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Politica

L’Italia della svolta di Occhetto era già cambiata, non aveva senso un approdo socialista

Mercoledì 4 marzo 2026 ore 13:48 Fonte: Strisciarossa
L’Italia della svolta di Occhetto era già cambiata, non aveva senso un approdo socialista
Strisciarossa

Festeggiando, in maniera un po’ irrituale, i 90 anni di Achille Occhetto su strisciarossa.it Pietro Spataro concludeva – quasi a voler separare l’Occhetto pre 1989 da quello che “comincia” dalla Bolognina – con una forte critica ai modi della svolta e successivamente ad una deriva che attraversa il nuovo partito nato a Rimini nel 1991 di carattere “politicistico” e troppo attento alle riforme istituzionali. Al contrario l’analisi della figura di Occhetto prima della svolta è letto con grande partecipazione, almeno fino al XVIII congresso di Roma, quando Occhetto viene rieletto segretario (per la prima volta da una assise formale) raccogliendo attorno a sé una maggioranza composta dalla grande pancia berlingueriana specie dal nuovo gruppo dirigente in via di emersione generazionale e dalla sinistra di Ingrao.

Eppure io credo che, invece, già quel congresso segnasse una rottura col passato che faceva intravvedere la svolta arrivata sull’onda dell’emozione della caduta del Muro nell’ottobre 1989. Una annotazione personale: quel congresso non mi convinse fino in fondo e davanti alla Bolognina fui tra quelli che espressero il loro no (pur in una modalità molto particolare).

Eppure riletto con gli occhi del dopo credo che Occhetto, in quel momento fosse il dirigente del PCI che avesse compreso meglio le novità degli anni Ottanta. E le novità non erano solo politiche, ma sociali, di senso comune, culturali in qualche modo perfino antropologiche.

Dal punto di vista della politica sono gli anni di Craxi e del Caf, ma non solo. Sono gli anni che demoliscono definitivamente la strategia del compromesso storico, voluta da Berlinguer per tutto il decennio precedente ed erosa, fino a scomparire, da un mutamento radicale nel quadro politico: non c’è – ammazzato – Aldo Moro e la sua Dc che aveva accettato la sfida berlingueriana pensando di mantenere per questa via una centralità che stava smarrendo.

C’è invece lo spostamento della sfida in un’altra “arena”, quella chiusa e rassicurante degli equilibri di potere tra un ambizioso Psi e una Dc in arretramento ma ancora solida negli assetti di potere. In questo quadro la posizione del Pci è fragilissima: i voti ci sono (anche se in brusca caduta) ma non c’è più una strategia.

E dopo la delusione dei governi di unità nazionale non si può tornare ad una opposizione che sia una semplice “imitazione” di quella del passato. Perché l’opposizione comunista – in una democrazia bloccata segnata dalla collocazione internazionale del paese – era stata, per tutta la fase del centrismo, una sorta di “resistenza” e di tutela degli interessi di classe, in un momento in cui lo sviluppo economico accresceva il peso degli operai.

E poi, a partire dall’emergere del centrosinistra, era stata una “opposizione che governa” come amava dire Togliatti. Ovvero una opposizione che spinge i confini politici e sociali verso sinistra, in un quadro politico in cui l’arrivo dei socialisti al governo rende la situazione “permeabile” e impone al Psi una concorrenza pesante (pensate alla Cgil in cui comunisti e socialisti vivono gomito a gomito, pensate alla spinta alla programmazione economica che era sempre stato un cavallo di battaglia della sinistra).

Quel quadro non c’è più e Craxi lancia una campagna di concorrenza e di “riequilibrio” a sinistra che non è fatta, come nel passato, dell’idea di portare i comunisti ad avvicinarsi al governo, bensì quello di allontanarli sempre di più per renderli marginali e svuotarli di consensi. La verità è che in questo quadro politico il decennio degli Ottanta si apre con la più dura sconfitta sociale.

Parlo della sconfitta dell’ottobre 1980 alla Fiat, dove una durissima lotta sindacale che aveva paralizzato la più grande fabbrica d’Italia finisce nella drammatica firma di un accordo che butta fuori dall’azienda 25 mila operai e impiegati: cassa integrazione a zero ore e quasi nessuno di loro rimetterà piede in fabbrica. Le battaglie sindacali si vincono e si perdono (era già successo negli anni Cinquanta con la sconfitta della Cgil nelle commissioni interne) ma questa non è una sconfitta qualsiasi per molti motivi.

Perché a determinarla è stato l’isolamento operaio – ricordate la marcia dei quarantamila quadri per le strade di Torino che chiedono di poter tornare a lavorare -, perché si conclude con una sorta di “pulizia etnica” dei lavoratori più sindacalizzati, perché si porta dietro la sconfitta di Berlinguer e del Pci che erano stati davanti ai picchetti operai, forse senza neppure crederci fino in fondo. Non reggere nella fabbrica simbolo d’Italia si portò dietro con un effetto domino una sconfitta generale per di più in un momento in cui nell’industria italiana sta partendo la più massiccia ristrutturazione produttiva, mentre arrivano i robot, mentre complessivamente un enorme numero di operai impiegati nelle industrie medio grandi sta per “uscire” dal lavoro.

L’altro versante – non poteva essere diverso – è quello culturale e valoriale: dopo il decennio del sociale, del “tutto è politica”, della solidarietà, dell’impegno collettivo in tutto (ricordate la “partecipazione”, lo straordinario fiorire degli organismi partecipativi dalle scuole ai quartieri, per dirla con un esempio che ricorderanno tutti di Giorgio Gaber e del suo “Libertà non è star sopra un albero” canzone simbolo di quella stagione non a caso scritta tra il 1972 e il 1973) assistiamo a un fenomeno nuovo, quello dell’emergere della centralità dell’individuo, della nuova misura determinata dal “consumo”. In questo quadro l’Italia vede sbiadire il suo “eccezionalismo”, e si afferma un modello che in quel momento dagli Usa di Reagan all’Inghilterra di Margaret Thatcher, vede ridursi lo stato sociale e affermarsi una sorta di corsa ad un personalissimo arricchimento, in cui il successo non è più qualcosa da tenere riservato ma da sbandierare.

Forse potremmo addirittura dire che gli anni Ottanta italiani non sono tanto la rivincita sugli anni Settanta, ma l’affermazione di una tendenza che era emersa nei primi Sessanta e che avevamo chiamato “neocapitalismo”, legato a una riorganizzazione tecnocratica e una americanizzazione della società – cominciando dai ceti borghesi – che aveva però incontrato l’onda del Sessantotto, la crisi del modello americano legato alla guerra del Vietnam. Gli anni Settanta in qualche modo erano stati una reazione a quelle innovazioni che avvenivano già in tutto il mondo.

Ma infine l’onda rifluisce a partire dagli Ottanta, che, non a caso, vennero chiamati gli anni del riflusso e il neocapitalismo si afferma da un punto di vista valoriale e sociale, finendo per strutturarsi anche politicamente. Un lunghissimo – e frettoloso – viaggio che ci riporta dove eravamo partiti: all’ultimo pezzo di strada del Pci e infine alla sua “trasformazione” che è qualcosa che va al di là del cambio del nome.

La crisi comunista era stata pesante da molti punti di vista. Elettoralmente il Pci era passato dal 34% dei voti del 1976 (il miglior risultato mai raggiunto) al 30% del 1979 al 26% del 1987, il Psi nello stesso periodo dal 9% quasi al 15%.

Nell’88 una parzialissima tornata amministrativa alle provinciali fa sentire altri scricchiolii (in città come Pavia, Novara, Belluno, Pordenone il Psi scavalca i comunisti diventando secondo partito). E quegli scricchiolii portarono all’elezione di Occhetto a segretario in maniera un po’ ruvida, mentre Natta stava ancora uscendo da una pesante malattia.

Un analogo processo di logoramento stava maturando all’interno del Pci con una riduzione del numero degli iscritti, con una struttura del partito, quella dei funzionari, che andava crescendo contro un assottigliamento di quello che allora si chiamava il “quadro attivo”. Il processo durava già da un po’ se lo stesso Berlinguer nelle riunioni riservate guardava con preoccupazione alla crisi della militanza, alla pesante riduzione – per fare un esempio che conosciamo bene – della diffusione dell’Unità.

Il compromesso storico era stato pensato da Berlinguer come un passaggio necessario per rompere la “conventio ad escludendum”, per aprire un dialogo che aveva per soggetti comunisti e cattolici (e che quindi saltava a piè pari il ruolo di “intermediazione” assolto dal Psi). Non so se Berlinguer lo ipotizzasse come una stagione che sarebbe finita con l’affermarsi infine di una sana alternanza politica alla guida del Paese, che in Italia non c’era mai stata ma che era invece una modalità normale delle altre democrazie europee (dove però non erano i partiti comunisti uno dei due “poli” che si alternavano).

Sinceramente credo che questo fosse soprattutto il pensiero di Moro, che puntava ad una fase a forte controllo democristiano che avrebbe finito per cambiare il Pci, al di là del suo nome, dopo la quale la competizione per il governo sarebbe stata aperta. Occhetto, prima della caduta del Muro – ma consapevole della crisi radicale del socialismo reale – aveva nel congresso di Roma, parlato della necessità di profonde innovazioni anche all’interno del Pci.

Innovazioni culturali e nello “stile” delle relazioni interne. Metteva in campo – in apparente contraddizione – l’orgoglio e il “nuovismo”.

Non inseguiva Craxi ma ne comprendeva la forza e gli elementi confusi di modernizzazione. Anzi, credo che Occhetto abbia vissuto la caduta del Muro e la fine del sistema socialista insieme come un “trauma” e come un’opportunità.

Un trauma perché lui – generazionalmente – aveva vissuto in quello strano ircocervo che era il partito togliattiano, non tanto “doppio” nella scelta tra democrazia e fedeltà al socialismo quanto invece sinceramente democratico proprio perché c’era un “campo socialista” a costituire un mondo valoriale e insieme a tenere a bada l’aggressività capitalistica. Ma la fine di quel mondo obbligava tutti – era questo il suo pensiero – a rivedere radicalmente la loro posizione nel mondo.

Insomma, quello che lui fece con la svolta era qualcosa che – in maniera diversa – avrebbero dovuto fare tutti i partiti italiani (cominciando dal Psi, ma non escludendo la Dc) perché il quadro politico mondiale cambiava per tutti. La svolta, invece, la fece solo il Pci con il suo cambio di nome e con i tormenti che lo accompagnarono.

E la fece con le modalità di Occhetto che è sempre stato un dirigente fatto di uno strano impasto di volontà e impulsività. Ripensandoci ora, tanti anni dopo, per fare quella svolta in maniera diversa non ci sarebbe voluto un segretario ma un “mago”.

Uso questa parola così impolitica perché il lavoro più difficile era quello che si doveva compiere nella psiche collettiva di un popolo, quello comunista. Sarebbe servito un Mosè che attraversa il Mar Rosso, non un politico e tantomeno un abile tattico.

L’operazione di Occhetto – molti lamentano oggi – doveva essere quella di usare la fine del socialismo reale per ricucire lo strappo del 1921, quello di costruire un partito socialdemocratico tradizionale sanando vecchie ferite. Credo che questa davvero sarebbe stata una operazione impossibile, almeno impossibile in Italia con la presenza di un Psi radicalmente trasformato dal craxismo.

Occhetto sceglie di tenere insieme senza infingimenti quella grande risorsa che era stato il Pci dell’opposizione e della rappresentanza sociale e un forte bisogno di cambiare anche la natura di alcune scelte. Che senso avrebbe avuto fare un “partito del lavoro” (come altri hanno pensato) mentre non era più attorno al lavoro che si costruivano le identità individuali e sociali, in un momento in cui era lo stesso sindacato a percepire i propri aderenti come “consumatori” prima ancora che come produttori?

E anche la nuova attenzione alle riforme istituzionali che porterà il Pds a promuovere i referendum di Mario Segni contro le preferenze ha un senso: è un modo per affrontare per la prima volta la questione dell’alternanza senza più il “fattore K” ovvero l’impossibilità – fin dal nome – per un partito di arrivare al governo e per rompere un quadro politico (quello del pentapartito e del Caf) cristallizzato e immobile. Guardando a quel passaggio non con la testa all’indietro, credo che le strade da percorrere non fossero poi molte, che un po’ più di “educazione” forse ci avrebbe fatto perdere meno tempo e avrebbe prodotto meno traumi ma non avrebbe potuto eludere i problemi.

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