Notizie
Siria, il giorno dopo
Pubblichiamo un estratto del libro della giornalista, fotografa e scrittrice italo-siriana Asmae Dachan "Siria, il giorno dopo" (ADD editore). Asmae Dachan collabora con Valigia Blu, da anni racconta il Medio Oriente e i diritti umani per diverse testate italiane, è docente di arabo multimediale all’Università di Macerata e autrice del blog Diario di Siria.
Nell'ambito del programma Valigia Blu Live al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia Asmae Dachan ed Enrico De Angelis parleranno nel panel "Siria, un anno dopo la caduta del regime". Mi stupisco del numero di caserme e dei posti di blocco appartenuti al regime e ai suoi alleati lungo il tragitto.
La Siria è una terra di cultura, ha sei siti riconosciuti dall’Unesco come patrimonio dell’umanità, ma da oltre cinquant’anni è anche un Paese fortemente, estremamente, militarizzato. È un elemento di cui bisogna tenere conto per ipotizzare gli scenari futuri.
Fuori dal finestrino la pioggia cade a tratti, poi sparisce, il cielo resta plumbeo. Mentre aspettiamo l’altro giornalista che ci accompagnerà a Darayya, a una decina di chilometri da Damasco, Amr, che oggi viaggia con me, ordina il caffè.
La figura esile contrasta con la sua forza d’animo, che emerge piano piano nel tempo che passiamo insieme. Da quando è caduto al-Assad, Amr si occupa tutti i giorni di documentare i cadaveri che vengono ritrovati in tutta la periferia di Damasco, ma anche nelle sedi militari abbandonate dai soldati governativi.
È stato nelle prigioni, nelle caserme, nelle strade dove sono state individuate fosse comuni a scattare foto. In passato ha lavorato come fotografo civile e mi confessa che non immaginava cosa volesse dire scattare e archiviare immagini di cadaveri, anche bambini.
In segno di rispetto legge sempre una fatiha prima degli scatti, perché gli sembra di violare un’intimità sacra, perché nessuno vorrebbe mai essere visto e ripreso in quelle condizioni. Quel lavoro di documentazione è il suo modo per contribuire alla causa, perché anche attraverso le sue foto e i suoi report si cerca di restituire un’identità, una dignità e un’umanità a quei corpi abbandonati.
Immagini documentali che serviranno a dare risposte alle famiglie di tanti mafqudin, anche se spesso saranno risposte atroci. Appena arriva il collega, ci confrontiamo sul programma dei giorni a venire, che passerò tra Damasco e le città limitrofe.
Ogni luogo che nominiamo è per me un puntino dentro una mappa di ricordi di luoghi mai visti, conosciuti solo attraverso la loro storia, soprattutto durante i lunghi anni della guerra. Darayya, ad esempio, per me e per chiunque abbia conosciuto la rivoluzione siriana è la città di Ghiyath Matar, ribattezzato il Gandhi siriano o piccolo Gandhi.
Ghiyath vuol dire anche temporale, quell’acqua abbondante che porta ristoro e salvezza. Tra le storie che mi hanno accompagnata in questi anni, quella di Ghiyath Matar occupa certo un posto importante.
Il regime ha cercato di soffocare la sua voce, e quelli che lo hanno ucciso sono in buona parte fuggiti. Oggi sono qui per onorarne la memoria.
È bello pensare che la non violenza abbia vinto. In auto i colleghi mi chiedono che cosa sia arrivato all’estero della storia di Ghiyath e delle altre persone che nomino.
Mi rendo conto di quanto sia importante per loro, che non hanno mai smesso di raccontare rischiando ogni giorno la vita, capire cosa sia giunto fino a me, dall’altra parte del Mediterraneo, vincendo la censura, la propaganda, il tempo e la distanza, tanto da spingermi a essere lì in quel tempo così incerto. Gli incontri con i giornalisti e gli attivisti locali, in Siria come negli altri Paesi che vivono situazioni critiche, sono tutti basati sulla fiducia, vanno oltre la professionalità.
I colleghi condividono con me informazioni sensibili e contatti, mi portano nelle case delle persone che chiedo di incontrare, che spesso per loro sono parenti, amici, vicini di casa, gente che appartiene alla sfera dei legami più stretti. Tutto questo richiede una lealtà profonda, una condivisione continua.
Da qualche anno ho un rapporto epistolare online con la famiglia di Ghiyath, ma questo sarà il nostro primo incontro e sono i colleghi ad agevolarlo. Nel 2021 avevo già incontrato alcune donne della famiglia Matar in Turchia, dove ero andata per fare un reportage sulle donne rifugiate che erano state vittime di violenza, abusi sessuali e detenzione arbitraria in Siria.
A Istanbul è nato il progetto Li ajlki, Dedicato a te, gestito da un gruppo di psicologi, avvocati, medici, che aiuta queste donne a riprendere in mano le proprie esistenze. La direttrice è Laila Kshkia, originaria di Yabrud, una città a sessanta chilometri da Damasco.
La guerra l’ha costretta a fuggire con la sua famiglia, per un periodo ha lavorato a Gaziantep con un’associazione di sostegno alle rifugiate siriane, poi è arrivata a Istanbul e con il suo progetto ha sostenuto alcune centinaia di donne, anche se il numero delle siriane vittime di detenzione e violenza che hanno lasciato la Siria e oggi si trovano in Turchia è molto più alto. Laila ora è tornata a vivere a Damasco, dove continua il lavoro in favore delle donne vittime di detenzione arbitraria, tortura, violenze sessuali.
Tra le donne e i bambini che ho incontrato e intervistato c’erano alcune donne della famiglia Matar, arrestate solo per il loro cognome. Al regime non era bastato aver incarcerato, torturato e ucciso Ghiyath, volevano cancellarne la memoria, arrivando ad accanirsi sui suoi familiari, in parte costretti a fuggire all’estero.
Di quel gruppo faceva parte anche Nur, ex studentessa di Ingegneria arrestata e torturata a Sednaya, dove ha conosciuto anche Rehab Allawi, anche lei studentessa di Ingegneria civile, nota per essere stata uccisa dopo delle torture ed essere stata immortalata esanime dal fotografo forense autore del cosiddetto «Dossier Caesar». «Ho saputo cosa era successo a Rehab Allawi solo dopo che sono uscita. Nell’ultimo mese l’avevano interrogata e torturata più volte, poi non l’abbiamo più vista.
Quando ho riconosciuto la foto del suo corpo esanime ho desiderato di essere morta con lei», mi disse. «Il dolore più grande è stato scoprire che fuori dalle sbarre avrei trovato una nuova prigione a cielo aperto, fatta di sguardi pieni di disprezzo, di parole di odio, di allusioni. Sono stata rifiutata dalla mia famiglia, che non mi ha permesso di rientrare a casa, come se essere stata arrestata e torturata fosse una colpa, una vergogna.
Così ho deciso di fuggire». Il regime uccise una seconda volta Rehab Allawi usando senza alcun rispetto, con una violenza psicologica brutale, una sua foto personale rubata, mostrata in una fiction per raccontare di una ragazza uccisa.
Si potrebbe scrivere un’enciclopedia con le storie di ogni singola vita spezzata dal regime. L’idea di ascoltare la vicenda di Ghiyath Matar dalla voce dei suoi genitori mi fa sentire una grande responsabilità, come giornalista e come siriana.