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La guerra in Iran ha fermato l’avvio di un possibile processo rivoluzionario interno?

Venerdì 27 marzo 2026 ore 14:50 Fonte: Valigia Blu

Il testo che segue è un riassunto generato dall'IA dell'articolo "La guerra in Iran ha fermato l’avvio di un possibile processo rivoluzionario interno?" . L'IA può commettere errori: ogni informazione va verificata attentamente.

Secondo la storica Paola Rivetti, molti attivisti in Iran ritengono che la guerra in corso abbia bloccato l'inizio di un potenziale processo rivoluzionario interno. Rivetti ha recentemente pubblicato un saggio su questo tema.
La guerra in Iran ha fermato l’avvio di un possibile processo rivoluzionario interno?
Valigia Blu

“Per molti attivisti la guerra ha distrutto quello che poteva essere l’avvio di un ciclo rivoluzionario”. A un mese dall’inizio del secondo conflitto aperto da USA e Israele contro l’Iran, è amaro il giudizio di Paola Rivetti, docente di Relazioni internazionali alla Dublin City University e autrice di un recente saggio intitolato “Storia dell’Iran.

Rivoluzione, guerra e resistenza 1979-2025” (Laterza). Nella sua opera racconta la storia della Repubblica Islamica dal punto di vista di quei movimenti sociali – di donne, studenti, lavoratori e minoranze etniche – che l’hanno accompagnata, e contrastata, nei decenni.

E proprio di questi movimenti parlerà al Festival internazionale del giornalismo di Perugia, sabato 18 aprile, insieme a Parisa Nazari, attivista di Donna Vita Libertà, nell’incontro “Iran: la rivoluzione, la guerra, la resistenza” nell’ambito del programma Valigia Blu Live a IJF26. Paola Rivetti ha terminato il libro pochi giorni dopo l’inizio della prima guerra di USA e Israele contro l’Iran, quella dei Dodici giorni dello scorso giugno, conclusasi con un precario cessate il fuoco che sarebbe finito con il secondo attacco israelo-statunitense del 28 febbraio.

Nella sua breve introduzione scrive: “I movimenti si possono opporre, formando una fronte comune contro la guerra come sta accadendo proprio in queste ore, oppure cadere vittima della propaganda che presenta questi attacchi come l’occasione, regalata da Israele, per liberarsi dal giogo della Repubblica Islamica.

In entrambi i casi la loro azione e le strategie di comunicazione adottate sono cruciali per orientare e influenzare le scelte degli Stati e l’opinione pubblica internazionale”. A giudicare dai fatti però – osserviamo in una conversazione con l’autrice - in entrambi i conflitti sono state la propaganda e le narrazioni guerrafondaie a vincere sui movimenti contro la guerra.

Nella guerra di giugno si è vista una reazione forte dei movimenti legati a Donna, Vita e Libertà, che sono riusciti a tenere insieme la spinta per un radicale cambiamento politico interno e l’opposizione all’intervento straniero. In questa seconda guerra è diverso.

Una parte maggiore dell’opposizione della diaspora si è schierata per l’intervento esterno. Ma all’interno dell’Iran, dove del resto vi è sempre una grande varietà di opinioni, il sostegno a questo intervento, quale mezzo per liberarsi del regime, è in realtà più sfumato e, pare, contenuto.

Dobbiamo pensare agli iraniani come un popolo da decenni in ginocchio, sotto il peso di una costante crisi, e nel quale l’esasperazione può diventare una molla che spinge ad assumere queste posizioni. Il popolo iraniano lotta per il suo futuro oltre la guerra e il regime Ora però a dominare in Iran sono gli apparati repressivi, e la loro morsa appare sempre più stretta.

Dopo la guerra di giugno la repressione è stata durissima, con molte migliaia di arresti e anche la deportazione di un milione e mezzo di afghani, con l’accusa che fra di loro vi fossero persone che avevano collaborato con il nemico esterno. Ma i movimenti continuano ad avere un ruolo, in analogia a quanto era accaduto durante la guerra degli anni Ottanta, seguita all’invasione dell’Iraq.

Anche allora vi erano state mobilitazioni e repressioni. Tuttavia la rete dell’attivismo, pur nella frammentazione, reagisce alla violenza della guerra in spazi informali.

Negli anni Ottanta donne e infermiere, già impegnate nell’attivismo e nella sinistra rivoluzionaria, prestavano aiuto nel contesto della guerra, organizzando cucine, scuole, rifugi provvisori per chi aveva perso la casa. Certo, questo veniva fatto anche dalle reti aderenti al regime che così si incardinavano nella società, ma un ruolo organizzativo importante era svolto anche da attivisti e attiviste, che così avevano anche dei luoghi di incontro.

Oggi sembra stia accadendo qualcosa di simile, ma ne sapremo di più tra qualche tempo, probabilmente. Intanto, che tipo di movimento ha animato le proteste di dicembre, nate nei bazar per l’ennesima caduta a picco del valore del rial e infine represse nel sangue – nel totale oscuramento di internet – nei terribili giorni del 9 e 10 gennaio?

È difficile farsi un’idea realistica di come fossero quelle piazze, abbiamo delle immagini ma sono poche e confuse. E non ho difficoltà a pensare che vi ci fossero anche infiltrati (come del resto pubblicamente dichiarato anche dai servizi segreti israeliani, ndr).

Bisogna dunque avere ancora più attenzione nella valutazione di questa fase. Per quanto ne so, le proteste di dicembre e gennaio erano diverse da quelle di Donna Vita Libertà dell’autunno 2022.

Che erano sì spontanee, ma nelle quali gli attivisti di Donna Vita libertà, i collettivi femministi, i sindacati hanno svolto un ruolo di gestione, seppur limitato. Mentre mi pare che questa volta tale dinamica non ci sia stata: un elemento di debolezza del movimento in qualche modo erede di quello nato dalla morte di Jina Mahsa Amini – debolezza dovuta soprattutto alla repressione seguita.

Ma la sua stessa insorgenza conferma la ciclicità della mobilitazione nell’Iran degli ultimi decenni, a cadenza sempre più ravvicinata, e il suo carattere era genuino, al di là dei possibili tentativi esterni di influenzarlo. Possiamo però ipotizzare che la repressione e le due guerre abbiano fatto fare un passo indietro, rispetto alle conquiste di Donna Vita Libertà?

Rispetto cioè alle trasformazioni che quel movimento ha saputo imprimere nella società iraniana, emblematizzate dal fatto che molte donne non portano più il velo, ma più profonde nella sostanza? Donna Vita Libertà ha riflesso un cambiamento che era già in atto nella società, ma lo ha anche fatto emergere in modo dirompente sulla piazza pubblica.

Quel movimento ha vinto, è impossibile tornare indietro. E neanche la repressione ha potuto cambiare lo spazio pubblico (come dimostrano le donne con i capelli scoperti anche nelle piazze contro l’aggressione esterna mobilitate dalla Repubblica Islamica, ndr).

Al tempo stesso, se da una parte è difficile che la società retroceda da conquiste ormai consolidate al proprio interno, dall’altra i nuovi gruppi dirigenti subentrati ai vertici, dopo l’uccisione della Guida Ali Khamenei e del suo gruppo, sono ancora più oltranzisti. Cosa che non sembra affatto preoccupare chi ha voluto e sostenuto la guerra, anche con il pretesto di voler venire in soccorso dei manifestanti per aiutarli a far cadere il regime.

Un altro pessimo segno è che da nessuno dei leader occidentali, e penso agli europei come a Trump, nel discorso pubblico e nelle tematiche delle negoziazioni, sia giunto un solo segno che riguardi i diritti umani o la possibilità di chiedere alle Repubblica Islamica di alleggerire la pressione su libertà e diritti delle donne, in cambio di una contropartita. Questo non era accaduto neanche nei negoziati per l’accordo sul nucleare, anche se da parte dell’Europa avrebbero potuto esservi un approccio e un discorso pubblico diversi.

C’era una “human rights diplomacy” in cui si parlava di scambi civili nell’ottica di un alleviamento della repressione, e c’erano la “diplomazia scientifica”, le collaborazioni accademiche, il dialogo interreligioso: insomma, un insieme di iniziative che potevano promuovere un discorso diverso. E la stessa funzione avrebbe potuto forse svolgerla la cooperazione economica dell’Iran con l’Europa, ridottasi drasticamente dopo il ritorno delle sanzioni statunitensi.

Progetti di investimento congiunti per lo sviluppo dell’Iran, come quelli prefigurati con l’accordo sul nucleare del 2015, avrebbero forse permesso una circolazione di persone e di idee capace di fare da contraltare alle narrative di chi voleva e vuole a tutti i costi la guerra. Tornando però ai movimenti sociali che ora perseguono la fine della Repubblica islamica, è noto che vi sono divisioni interne all’opposizione.

Perché questa non è riuscita a trovare una piattaforma comune? Il problema numero uno è la repressione, che ha scientemente e regolarmente ucciso qualsiasi tipo di esperimento democratico, e anche di integrazione tra organizzazioni politiche e sociali.

Poi c’è un problema di generale precarietà determinato anche dal fatto che vari movimenti si sono posti il problema di autolimitarsi, di non essere troppo radicali proprio per evitare la repressione. L’altra grande questione è che la maggior parte delle persone che potrebbero assumere una funzione di leadership e di rappresentanza sono in carcere.

Non a caso, prima della rivoluzione del 1979, la figura di Khomeini era diventata così dominante mentre stava in esilio, dove aveva sì libertà di parola, ma godeva anche di un ascolto presso l’opinione pubblica molto maggiore di chi stava all’interno del paese. Esistono in Iran, tra le varie persone dentro o fuori dal carcere ,  dei leader carismatici potenziali, capaci di rappresentare un’alternativa alla figura costruita all’estero di Reza Pahlavi?

Credo che potrebbe esserlo la Premio Nobel Narges Mohammadi, tornata nei mesi scorsi in carcere. Ma anche Sharifeh Mohammadi, attivista per i diritti umani e sindacalista condannata prima a morte e poi a 30 anni di carcere per ribellione armata, oppure la giornalista Sepideh Golian, anche lei dentro e fuori dal carcere, giovane ma molto amata.

E ce ne potrebbero essere tante altre. Cosa potrebbe dunque fare, la classe politica europea, per sostenere questo laboratorio politico interno alla società civile che tenta di rispondere alla diffusa esigenza di andare oltre la Repubblica Islamica, ma non con la guerra?

La nostra classe politica dovrebbe cercare di parlare con l’opposizione interna all’Iran. Cercare di saperne un po’ di più, innanzitutto, e interloquire con i leader dell’opposizione.

Che fanno fatica a emergere anche perché nessuno parla con loro. Bisogna dare visibilità e credibilità a queste voci.

Senza escludere la necessità di rapportarsi anche con la Repubblica Islamica, credo che una diplomazia che abbia al centro i diritti umani debba ripartire da qui, oltre che dalla preoccupazione di fermare le bombe. Il problema però sta anche nella mancanza di adeguati strumenti di comunicazione, da parte di questa opposizione interna.

Mentre sono finanziariamente molto potenti, oltre che pervasivi ed efficaci, quelli a disposizione di chi, in Occidente, sostiene la guerra. Questo è vero, e la guerra in questo ha un effetto devastante.

Molti attivisti ce lo dicono chiaramente: la guerra ha distrutto quello che secondo loro era l’inizio di un ciclo rivoluzionario. Dal 2017 in poi vi sono stati cicli di mobilitazione che, più che in passato, erano diffusi in tutto il territorio nazionale; molto più intersezionali, che riuscivano cioè a mettere insieme persone e istanze di classi sociali diverse; e che avevano anche richieste radicali, una spinta rivoluzionaria e non riformista.

E ciò si è ripetuto in diversi cicli di mobilitazione: 2017-18, 2019, 2022, fino alle ultime manifestazioni di protesta, nel dicembre-gennaio scorsi. Come si sarebbe potuto evolvere, questo nuovo ciclo, non lo sappiamo, ma diversi collettivi e organizzazioni dicono che c’era questa chiara direzione in senso rivoluzionario.

Non basta dirsi progressisti: come si cancella la società iraniana Per ipotesi, di fronte alla controparte statunitense, quanto questo movimento rivoluzionario in fieri sarebbe disposto a cedere alle massimalistiche richieste di Trump alla Repubblica Islamica, dallo stop all’arricchimento dell’uranio al depotenziamento dell’arsenale dei missili balistici? Sarebbe forse meno intransigente e nazionalista dei vertici iraniani?

Difficile dirlo. Però è interessante notare che, negli ultimi negoziati prima della presente guerra, la stessa Repubblica Islamica si era spinta molto avanti nell’offrire concessioni che, riporta il Guardian, erano senza precedenti sull’arricchimento dell’uranio.

Il sistema iraniano si è del resto mostrato più volte capace di importanti compromessi nei negoziati - a cominciare da quel 3,67% come limite all’arricchimento dell’uranio nell’accordo del 2015 - ma più volte è stato  tradito dal suo interlocutore. Ma parliamo di nazionalismo come uno dei fattori delle scelte strategiche della Repubblica Islamica.

Quanto ne percepivi nei movimenti che studiavi nei tuoi viaggi in Iran, e in che misura è paragonabile a quello che anima i gruppi dirigenti del paese? Ho trovato piuttosto un senso del diritto all’autodeterminazione: centrale per loro era dire “vogliamo liberarci come decidiamo noi.” Ma è diverso dal nazionalismo che fa da bandiera per la Repubblica Islamica; piuttosto, penso che ci fosse l’idea che le risorse – gas e petrolio in particolare - facevano parte di questa nazione.

Significativo infine che anche un gruppo di figure della opposizione molto note - dalle Premio Nobel Narges Mohammadi e Shirin Ebadi ai registi Jafar Panahi e Mohammad Rasoulof - abbia firmato il 16 giugno, a guerra dei Dodici giorni appena iniziata, un documento in cui si chiedeva alla Repubblica Islamica di recedere proprio dall’arricchimento dell’uranio. Il quale, scrivevano, “non è in alcun modo nell'interesse del popolo iraniano.

Esso non deve essere sacrificato per le ambizioni nucleari o geopolitiche di un regime autoritario. (…) L'unica via credibile per preservare questo Paese e il suo popolo è che le autorità attuali si dimettano e facilitino una transizione pacifica verso un'autentica democrazia”. Pensi che questa posizione sia effettivamente diffusa?

Per molta parte della popolazione il nucleare ormai è diventato una bestia nera, una giustificazione per imporre sanzioni e attaccare militarmente l’Iran. Ma su questo tema ci sono posizioni molto diverse, e quella citata potrebbe non essere quella più rappresentativa.

Immagine in anteprima via laterza.it 

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