella sua ultima edizione, la quindicesima, è previsto un aumento della capacità rinnovabile correlata da incentivi per lo sviluppo di tecnologie autoctone: dall’idrogeno verde alle reti di distribuzione e stoccaggio intelligenti, dagli investimenti sulla ricerca al decoupling dalle fonti fossili.
La tendenza, almeno in termini numerici, è quella di sottostimare e sovraperformare. Per esempio, l’obiettivo di raggiungere i 1200 GW di capacità solare ed eolica installata entro il 2030 è stato raggiunto nel 2024, sei anni prima.
Secondo il direttore della China's National Energy Administration Wang Hongzhi, la Cina avrebbe soddisfatto il 90% del proprio fabbisogno energetico senza dover accedere a fonti esterne. E le fonti non fossili avrebbero raggiunto “quasi la metà della nuova produzione di elettricità, portando a un aumento del 50 percento nell'offerta non fossile”.
La strategia di transizione energetica cinese è prima di tutto una strategia di sicurezza energetica. Come puntualizza l’analista del Mercator Institute for China Studies, Nis Grünberg:
“Finora, il calcolo di Pechino sembra reggere: il “verde” fa bene alla sicurezza, al clima e alle imprese. Un sistema energetico pulito con fonti diversificate è una scelta intelligente se si vuole minimizzare l'impatto di shock esterni come la guerra in Medio Oriente e un ambiente energetico globale sempre più volatile." Un altro elemento è rintracciabile nella dialettica tra direttive centrali e iniziativa privata.
La Cina è spesso definita uno “Stato sviluppista autoritario”, che controlla direttamente i settori strategici e lascia all’iniziativa privata un certo grado di autonomia “guidata”. In prima battuta: una totale centralizzazione del processo decisionale associato a un controllo diretto sulla filiera.
Successivamente: sperimentazione localizzata sostenuta da incentivi. Una volta messo a punto il quadro generale (come materie prime, legislatura, modalità di esecuzione), si lascia spazio di manovra al privato - pur mantenendo controlli ed eventuali ritorsioni laddove emergono criticità.
In passato, per esempio, è stata data ampia autonomia d’investimento e crescita al comparto high tech, ma nel 2021 Pechino ha sottoposto alcuni colossi al sanzionamento per violazione delle norme antitrust più massiccio della sua storia. A ciò si aggiunge la relazione tra governi locali e aziende, che non sempre conduce ai risultati sperati, ma a volte permette di trovare un compromesso tra ambizioni e realtà.
La produzione di energia elettrica è sotto il controllo dei governi provinciali, mentre le società di generazione e gli operatori di rete sono dominati da aziende statali. Questa divisione crea tensioni interne: i governi provinciali privilegiano la sicurezza dell'approvvigionamento locale e la crescita economica (nel caso cinese, il carbone) rispetto agli obiettivi di transizione energetica nazionali.
Le province con industrie carbonifere vogliono proteggere occupazione ed economia locale. Quando la Cina ha iniziato a costruire i grandi parchi rinnovabili, le centrali a carbone (statali, con contratti annuali garantiti) avevano un accesso preferenziale alla rete.
I parchi eolici si trovavano quindi a non poter vendere l'elettricità prodotta perché l'operatore di rete (anch'esso statale) era vincolato a pagare il carbone indipendentemente dall'utilizzo. Ma ciò ha permesso, anche se in controtendenza rispetto agli obiettivi climatici, di mantenere le centrali a carbone, unica risorsa percepita come immune da interruzioni esterne.
La quota di carbone nel mix energetico è scesa al 56% nel 2024 (rispetto al 69% nel 2015), ma si è ancora lontani da una riduzione drastica. Nel mondo delle economie avanzate rimane critica la dipendenza dai “petrostati” e ci si interroga su come resistere agli shock passando innanzitutto dalla diversificazione degli approvvigionamenti.
Della Cina si parla già invece come un “elettrostato”, pronto a competere con gli USA (e non solo) anche sul piano energetico. L’analista Nils Gilman del Berggruen Institute l’ha definita “l’Intesa verde”, lo schieramento cinese della “guerra fredda ecologica” in corso.
Contro di essi, “l’Asse dei petrostati” che “hanno puntato il loro potere e la loro sopravvivenza fiscale nel prolungare l'era dei combustibili fossili e nell'armare l'abbondanza energetica contro chi vuole porvi fine a essa". Da un lato, Pechino come riferimento (e fornitore pressoché esclusivo) dei paesi del Sud globale, ma anche potenziale riferimento di realtà come l’UE che puntano alla transizione verde ma non vantano la scalabilità dell’industria delle rinnovabili cinese.
Dall'altro, Stati Uniti, Russia e monarchie del Golfo persico. Paesi il cui modello economico - e in alcuni casi la stessa legittimità politica - dipende dalla produzione e vendita di combustibili fossili.
Nel mezzo, tutti quei paesi che devono scegliere quale forma di dipendenza adottare. Per i "petrostati" la leva è il gioco dei prezzi e la dipendenza dei sistemi energetici tradizionali.
Per “l’Intesa verde”, invece, la partita si gioca sull’imperativo della transizione energetica con la consapevolezza che le tecnologie di oggi potrebbero diventare i vincoli politici di domani. La Cina è già oggi il leader mondiale delle tecnologie per l’autosufficienza energetica: occupa il 90% del mercato delle terre rare, produce l’80% dei pannelli solari e il 70% delle batterie per veicoli elettrici e stoccaggio energetico.
L’unico collo di bottiglia all’ascesa cinese sono le tecnologie per la produzione di chip avanzati: secondo un manager intervistato dall’Economist, meno dello 0,1% dei chip prodotti in Cina è in grado di eseguire i calcoli necessari per addestrare le IA. Pechino cerca di porre rimedio studiando alternative meno energivore e puntando sull’abbattimento dei costi di produzione di energia elettrica, fondamentali per il lavoro dei data center.
Un caso emblematico è quello di Deepseek: la startup cinese sostiene di aver utilizzato solo 2mila chip per addestrare il modello (contro, per esempio, i 16mila dell’IA di Meta), a un costo inferiore ai 6 milioni di dollari. Come?
Se i chip meno avanzati consumano più energia, la Repubblica popolare compensa con fonti energetiche diversificate (nucleare e rinnovabili in primis), insieme a canoni di locazione bassi e finanziamenti agevolati. Ma soprattutto: dal 2025 tutti i nuovi data center sono obbligati a ottenere l'80% dell'elettricità da fonti rinnovabili.
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