Cultura
Sta scritto lassù. I fantasmi partenopei di Gabriele Frasca
Il libretto in una mano. Le meritorie edizioni della storica libreria Dante & Descartes di Napoli da anni realizzano pregevoli libricini in trentaduesimo, dal formato ridotto (7×5,5) e dal prezzo microscopico (euro 2).
Non si spaventino lettrici e lettori dalla vista non particolarmente aguzza: la gabbia tipografica è studiata per garantire la massima leggibilità e un’esperienza di fruizione non gravosa. L’ultima uscita, la numero centocinque della collana, è affidata alla penna di uno dei maggiori poeti, scrittori, traduttori, studiosi e, per farla breve, intellettuali italiani:
Gabriele Frasca. Fantasmi a Capodimonte si intitola questa camminata per le colline napoletane dalle molte svolte, un testo che, pur nella sua brevità, più volte cambia passo, si trasforma e arricchisce strada facendo.
Subito la mente del lettore corre a quelle guide alla visita della città che tanta fortuna hanno avuto, presso i viaggiatori, nel corso dei secoli, a partire dalla cruciale Notizie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli di Carlo Celano, stampata per la prima volta nel 1692. La voce narrante di Fantasmi accompagna concittadini e forestieri in un tour lungo le strade e i sentieri che si snodano intorno al Real Bosco, restituendo suggestivi squarci di quella che fu la riserva di caccia di Carlo di Borbone, in una felice fusione di natura e architettura, tra dimore storiche, giardini, casini, laboratori, depositi e chiese, oltre ai resti dell’acquedotto romano in tufo e laterizi rossi.
Una Napoli zenitale, austera e raffinata, gelosa delle sue glorie di pietra (ponti, fontane, statue) e dell’ubertà del suolo (orti, frutteti, agrumeti), con affacci che offrono un «colpo d’occhio meraviglioso», a dirla col titolo di un recente saggio di Vincenzo Caputo dedicato agli sguardi intermediali sul Golfo senza per questo tacere delle sue ferite novecentesche, dagli sfregi del terremoto del 1980 alle varie superfetazioni infrastrutturali. Non è certo, quello del narratore, un attraversamento distaccato, né meramente illustrativo, sebbene il tono sia disteso, il passo leggero.
L’evocazione dei paesaggi di quelle belle contrade porta l’eco dei viaggi sentimentali di sterniana-foscoliana memoria, amati da Frasca anche per il debito magistrale contratto con un’altra cara ombra partenopea, quella di Giancarlo Mazzacurati (uno studioso tanto napoletano, si potrebbe dire parafrasando Calvino, da essere nato a Padova). E, infatti, in questa affabulante peregrinazione verso i limiti sopraelevati dei confini urbani, a poco a poco emerge e si impone un procedimento digressivo di tenore personale.
Ce lo conferma la comparsa, improvvisa, di un “tu” remoto, un sodale negli studi e compagno di passeggiate giovanili, di qualche anno più grande. Si tratta di Cesare Colletta, francesista e traduttore dal francese classe 1949 (dunque maggiore di otto anni), noto per aver volto in italiano, tra gli altri, il Baudelaire dei Fiori del male (Rizzoli, 1977), il Rimbaud delle Illuminazioni (Rizzoli, 1981, a quattro mani con Ivos Margoni), il Montherlant delle Ragazze da marito (Adelphi, 2000), oltre ad essere l’autore del dotto volume Sta scritto lassù: saggio su Jacques le fataliste di Diderot (Liguori, 1978).
Cesare è discendente in linea diretta di Pietro, l’uomo d’armi e storico autore dell’appassionante Storia del Reame di Napoli dal 1734 sino al 1825 (1834), qui menzionato in quanto proprietario, per qualche anno, del cosiddetto Fabbricato che ancora reca il suo nome: l’edificio che scavalca la strada dei Ponti Rossi ed è l’attuale tappa numero otto dell’itinerario di edifici storici disposti lungo i viali disegnati dall’architetto Ferdinando Sanfelice. L’evocazione della cara presenza, in absentia, di Cesare, s’intreccia a un percorso ulteriormente regressivo, che conduce il narratore verso i territori – scarsamente frequentati, sinora, dalla produzione letteraria di Frasca – dell’infanzia.
Proprio come nel caso di Jacques le fataliste, studiato dall’amico, o del Tristam Shandy, il contenuto odeporico coinvolge un discorso ulteriore, sebbene ancora spazialmente collocato, mentre il dinamico fluire verbo-motorio del camminatore di oggi trapassa nelle inquiete sensazioni del bambino in marcia di ieri. «Perché a viverli i tempi sono luoghi», si legge significativamente nel precedente Lettere a Valentinov (Sossella, 2022): un tema di cui questo Fantasmi a Capodimonte costituisce il naturale svolgimento e, per certi versi, capovolgimento. Trovandosi a varcare, solo e senza il conforto della presenza di un adulto, il buio e minaccioso adito borbonico del Fabbricato Colletta, il lunedì due ottobre 1967 il piccolo Gabriele deve misurarsi con la paura delle larve in agguato.
Nel ricordo del lontano «tremito d’ignoto» (p. 22) infantile, la cavità misteriosa diviene soglia, spazio di transito da un’età della vita a un’altra, sicché la rievocazione del sé decenne fa scivolare la scena, e l’intero scritto, verso una zona limbale di indecisione tra ciò che è stato, ciò che sarà, ciò che vanisce nel rimescolio dei tempi.
I fantasmi del titolo comprendono allora, con sfumatura eduardiana, sia quanti abitarono i Ponti Rossi in epoche trascorse, sia i propri personali spettri, di allora e di oggi, ciò che infesta la mente di un io maturo ma in regressione dentro la fragile condizione d’infanzia, oltre che sempre più addentro le verità ultime della condizione umana. Il testo rivela così la sua vera natura di evocazione, di richiamo, nello spavento dei giorni, della calca evanescente che affolla la mente, d’una ressa di ombre latente, silente, terrea, non per forza ostile.
Questo lieve libriccino che sta nel palmo di una mano e si pone alla confluenza di più generi rappresenta una prova creativa di straordinario equilibrio tra piacevolezza del narratum e qualità letteraria – i lettori di Frasca vi ritroveranno i modi, i toni, gli affondi puntuti ma umanamente empatici caratteristici della sua scrittura, a cominciare dal modo di muovere la frase e, con essa, il pensiero – oltre al segno di una nuova, fertile stagione creativa di uno dei nostri maggiori scrittori. L'articolo Sta scritto lassù.
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