Politica
Nuove tecnologie, il silenzio della sinistra su un mondo che cambia il paesaggio politico
Il silenzio dei comunisti. Era il titolo di una suggestiva e toccante rassegna di lettere che si erano scambiate tre figure emblematiche di quel mondo politico e culturale che proprio nel passaggio di secolo constatava la propria marginalità, come Miriam Mafai, Vittorio Foa e Alfredo Reichlin ( Il silenzio dei comunisti, Einaudi Editore, Torino 2002).
Oggi potremmo usare quel fortunato titolo per indicare l’afasia dell’intera sinistra dinanzi al nuovo mondo tecnologico che sta resettando democrazia e lavoro, esattamente i due fattori determinanti dell’universo politico e culturale di quella sinistra. Un silenzio che ci porta a chiederci: ma perché nessuna delle esperienze editoriali che ancora parlano al popolo di sinistra oggi è protagonista del dibattito socio tecnologico, che pure investe e colpisce quel popolo?
Più in generale, dovremmo forse chiederci quale sono oggi le testimonianze di un certo seguito che rimbalzano una riflessione culturale e politica del campo progressista? Ci pare evidente che la seconda risposta sia largamente influenzata dalla prima constatazione: non si riesce a bucare il limite di un brusio minoritario, o recluso nella bolla della testimonianza nostalgica, se non ci si misura con temi che mettano in primo piano proprio il modo con cui muta la produzione e la comunicazione.
La cessione imminente di Repubblica aggraverà ancora il quadro. Il giornale fondato da Eugenio Scalfari ha supplito largamente alla crisi di vitalità editoriale della sinistra, diventando, come sappiamo, per molti versi, il sostituto dei partiti che via via si sono contesi l’eredità delle forze di matrice socialista.
L’esplosione della pervasività delle tematiche connesse al mondo digitale, dal lavoro alla democrazia, dall’informazione alla pubblica amministrazione e alla sanità, dai comportamenti elettorali fino a quelli commerciali, che tiene banco anche nella più spicciola quotidianità, oltre che nella più impegnata riflessione filosofico-scientifica, non ha trovato una scuola di pensiero, una capacità di analisi e di speculazione che innestasse pensieri lunghi, avrebbe detto Berlinguer, da parte delle diverse componenti che si rifanno alla storia conflittuale del 900. Se oggi vogliamo trovare, nell’ambito nazionale, luoghi dove si ragioni con continuità e metodo sui processi sociali e tecnici scaturiti dalle forme di intelligenza artificiale che stanno automatizzando decisioni e elaborazioni, dobbiamo cercarli in ambienti quali il mondo cattolico, dove con grande pertinenza e rigore Civiltà cattolica, il periodico dei gesuiti, conduce un lavoro di critica etica ai sistemi generativi, anche sulla spinta impressa da Papa Francesco, oppure le diverse ramificazione del sistema della ricerca e delle imprese con una pletora di newsletter e siti che anima il dibattito quotidiano, con il Sole 24 ore, il quotidiano confindustriale in prima linea a seguire le più diverse contorsioni tecnologico e sociali del fenomeno AI.
Due realtà che certo non sono più antagoniste, come lo erano state nel secolo scorso, ma certo non possiamo annoverare a partner di una riflessione che miri a rivitalizzare una sinistra politica. Inevitabilmente il silenzio delle pur diverse espressioni politiche e culturali dell’articolazione progressista, che hanno in comune solo il rigetto di ogni confronto con i nuovi processi di trasformazione sociale, spinge quel che rimane di quelle esperienze ad adottare categorie di giudizio e di valutazione in gran parte estranee alle identità e matrici di una visione di sinistra dell’attuale fase.
Il mondo imprenditoriale, anche nei suoi punti di maggiore lucidità, come ad esempio i commentatori ospitati dal Sole24 ore , o dalla fondazione Leonardo, tende a non considerare la variabile proprietà. La tecnologia è sempre un neutro singolare, una dimensione quasi naturale dell’evoluzione della specie, scevra da conflittualità di interessi che non siano prettamente di mercato, come le regolamentazioni anti trust, a protezione dei produttori nazionali.
Così come le esperienze nate nel mondo cattolico, fra tutte la celebre Call for Ethics , promossa direttamente dal Vaticano, inevitabilmente, pur in una tenace ricerca di spazi autonomi rispetto al determinismo religioso, insiste nella rivendicazione generica di un nuovo umanesimo, in cui l’essere umano rimanga al centro dei processi, come se i proprietari di queste tecnologie, i calcolanti, che esercitano i loro poteri sui calcolati, non siano esseri umani. Nuove tecnologie e l’afasia della sinistra Il buco nero riguarda il cambio di paradigma sociale, che vede quella gigantesca piattaforma ideologica e esperienziale che fu il lavoro, come centro di ogni relazione antropologica nel 900, e matrice di quella visione marxista che ha informato l’intero sistema di negoziazione che ha civilizzato la modernità, è ora sostituita da una forma di produzione della ricchezza e di sua distribuzione tutta vincolata dal controllo degli automatismi computazionali.
Una dinamica questa che pure era già nell’orizzonte marxiano, come passaggi fin troppo noti dei Grundrisse, come il celeberrimo frammento sulle macchine, dimostrano. Ma è evidente come la sedimentazione di una pratica politica, figlia di una sedimentazione ideologica, di tale spessore e diffusione quale fu l’esperienza del movimento del lavoro non possa essere superata con facilità.
In questi ultimi 50 anni, di tale lasso di tempo ormai parliamo, mezzo secolo, tempi e modi per cogliere i processi di sovvertimento di valori, realtà e soggetti sociali si sono manifestati con fin troppo evidenza. Abbiamo registrato le conseguenze di questi sommovimenti tellurici, come lo scioglimento del blocco sovietico, che fu forse la dimostrazione più evidente e persuasiva del climate changing politico.
I diversi passaggi tecnologici – prima l’avvento della rete, con la virtualizzazione delle comunicazioni, poi la comunità digitali che smaterializzarono le organizzazioni sociali, e ancora i social, con l’irruzione sulla scena di masse con l’ambizione di essere soggetti parlanti e la vulnerabilità di risultare moltitudini manipolate, ed ora le diverse AI che industrializzano le interferenze linguistiche e cognitive – non hanno trovato aree culturali e intellettuali pronte a organizzare pensieri analitici e critici. Il Gramsci che non c’è Diciamo non abbiamo avuto un lavoro sulla digitalizzazione relazionale quale fu invece sviluppato sul fordismo.
Non solo ci è mancato un Gramsci di Americanismo e fordismo, capace di darci una matrice interpretativa dei fenomeni indotti da una mastodontica trasformazione sociale, ma quando pure si sono affacciate puntuali analisi dei fenomeni con pertinenti proiezioni geo-politiche, penso alla trilogia della società in rete di Manuel Castells, della fine degli anni 90, non abbiamo avuto la disponibilità e spregiudicatezza di usare questi materiali per mutare radicalmente i corredi teorici e ideologici, rimanendo raggomitolati nella celebrazione degli antichi fasti berlingueriani. Il prossimo anno sarà l’occasione per nuovi tornanti che non ci permetterà di metabolizzare con calma gli arretrati.
Avremo un’accelerazione della potenza di elaborazione dei sistemi generativi che incalzerà sempre più il protagonismo umano e soprattutto rimuoverà del tutto le residue forme di negoziazione sociale. Senza rinnovare questa dinamica di continua contrattazione non avremo la possibilità di adeguare democrazia e organizzazioni del consenso autonome e attive.
Pensiamo a quali strumenti si annunciano per la prossima campagna elettorale, quella del 2027, che sarà una vera mattanza digitale, con linguaggi e soluzioni che ancora non sono state del tutto inventate. Entrare in questo gorgo significa avere una propria identità e visione dei processi.
Non condividerne le strutture tecniche, come non condividevamo le tabelle del cottimo o le ingegnerizzazioni della catena di montaggio, ma ritrovare il filo di uno spazio pubblico che possa e debba misurarsi con la privatizzazione della nostra mente. Per questo è necessario estendere le opportunità e le occasioni per riflettere e confrontarci su questi scenari costruendo strumenti critici che producano consapevolezza e intervengano nei processi di decentramento delle tecnologie, mobilitando risorse cognitive e memorie – archivi e rassegne del nostro passato – per addestrare i nuovi apparati intelligenti.
Partire da questa concretezza: come far parlare questi sistemi in maniera più affine agli utenti e meno ai proprietari, potrebbe essere un modo per aggiornare il vecchio detto di Giuseppe Di Vittorio: dobbiamo sapere una parola più del padrone. L'articolo Nuove tecnologie, il silenzio della sinistra su un mondo che cambia il paesaggio politico proviene da Strisciarossa.