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La giornalista freelance statunitense rapita in Iraq e l’appello per la sua liberazione

Martedì 7 aprile 2026 ore 07:13 Fonte: Valigia Blu

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La giornalista freelance statunitense Shelly Kittleson è stata rapita a Baghdad, suscitando preoccupazione per l'influenza delle milizie filo-iraniane e il clima di impunità presente in Iraq, mentre si intensificano gli appelli a livello internazionale per la sua liberazione.
La giornalista freelance statunitense rapita in Iraq e l’appello per la sua liberazione
Valigia Blu

Il 31 marzo la giornalista statunitense Shelly Kittleson è stata rapita nel centro di Baghdad. Collaboratrice di diversi media internazionali specializzati nella regione, Kittleson lavora regolarmente in Iraq e in altri paesi della zona.

Le immagini delle telecamere a circuito chiuso hanno mostrato un'auto fermarsi mentre Kittleson era in attesa sul ciglio della strada in via Saadoun, nel centro di Baghdad, e due uomini trascinarla sul sedile posteriore. Le autorità irachene hanno dichiarato di aver inseguito e intercettato uno dei veicoli, che si è schiantato, e di aver arrestato un sospettato.

“Un individuo legato al gruppo miliziano Kataib Hezbollah, allineato con l’Iran e ritenuto coinvolto nel rapimento, è stato arrestato dalle autorità irachene”, ha scritto su X Dylan Johnson, sottosegretario di Stato USA per gli Affari pubblici globali. Tre iracheni a conoscenza del caso hanno riferito al Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ), a condizione di rimanere anonimi per timore di ritorsioni, che l’individuo arrestato, alla guida del veicolo intercettato, era un membro della 45ª Brigata delle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), sostenute dall’Iran.

Kataib Hezbollah fa parte delle PMF, un gruppo ombrello che opera sotto il governo iracheno ma mantiene forti legami con l’Iran. È considerata una delle milizie più potenti in Iraq e parte della coalizione della Resistenza Islamica in Iraq, autrice di diversi attacchi contro obiettivi statunitensi negli ultimi mesi, compresa l’ambasciata di Baghdad durante l’attuale guerra tra Stati Uniti e Iran.

Gli Stati Uniti, a loro volta, hanno preso di mira le postazioni delle PMF con attacchi aerei. “Il rapimento di Shelly Kittleson in pieno giorno riflette una preoccupante violazione della sicurezza dei giornalisti in Iraq, che mette in luce l’aumento dei rischi legati al lavoro di cronaca in Medio Oriente”, afferma Sara Qudah, direttrice regionale del CPJ.

“Le autorità irachene devono agire rapidamente per garantire il suo rilascio incolume e assicurare i responsabili alla giustizia, facendo in modo che l’era buia dei rapimenti e degli omicidi di giornalisti non torni in Iraq. Questi crimini rischiano di creare un clima di paura che compromette la capacità della stampa e dei giornalisti di lavorare in sicurezza”.

Kittleson è una giornalista con una lunga esperienza da freelance nella regione mediorientale e in Afghanistan, spiegano un articolo di Reporter Senza Frontiere e un altro di Kiran Nazish su Columbia Journalism Review (CJR). Tra le sue collaborazioni, la rivista online saudita Al-Majalla, i media americani Al-Monitor e New Lines Magazine, Politico e, in Italia, Il Foglio.

Il suo articolo più recente per il quotidiano italiano è stato pubblicato martedì 31 marzo, lo stesso giorno in cui è stata rapita. La sua carriera giornalistica è iniziata in Afghanistan nel 2010 e ha visto una svolta nel 2012 quando si è recata in Siria per fare dei reportage mentre il regime di Assad, ora destituito, intensificava la repressione della popolazione siriana, giornalisti compresi.

Per prepararsi al terreno siriano, Kittleson ha frequentato corsi di formazione sulla sicurezza per giornalisti freelance a Beirut. Ha partecipato a un programma simile anche prima di partire per Baghdad, appena un mese prima del suo rapimento.

Era arrivata a Baghdad il 26 marzo e prevedeva di ripartire nel giro di pochi giorni verso Erbil, nel Kurdistan iracheno, dove era stata più volte, come racconta su CJR Kiran Nazish, a capo della Coalition for Women in Journalism (CFWIJ), un’organizzazione no profit a sostegno e difesa delle giornaliste e dei giornalisti LGBTQI in tutto il mondo. “Shelly si occupa del Medio Oriente da più di un decennio, dall’ascesa dell’ISIS nella regione iracheno-siriana alla guerra in Siria e al paese dopo la caduta di Bashar al-Assad.

In tutto questo tempo è stata un membro attivo della nostra comunità CFWIJ e si è spesso tenuta in contatto con noi quando si trovava in situazioni difficili. Ci sono state occasioni in cui ci ha informato di aver ricevuto minacce e ci ha detto che, quando una storia le sembrava troppo pericolosa, aveva deciso di non seguirla.

Ma i rischi per lei, come per la maggior parte dei giornalisti oggi nella regione, fanno parte del contesto in cui svolge il suo lavoro”, racconta Nazish. Secondo quanto riferisce il New York Times, Kittleson sarebbe stata avvertita dall’FBI che il suo nome figurava nei piani di Kataib Hezbollah per “rapirla o ucciderla”.

Un suo amico giornalista ha riferito al CPJ che erano insieme quando l’ambasciata degli Stati Uniti l’ha chiamata per avvertirla delle minacce concrete che le milizie irachene le stavano rivolgendo: “Era consapevole della situazione, ma per quanto ne so, non aveva ricevuto alcuna minaccia diretta dalle milizie”.

“Sappiamo che quando, questa volta, Shelly è stata minacciata, come già in decine di occasioni precedenti, ha valutato le opzioni a sua disposizione e ha preso decisioni che per lei avevano senso. È così che ha sempre lavorato”, spiega ancora Nazish.

“Nel corso degli anni, ho capito che Shelly sa quello che fa: ha vissuto in quella regione nelle sue diverse fasi geopolitiche e umanitarie, e ha costruito rapporti di fiducia con le sue fonti. È attenta alla sua sicurezza e prende le dovute precauzioni.

Solo poche settimane fa era in Libano per completare un corso di addestramento in ambienti ostili – un corso che ha già seguito diverse volte in passato, ma che ha ritenuto opportuno ripetere. Sa bene che lavorare in questi contesti richiede più del semplice istinto”.

CPJ, RSF e la Fondazione Foley hanno inviato una lettera congiunta al Segretario di Stato americano Marco Rubio, esortando il governo degli Stati Uniti a garantire il rilascio immediato e in condizioni di sicurezza di Kittleson. I tre gruppi hanno inoltre invitato l’amministrazione Trump a condannare inequivocabilmente gli attacchi contro i giornalisti, indipendentemente dalla nazionalità o dall’affiliazione, e ad adottare misure efficaci per perseguire i responsabili di tali attacchi e scoraggiarne di futuri.

In Italia, in una lettera inviata alla Farnesina, l’associazione indipendente di giornaliste e giornalisti “Lettera 22” ha chiesto l’utilizzo di ogni strumento a disposizione per un immediato e incondizionato rilascio e la mobilitazione della Federazione Nazionale della Stampa Italiana e dell’Associazione Stampa Romana – per non spegnere l’attenzione sul caso di Shelly Kittelson. “Conosciamo bene – e da molti anni – lo spessore professionale di Shelly Kittleson e la sua sensibilità nel raccontare il mondo partendo dalle storie di chi fatica a far sentire la propria voce.

È una giornalista esperta, apprezzata e stimata, come dimostra la qualità delle testate internazionali con cui collabora. Il suo rapimento ricorda a tutti noi quanto sia difficile e rischioso il lavoro di chi racconta il mondo sul campo, in particolare quello dei tanti giornalisti freelance che lavorano spesso sottopagati e in condizioni molto complesse”, si legge nella lettera.

Una nota della Farnesina ha fatto sapere che “Il Ministero degli Esteri segue con la massima attenzione, dal primo momento, il caso della giornalista americana Shelly Kittleson” e che “il ministro Antonio Tajani ha chiesto alla Farnesina, in raccordo con l’Ambasciata d’Italia a Baghdad, di essere impegnata sul caso e a verificare ogni elemento utile che possa portare alla sua liberazione”. L'Iraq è responsabile del 10% dei 91 giornalisti scomparsi a livello globale, riporta il CPJ.

Prima del rapimento di Kittleson, nel paese erano scomparsi due giornalisti stranieri e sette iracheni, tutti confermati o sospettati di essere stati rapiti. L'ultimo giornalista statunitense ad essere stato rapito mentre era in missione all'estero è stato Steven Sotloff, rapito in Siria nel 2013 e ucciso nel 2014.

Immagine in anteprima: frame video NBC News via YouTube

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