Politica
La guerra nel vuoto politico: interessi privati e alleanze fragili guidano gli attacchi
ISTANBUL – C’è un libro che oggi più di ogni altro andrebbe letto per capire quello a cui stiamo assistendo: Alzati e uccidi per primo, del giornalista israeliano Ronen Bergman.
Racconta le eliminazioni mirate condotte dallo Stato di Israele fin dalla sua nascita, mostrando come l’omicidio politico non sia mai stato un’eccezione, ma un vero e proprio pattern di azione. Con onestà intellettuale, dovremmo chiamarlo per quello che è: terrorismo di stato, spietato e legalizzato.
Un motto che molti hanno dimenticato resta la bussola per chiunque voglia comprendere la logica strategica israeliana: “Muoverai guerra con l’inganno.” Viene dai Proverbi biblici ed è stato, per decenni, la stella polare del Mossad.
Nato formalmente il 13 dicembre 1949, il Mossad affonda le radici nelle strutture clandestine paramilitari dell’Haganah, operative negli anni ’40 del XX secolo e strettamente collegate ai servizi occidentali, in particolare alla nascente CIA. Senza questa rete internazionale, il progetto politico sionista difficilmente si sarebbe realizzato con la rapidità con cui si compì.
Netanyahu e Trump (Credit: Photo by Jim LoScalzo – Pool via CNP/Shutterstock (15510189s) Dove nasce la guerra: contesto storico e strategico Il 14 maggio 1948, David Ben‑Gurion proclamò unilateralmente la nascita dello Stato di Israele nella sala del Museo di Tel Aviv: un atto destinato a cambiare per sempre il Medio Oriente.
Settanta anni dopo, quella stessa logica — inganno, azione preventiva, superiorità militare — continua a plasmare il presente. Ed è dentro questo quadro che va letta la guerra nella quale Israele ha trascinato Trump e il suo popolo, rischiando di incendiare non solo l’intera regione, ma l’intero Golfo Persico.
Questo è solo l’esito ultimo di un progetto iniziato decenni fa. Senza risalire a Jabotinsky o all’idea di Ben‑Gurion di deportare i palestinesi e realizzare la cosiddetta “Grande Israele”, la strategia di Benjamin Netanyahu è chiara fin da quando è salito al potere nel 1996: destabilizzare la regione e controllarla.
Aveva una lista, una sorta di “lista della spesa”, in cui figuravano Iraq, Siria, Libano e, soprattutto, Iran. Da allora, Netanyahu ripete ossessivamente, in un inglese impeccabile e rassicurante, che l’Iran è a un passo dalla bomba atomica.
Trenta anni di avvertimenti e nessuna prova concreta: l’unica certezza è che Israele possiede armi nucleari senza vincoli di trattati di non proliferazione, senza dichiarazioni ufficiali e senza controlli esterni. L’Iran, al contrario, ha sempre rispettato trattati e verifiche: la bomba non ce l’ha.
La guerra israeliana contro il “gigante persiano”, lanciata con un urlo bellicoso che ricorda Mussolini in Grecia, è grottesca. Israele pensa di abbattere l’Iran come Mussolini sperava di spezzare le reni ai Greci.
La storia, però, insegna il contrario. (Foto: //FARNOOD_Sipa.22008 /Credit:AHMADVAND/ SFotogramma/2603020954) Israele annuncia di aver eliminato due figure centrali dell’Iran Questa mattina il ministro della Difesa israeliano Katz ha annunciato che le Forze israeliane hanno eliminato il segretario del Consiglio supremo della Sicurezza nazionale iraniana Ali Ardashir Larijani; insieme a lui sarebbe stato ucciso anche Gholamreza Soleimani, comandante della milizia interna Basij. Al momento non c’è conferma ufficiale da parte delle autorità iraniane sulla morte di entrambi.
Larijani non è un politico qualunque: ex presidente del Parlamento, filosofo e uomo di vasta cultura, con un altissimo prestigio, è un anello chiave della catena di comando, e se venisse confermato il suo assassinio sarebbe un colpo durissimo. Ma l’Iran ha dimostrato negli anni di sostituire rapidamente le figure eliminate, e la perdita, per quanto grave, sarà assorbita dal sistema.
Fare l’elenco delle violazioni israeliane di queste prime due settimane di guerra contro l’Iran richiederebbe pagine su pagine. Basti dire che in questi primi 16 giorni Israele ha attaccato 18 ospedali, replicando la logica già vista a Gaza: colpisci, distruggi, smantella, semina panico, destabilizza.
In Libano, dall’inizio di marzo, oltre un milione di persone sono state costrette all’evacuazione — uno su sette cittadini libanesi non ha più nulla, nemmeno una tenda — mentre Israele ha violato più di 7.500 volte il cessate il fuoco di novembre 2025. Gli attacchi hanno ucciso oltre 850 civili libanesi e colpito circa 1.000 km² di territorio.
E sorprendentemente, Hezbollah mantiene ancora capacità significativa di resistenza. La “dottrina Gaza”, come alcuni di noi avevano denunciato fin dal principio, applicata da Israele nella Striscia ed esportata poi in Cisgiordania e in Libano, sta dilagando.
Quello che non è stato impedito e non è stato stigmatizzato per quello che era — una strage quotidiana e incomprensibile di civili, territorio e infrastrutture — adesso viene applicato e replicato come se fosse la cosa più normale del mondo. E accade che a uno Stato grande quasi quanto l’Emilia‑Romagna venga permesso di proseguire in questo suo terrificante bagno di sangue, supportato da una sete di potere senza confini, come senza confini, d’altra parte è lo stato di Israele, in preda a un evidente delirio di onnipotenza.
L’isolamento di Trump e le conseguenze politiche per gli USA Dall’altra parte del Globo, una cosa è altrettanto certa: dalla Seconda guerra mondiale, tutte le guerre degli Stati Uniti sono state perdute: Vietnam, Iraq, Afghanistan.
Anche questa non farà eccezione. Trump, come un gangster, cerca di prendere il petrolio, come ha fatto con quello venezuelano; gli israeliani mirano alla terra promessa dall’Eufrate al Nilo.
Insieme, uno sventola la Torah, l’altro la Bibbia per legittimare le loro scelte, mentre la loro azione reale è dominio e occupazione. Ma la storia dimostra che Davide vince sempre contro Golia: l’arroganza, prima o poi, paga il prezzo.
Un aspetto cruciale è poi che Trump si è lasciato trascinare in questa guerra su indicazione di Netanyahu, senza passare dal Congresso, dalla NATO o da alcun organo istituzionale preposto a decisioni di simile gravità. Ha anteposto il bene dello Stato ebraico e gli interessi israeliani a quelli degli Stati Uniti e del popolo americano.
È un fatto gravissimo. Con le elezioni di Midterm alle porte, gli americani se lo ricorderanno.
Per la prima volta, alcuni alleati occidentali hanno avuto il coraggio di dire apertamente di no. L’ineffabile Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Kallas, per la prima volta ha dissentito senza ambiguità:
“Quella contro l’Iran non è la nostra guerra.” Anche Regno Unito, Giappone e Cina hanno rifiutato di supportare una campagna che appare illegale e unilateralmente condotta da Washington. Basta registrare alcune dichiarazioni che si susseguono sui media per evidenziare il caos e le contraddizioni di questa guerra:
Trump rassicura sul petrolio — “gli USA producono molto, più di ogni altra nazione” — e promette di far scendere il prezzo della benzina. Analisti come Eric Ham, però, avvertono: il petrolio è una commodity globale; se i prezzi salgono, la popolazione americana soffrirà e il contraccolpo elettorale sarà inevitabile.
Negli Stati Uniti, dove i consumatori non sono abituati a impennate sistemiche delle utilities, il panico serpeggia già. Alcuni repubblicani, come Thomas Massie, attaccano la guerra definendola “non America First”, mentre l’Iran, che con lo Stretto di Hormuz ha fatto una mossa da scacco matto, considera lo scenario regionale come una guerra su più fronti.
Così, quello che doveva essere un attacco “limitato” e veloce rischia di diventare una crisi internazionale prolungata e dagli esiti imprevedibili. Nel frattempo, il portavoce delle Forze armate iraniane, Abolfazl Shekarchi, ha reagito contro la narrazione trumpiana, dichiarando apertis verbis:
“L’esito della guerra non si decide su Twitter. Si decide sul campo di battaglia.” In questo contesto, il presidente americano appare isolato, trascinato da alleanze personali e interessi esterni, incapace di ottenere consenso internazionale.
Il risultato? Un conflitto che accentua l’instabilità globale e mette a rischio la sua stessa posizione politica interna, alimentando la percezione di un esecutivo disallineato e irresponsabile.
Se sarà un nuovo Vietnam, come si chiedeva ieri Quirico sulle pagine de La Stampa, mi sembra prematuro dirlo e forse anche inutile chiederselo. La vera domanda che resta aperta è: fino a quando e fino a dove i governi di mezzo mondo hanno intenzione di spingersi oltre, prima di comprendere che ogni centimetro e ogni giorno guadagnato dalla “dottrina Gaza” instaurata da Israele e sposata da Trump è un centimetro tolto al benessere del mondo e un giorno perso per l’umanità?
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