Martedì 17 febbraio 2026 ore 18:01

Politica

Da Repubblica a La Stampa: l’agonia dei quotidiani lascia il potere senza “cane da guardia”

Martedì 10 febbraio 2026 ore 18:56 Fonte: Strisciarossa
Da Repubblica a La Stampa: l’agonia dei quotidiani lascia il potere senza “cane da guardia”
Strisciarossa

Repubblica (fondatore Eugenio Scalfari, come si legge accanto alla testata) non è certo incappata nel momento migliore per celebrare i cinquant’anni della sua esistenza, quando la crisi propria e dei giornali e del sistema intero dei media è grande e manifesta, colpa della politica disertata, della cultura al degrado, delle nuove tecnologie tanto invasive e tanto facili. E colpa dei padroni, utilizzatori finché conviene e in perenne conflitto di interesse.

Martedì 10 febbraio Repubblica non era nelle edicole (dovremmo conteggiare anche la loro sparizione giusto per meglio delineare i contorni di tanti rovesci), perché un’assemblea si è protratta oltre misura, al punto da impedire la “chiusura” del giornale, e non lo sarà neppure l’11 febbraio, per lo sciopero deciso a conclusione di una lunga e tormentata discussione. Due giorni di sciopero nel giornale fondato da Eugenio Scalfari In un comunicato il comitato di redazione spiega dettagliatamente le ragioni della lotta ed è utile darne, in parte, conto.

“Ormai da settimane – si legge – la vertenza del nostro giornale è aperta: sappiamo che Exor è in trattativa per la vendita di Gedi con il gruppo greco Antenna. Ma questa trattativa in esclusiva è scaduta lo scorso 31 gennaio e la società non ci ha ancora detto se c’è stata una proroga e fino a quando…”.

Ne ha scritto dettagliatamente su queste pagine Rinaldo Gianola (leggi qui). “Abbiamo coinvolto chiunque fosse possibile, continuiamo a farlo, lavorando assieme alle organizzazioni sindacali, interpellando istituzioni, lettori, partiti, enti pubblici, da Agcom all’European Board for Media Services.

Abbiamo fatto il nostro lavoro giornalistico per tentare di fare luce sulla natura del potenziale acquirente e ciò che ne è uscito non ci tranquillizza, anzi… In questa trattativa – lo stiamo denunciando da tempo – manca trasparenza, necessaria e fondamentale quando in ballo c’è un prodotto che non è solo economico ma è uno strumento di equilibrio di un già fragile pluralismo mediatico. Le nostre richieste di garanzie, occupazionali e democratiche, sono ad oggi cadute nel vuoto di fronte a un silenzio ostinato e irrispettoso di chi, per il ruolo che ricopre, dovrebbe darcele.

L’editore John Elkann, infatti, si rifiuta di incontrare le rappresentanze sindacali”. Un editore, che ha incamerato quattrini a non finire, svendendo molto e che vuole continuare lungo la stessa strada, magari incoraggiato dai conti fallimentari di Stellantis e dal crollo in Borsa.

Questa è la situazione che stanno vivendo 1.300 famiglie. Lo spezzatino di Gedi, quel che era il primo gruppo editoriale italiano, continua indisturbato.

Come nel disinteresse generale, salvo dei sindacati e di chi del proprio lavoro vive, è stato smantellato un pezzo di industria italiana. Tutto questo mentre gli azionisti ogni anno portavano a casa dividendi miliardari.

La storia di Repubblica e del gruppo Gedi è paradigmatica. Racconta bene lo strapotere di pochi, senza regole e senza controlli; il destino incerto dei molti che non hanno ereditato patrimoni né credono nella legge del più forte e del più furbo; le pavidità e connivenze di purtroppo molti decisori pubblici, attenti agli interessi delle oligarchie e meno al bene comune.

Questa vicenda non è soltanto nostra…”. “Non è soltanto nostra…”.

Infatti poche ore dopo giunge il comunicato del comitato di redazione della Stampa, ahimè nella stessa barca, grazie a Gedi, ma non gradita dall’editore greco. Solidarietà e denuncia ancora:

“A oggi non esiste alcuna garanzia o clausola di salvaguardia né per l’occupazione né per l’autonomia e l’indipendenza delle testate, valori che dovrebbero essere intoccabili…”. La vicenda dovrebbe essere anche nostra: questione di pluralismo, di democrazia, di libertà, lo dicono anche i giornalisti, tentati però troppe volte dalla scorciatoia dell’ossequio, del conformismo, dell’abito che si indossa secondo il potente in campo, siano la Meloni oppure il più modesto Angelucci, padrone delle cliniche e dei fogli della destra.

Se la cava, per ora, il Corriere con la spregiudicata regia commerciale di Cairo La parabola, finora fortunata, del primo giornale in Italia, il Corriere, secondo la linea impressa da Urbano Cairo, può aggiungere qualcosa: non solo il furbo adattamento ai sentimenti della maggioranza (con il progressivo svilire della presenza di una opposizione), ma anche banalmente la risorsa marketing a tutto campo, pubblicità in chiaro e sottotraccia, persino master e viaggi con accompagnatore (una pagina reclamizzava ieri la partecipazione alla Bit, borsa internazionale del turismo, utilizzando senza pudore l’immagine di Ettore Mo, che giornalista nel mondo lo fu sul serio). Il Corriere sta in piedi, grazie appunto a questa spregiudicata e commerciale regia di Urbano Cairo, secondo un modello che gli altri non sono stati capaci di imitare, ma anche il Corriere paga un poderoso calo di vendite: dal mezzo milione di copie dei tempi gloriosi alle centomila d’oggi.

Peggio gli altri: Repubblica arriva a sessantamila, la Stampa si ferma a quarantamila, più in basso ancora Messaggero, Gazzettino Quotidiano nazionale (nelle mani di un assai ricco, ma non si sa quanto competente, Leonardo Maria Del Vecchio).

Siamo alle soglie della invisibilità, non ci fossero le rassegne stampa televisive e i talk show che invitano giornalisti più o meno influenti. Tanto per capirsi: l’Unità di copie ne vendeva quarantamila, quando il buon Renzi decise che il suo partito avrebbe potuto farne a meno.

Peggio risulterebbe il panorama se si andasse a verificare le perdite: il Corriere, ad esempio, è sceso di diecimila copie confrontando un mese del 2025 e l’analogo mese del 2024. Per reggere, la soluzione più gradita dai nostri editori è sempre la solita.

Vale per tutta l’impresa in Italia: tagliare i costi. L’altro giorno si è saputo che un magistrato milanese ha indagato per caporalato, Glovo, la società che “governa” migliaia di rider, quelli che recapitano le pizze a casa, pagati due euro e cinquanta a consegna “sotto la soglia della povertà e in contrasto con l’articolo 36 della Costituzione”: giornate interminabili, freddo pioggia, corse infinite per mettere assieme qualche centinaio di euro.

Ma l’articolo di un free lance, bel nome per nascondere un’altra amara realtà di sfruttamento, non merita molto di più. Quando un’inchiesta riservata ai nostri editori, dopo quella sui sarti e questa su Glovo?

Da chi sta sempre sotto ricatto, senza un contratto, senza certezze, quale autonomia di giudizio, quale indipendenza, si possono pretendere? Proprio a quelle fondamentali facoltà, si riferisce l’ultima indagine condotta da Reporter Senza Frontiere, che stila la classifica dei paesi dove l’informazione è più libera: i più virtuosi sarebbero Norvegia, Danimarca, Olanda, Svezia… E l’Italia?

Sprofondata al quarantanovesimo posto in una classifica di 180 paesi, tre posti più giù rispetto al 2024, sotto Tonga, ma davanti alla Mauritania. Noi siamo mai stati ai vertici, ma peggiorare è brutto e può indicare una ragione di tanta distanza tra la stampa e il pubblico potenziale, che la giudica compromessa, subalterna, inaffidabile, in una società non più divisa in “chiese”, ma nella quale si sono moltiplicate lobby, corporazioni, mafie, camorre sempre più aggressive.

Per alcuni ovviamente va bene così. I megafoni del governo sopravvivono, tra provvidenze pubbliche e iniezioni di denaro privato.

Nel suo libro di memorie, “La sera andavamo in via Veneto”, Eugenio Scalfari, il “fondatore”, scriveva: negli anni settanta i media “non si sono limitati a informare la pubblica opinione, ma sono intervenuti anch’essi in supplenza e si sono posti come contropotere di fronte alla degenerazione di un potere declinante e malformato”. Mezzo secolo fa.

Continuando così, sarà sempre più difficile rintracciare voci “contro il potere” o, almeno, espressioni di una critica ad un potere “malformato e declinante”. L'articolo Da Repubblica a La Stampa: l’agonia dei quotidiani lascia il potere senza “cane da guardia” proviene da Strisciarossa.

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