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Cultura

Errare Romanum est (ma non solo)

Giovedì 26 febbraio 2026 ore 09:29 Fonte: La ricerca
Errare Romanum est (ma non solo)
La ricerca

William Turner, Ovidio bandito da Roma (1838), olio su tela, Collezione privata (© Alamy). Cosa significava davvero sbagliare per un romano?

In questo breve excursus proverò a mostrare come il concetto di error si declinasse in una varietà di sfumature, dall’involontaria svista all’azione deliberata, e diverse fossero le conseguenze dell’errore, sia sul piano personale sia su quello sociale e politico. Innanzitutto, vediamo cosa diceva la legge.

Il diritto romano e l’errore Il diritto romano si serviva di termini diversi per indicare un’azione commessa al di fuori del perimetro della correttezza o della legalità1. A livello più basso troviamo infatti l’error, che si collega all’etimologia del verbo errare (cioè «sbandare, vagabondare»); si presume dunque che chi commetta questo «errore» lo faccia involontariamente, magari per una scarsa conoscenza del contesto in cui agisce.

L’error può comunque provocare la nullità di atti giuridicamente rilevanti, e accresce la sua gravità qualora si tratti di error iuris, cioè di un’inammissibile «ignoranza della legge». È invece evidente la responsabilità di chi commette un’azione riprovevole se si usano altri due termini, cioè culpa e dolus.

I giuristi definiscono la culpa «un comportamento volontario tenuto in spregio delle elementari norme di diligenza, prudenza e perizia», specificando gli ambiti nei quali può manifestarsi. Non troppo diverso (ci sono infatti parziali sovrapposizioni semantiche) è poi dolus, termine che – se seguito dall’aggettivo malus – descrive un comportamento malizioso, fatto di raggiri e artifici, di un soggetto nei confronti di un altro.

Quando poi l’illiceità dei comportamenti diventa lesiva degli interessi della comunità si parla apertamente di crimen, che in latino può avere il doppio significato di «crimine» e di «accusa»; a questo si affianca scelus, termine di origine religiosa che – pur non avendo un significato tecnico – evoca anche un’infrazione della volontà divina2. Ovidio: l’errore produce poesia Non mi sarei addentrato in tecnicismi giuridici se non mi avesse spinto a farlo l’uso ripetuto di molte di queste parole (error, crimen, culpa, scelus) nella produzione poetica di Ovidio (43 a.C. – 18 d.C.) successiva alla sua relegatio a Tomi, sul Mar Nero, nell’8 d.C., cioè i Tristia e le Epistulae ex Ponto.

Fin troppo noti, infatti, sono i versi (Tristia 2, vv. 207 ss.) con i quali prova a spiegare ai lettori le ragioni del suo esilio voluto da Augusto: Perdiderint cum me duo crimina, carmen et error, / alterius facti culpa silenda mihi: / nam non sum tanti, renovem ut tua vulnera, Caesar, / quem nimio plus est indoluisse semel.  [Poiché due colpe mi hanno rovinato, la poesia e un errore, deve essere da me taciuta la seconda accusa: non sono capace di riaprire le tue ferite, o Cesare; è già troppo che tu abbia provato dolore una volta]. (trad.

A. Della Casa).3 Ritratto immaginario di Ovidio, incisione settecentesca (Wikipedia). Il poeta sente il peso delle accuse del princeps nei suoi confronti, e in primo luogo denuncia un carmen che lo avrebbe rovinato: si tratta dell’Ars amatoria («Arte di amare»), un poemetto edito tra l’1 a.C. e l’1 d.C. che lo storico Lorenzo Braccesi ha definito «contro la morale in quanto morale di regime»4.

Era ovvio che l’imperatore che con le sue leggi (come la Lex Iulia de adulteriis coercendis, emanata tra il 18 e il 16 a.C.) aveva sottratto l’adulterio femminile alla sfera privata trasformandolo in un reato non avrebbe gradito un carmen che esaltasse esplicitamente il reciproco corteggiamento tra i due sessi; eppure Ovidio – forte delle sue buone amicizie a corte o forse considerando l’arte una sorta di “zona franca” – non si lasciò intimidire dal moralismo imperante. E non vi è dubbio che questa fu una culpa, poiché è del poeta la responsabilità oggettiva di temi e toni dei suoi versi.

C’è poi l’error, che – afferma Ovidio (qui e altrove) – è bene non rivelare. È impossibile qui ricordare tutte le ipotesi formulate in merito dagli studiosi5, anche se è probabile che il poeta sia stato spettatore (o protagonista?) di qualche scandalo di corte.

Egli infatti era stato amico (amante?) di Giulia, figlia di Augusto, già relegata a Ventotene nel 2 a.C. con accuse di adulterio; ed era forse al corrente di una relazione adulterina della omonima figlia di lei – Giulia minore – che il nonno confinò alle Tremiti nel 9 d.C., un anno dopo Ovidio. Il poeta di Sulmona già aveva, nei versi precedenti, alluso all’involontarietà di quell’errore, frutto di imprudenza e non di dolo; e qualcosa ha visto che non avrebbe dovuto vedere, come già capitò al povero Atteone:

Perché ho guardato? Perché ho reso colpevoli gli occhi?

Perché nella mia imprudenza ho percepito una colpa? Atteone vide involontariamente Diana spogliata delle sue vesti: fu preda ciò nondimeno dei suoi cani. (Tristia 2, vv. 105 ss., trad.

A. Della Casa) Così la sua esperienza individuale assurge, attraverso il paragone con il mito, a una dimensione universale ed eterna, ulteriormente accentuata dalla genericità e reticenza – quasi misteriosità – delle sue parole. Pertanto, come ha scritto assai bene Nicola Gardini: nelle elegie dell’esilio la poetica dell’error […] diventa un’altra declinazione dell’incertezza, una sorta di tabù, l’indicibile per eccellenza che, sembrando inteso a proteggere la sensibilità già maltrattata del principe o anche assolvere il poeta per lo spazio di una temporanea sospensione, assegna allo stesso poeta il privilegio di un segreto supremo, e ne conferma, alla fine, la vocazione dissidente e inconciliante. […] L’omertà gli conferisce potere; e ricatta l’altro potere, quello del principe.6 Insomma, come già è avvenuto per la rischiosa scelta di scrivere l’Ars amatoria, anche questi criptici avvertimenti al principe (che sintetizzerei in «guarda che se parlo…») sono costati cari al poeta, il quale non è più tornato a Roma.

Sono stati gravi errori, senza dubbio, se li guardiamo dal punto di vista dell’esiliato. Se invece, egoisticamente, li guardiamo con i nostri occhi, potremmo usare per queste azioni l’espressione ossimorica adoperata dai Padri della Chiesa per definire il peccato originale: felix culpa («colpa felice»).

Infatti come la trasgressione di Adamo ed Eva ha aperto la strada alla salvifica venuta di Cristo sulla Terra, le trasgressioni ovidiane ci hanno consegnato alcune delle più originali opere della Latinità, che senza errores, culpae, crimina etc. non sarebbero mai venute alla luce. Seneca e il colpevole errore di Edipo Giuseppe Bossi, Edipo cieco che incontra le figlie (1805), olio su tela, Collezione Crivelli, Trezzo sull’Adda.

Senza dubbio la saga di Edipo e dei suoi, soprattutto per merito delle tragedie di Sofocle Edipo re (429 a.C.) e Edipo a Colono (406 a.C.), rappresenta una delle più profonde manifestazioni del mito come «scatola nera dell’umanità», come amava dire il grande Marcel Detienne. È infatti al re tebano che il buon Freud deve gran parte delle sue fortune…  I drammi sofoclei, però, sembrano insistere sull’involontarietà e la fatalità degli spaventosi «errori» di Edipo, parricidio e incesto su tutti, i quali sarebbero esito di ἁµαρτία (amartía, «sbaglio») e non di ἀδίκηµα (adíkema, «azione ingiusta»); nonché proporci il Nostro come esempio di buongoverno: nell’Edipo a Colono, prima di scomparire, egli diventa addirittura il consigliere politico dell’ateniese Teseo.

Non così avviene nel recupero della saga tebana che Seneca (4 a.C. – 65 d.C.) fece secoli dopo soprattutto in due tragedie, l’Oedipus («Edipo») e le Phoenissae («Fenicie»), nelle quali secondo Guido Paduano «la trasgressione di Edipo non registra più la discordanza tra l’innocenza personale e l’inesorabile e intoccabile regime del divino»7: infatti, come ha mostrato uno studio di Giancarlo Mazzoli, nelle tragedie senecane l’idea di culpa sembra spesso prevalere su quella di error, e anche quest’ultimo concetto si colorisce di profonda negatività8. Antoine Théodore Giroust, Edipo a Colono (1788), olio su tela, Dallas Museum of Art.

È come se Seneca nelle tragedie abbandonasse quell’indulgenza verso sé stesso e il prossimo propria delle sue opere filosofiche per ripristinare il paradosso attribuito a Zenone di Cizio (IV-III sec. a.C.), fondatore della scuola stoica: omnia peccata paria sunt («tutte le colpe sono pari»)9. Troviamo così un altro termine – cioè peccatum – usato per definire un errore, una mancanza, una colpa non tanto in chiave giuridica quanto in prospettiva etica: ed è per questo che il cristianesimo se ne è appropriato per indicare il «peccato».

Molti attribuiscono questa involuzione senecana al clima sempre più oppressivo del regime neroniano, alla cui costruzione, però, egli stesso aveva precedentemente contribuito. A mio avviso non sbagliano, perché il concetto di «errore» è indubbiamente condizionato dal contesto storico-politico di un’epoca: così come l’anticonformismo ovidiano era un «errore» davanti al moralismo augusteo, i princìpi filosofici senecani confliggevano ormai con i disvalori della tirannide neroniana, portando Seneca addirittura a una rilettura retrospettiva del mito.

Nessuna indulgenza, dunque, per il parricida Edipo, lontana prefigurazione del matricida Nerone! Gli errori nelle iscrizioni latine Dopo l’esilio di Ovidio e le sciagure di Edipo vorrei chiudere con un tocco di leggerezza, parlando degli «errori» – invero frequentissimi – che troviamo nei testi delle iscrizioni latine.

Leggerezza, però, accompagnata da un velo di malinconia, pensando a un convegno che il mio compianto Maestro Antonio Sartori organizzò nel 2018 dal titolo L’errore in epigrafia10. Allora parlai degli «errori» (non sempre involontari: dunque spesso culpae?) che gli studiosi nel corso dei secoli hanno commesso trascrivendo e interpretando le epigrafi latine; ora, invece, voglio ricordare come nel mondo romano l’alfabetizzazione incerta e precaria anche dei lapicidi – in certi ambiti, epoche o aree geografiche – fosse causa di numerose imprecisioni fonetiche, morfologiche o sintattiche nei testi epigrafici11.

Può comunque darsi che a noi appaia come «errore» qualcosa che tale del tutto forse non era. Ad esempio il frequente scambio tra V e B (bixit per vixit, anzitutto) corrispondeva a varianti di pronuncia locale; oppure l’uso della formula pagana D(is) M(anibus) anche nelle iscrizioni cristiane era l’esito della trasformazione di quella sigla in una sorta di “logo” funerario, privo di connotazioni religiose: ottimo esempio ne è la stele di Licinia Amias (III sec. d.C.), trovata nei pressi della Necropoli Vaticana, dove l’abbreviazione DM convive con la formula greca ἰχθὺς ζώντων («il pesce dei viventi») – che allude a Cristo – e con i simboli cristiani dei pesci, dell’ancora e della corona12.

Diverso il caso di un’iscrizione bilingue greca e latina da Palermo (CIL 10, 7296 = IG 14, 297 = EDR140617)13, incisa su una tabella marmorea (cm. 15, 5 x 24, 5 x 3), che fungeva da insegna di una bottega lapidaria. Si conserva ora al Museo “A.

Salinas”. Insegna di bottega bilingue greco-latina, da Palermo, Museo Archeologico Regionale “A.

Salinas” (foto L. Bivona, Iscrizioni latine lapidarie del Museo di Palermo, S. F. Flaccovio, Palermo 1970). Questo è il testo greco:

Στῆλαι / ἐνθάδε / τυποῦνται καὶ / χαράσσονται / ναοῖς ἱεροῖς / σὺν ἐνεργείαις / δηµοσίαις. Questa è la sua traduzione in latino:

Tituli / heic / ordinantur et / sculpuntur / aidibus sacreis / cum operum / publicorum. [Qui si compongono e incidono iscrizioni, per edifici sacri e opere pubbliche]. In relazione al testo latino, notiamo alcuni consueti arcaismi (heic = hic, aidibus sacreis = aedibus sacris, qum = cum) che potrebbero essere un vezzo o un uso locale, ma soprattutto un’espressione chiaramente scorretta – un vero «errore» dunque – e cioè il cum con il genitivo presente nella formula cum operum / publicorum.

Qualunque docente di liceo userebbe, in questo caso, il matitone blu; evidentemente, invece, in un’area trilingue come la Sicilia (ove si parlava greco, latino e punico) la cosa fu tollerata e non si procedette a rettifiche: altro esempio, questo, di quel relativismo nel considerare l’«errore» di cui già si è detto. Errori contemporanei Certo, il web allora non esisteva e non aveva ancora esposto alla pubblica riprovazione cartelli stradali come quelli recentissimi (per conoscerne l’ubicazione basta una “googlata”…) che recavano la scritta contrata per «contrada» o che associavano la via Mentana non alla battaglia risorgimentale del 1867 ma al noto giornalista televisivo Enrico.

Né è andata molto meglio agli scalpellini che, incidendo la lapide del sepolcro di Papa Francesco, hanno sbagliato la distanza tra le varie lettere; «errore» in verità quasi impercettibile, ma amplificato dall’esposizione mediatica mondiale dovuta alla celebrità del defunto. Insomma, oggi siamo tutti sotto una costante lente di ingrandimento, anche se noi insegnanti in qualche modo lo siamo da sempre, controllati da vigili occhi e orecchi dei nostri studenti, non meno attenti ai nostri «errori» di quanto non lo siamo noi nel correggere quelli contenuti nei loro compiti.

Ma forse, più che «correggere», davanti agli «errori» nostri e altrui sarebbe bene usare il verbo «comprendere», che non significa ignorarli (la o le verità esistono…) ma provare a capirne l’origine e – se necessario – adottare strategie per evitare che si ripetano. Tolleranza illuminata, dunque, verso gli errores, senza considerarli subito culpae, ma deviazioni rispetto al percorso abituale che potrebbero anche aprire nuove strade.

D’altronde Voltaire sosteneva che «siamo tutti figli della fragilità: fallibili e inclini all’errore; non resta, dunque, che perdonarci vicendevolmente le nostre follie», e Karl Popper invitava all’intolleranza solo verso chi pensa di non sbagliare mai, cioè gli intolleranti14. Confido allora che la menzione finale di questi due “mostri sacri” porti i lettori a essere indulgenti davanti al mio articolo che, pur muovendo da rigorose premesse giuridiche, è divenuto strada facendo quasi un errare tra un argomento e l’altro.

Ennesima dimostrazione, questa – parafrasando un’espressione solitamente attribuita a Sant’Agostino15 – che errare humanum est, non tantum Romanum: diabolicum, infatti, spero proprio di non esserlo stato. Note Utile la consultazione di F. Del Giudice (cur.) Dizionario giuridico romano, Simone editore, Roma 2017: da qui ho tratto alcune definizioni, integrate con i lemmi dei sempre fondamentali Thesaurus Linguae Latinae, Leipzig-München 1900… e Oxford Latin Dictionary, Oxford University Press 1982.

Chi volesse approfondire, può farlo attingendo alla vastissima bibliografia romanistica citata in R. Cardilli, Philip Lotmar e la dottrina dell’errore, in «Tesserae Iuris» 1.1 (2020), pp. 135-151. Per la specificità religiosa di scelus si veda:

S. Lazzarini, s.v. scelus, in Enciclopedia virgiliana, IV, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1988, p. 698.

La traduzione dei Tristia, qui è dopo, è tratta da Ovidio, Opere vol. 1 (cur. A. Della Casa), Utet, Torino 1982.

L. Braccesi, Giulia, la figlia di Augusto, Laterza, Roma-Bari 2012, p. 107.

Il volume contiene un’eccellente ricostruzione delle frequentazioni di corte da parte di Ovidio. Sulla formula carmen et error la bibliografia è sterminata; una buona sintesi in A. Luisi, N.F. Berrino, Carmen et error nel bimillenario dell’esilio di Ovidio, Edipuglia, Bari 2008.

N. Gardini, Con Ovidio. La felicità di leggere un classico, Garzanti, Milano 2017, p.

106. Si tratta di una delle più originali pubblicazioni dedicate al poeta di Sulmona.

G. Paduano, Edipo. Storia di un mito, Carocci, Roma 2012, p.

88. Il libro rappresenta un fondamentale strumento per la comprensione della saga di Edipo.

G. Mazzoli, Error e culpa nelle tragedie di Seneca, in «Aevum Antiquum» N.S.10 (2010), pp. 321-331. Su questo concetto:

F.R. Berno, Omnia peccata paria. Intorno a un paradosso stoico tra Cicerone, Seneca, Petronio, in «Ormos» 9 (2017), pp. 499-517.

Gli atti sono editi in A. Sartori, F. Gallo (curr.), L’errore in epigrafia, collana «Ambrosiana Graecolatina», Milano 2019. AE 1997, 166 = AE 1999, 247 = AE 2000, 186; si conserva al Museo Nazionale Romano, Terme di Diocleziano.

Sull’alfabetizzazione nella Roma antica ho scritto in M. Reali, Leggere e scrivere nella Roma antica, in «La ricerca» 28 (2025), pp. 26-30, utile spec. per la bibliografia. Sul possibile utilizzo didattico di questa iscrizione si veda:

M. Reali, G. Turazza, Parole di pietra: epigrafia e didattica del Latino, in A. Balbo, M. Ricucci, Prospettive per l’insegnamento del Latino, «Quaderni della Ricerca», 16 (2015), pp. 55-57. Voltaire affermò queste idee spec. nel Trattato sulla tolleranza, edito nel 1763;

Popper invece sostenne il «paradosso della tolleranza» nel suo La società aperta e i suoi nemici, pubblicato nel 1945. Troviamo un’assai più recente rivalutazione dell’errore come «allegra celebrazione della nostra umanità» in G. Carofiglio, Elogio dell’ignoranza e dell’errore, Einaudi, Torino 2024.

In realtà l’espressione Humanum fuit errare, diabolicum est per animositatem in errore manere (Agostino, Sermones, 164, 14) riprende formule già usate – tra gli altri – da Cicerone, Seneca e San Gerolamo. L'articolo Errare Romanum est (ma non solo) proviene da La ricerca.

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