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Come il governo Netanyahu sta strumentalizzando la religione per giustificare una guerra senza fine

Domenica 15 marzo 2026 ore 09:46 Fonte: Valigia Blu
Come il governo Netanyahu sta strumentalizzando la religione per giustificare una guerra senza fine
Valigia Blu

Dopo aver trascorso un’altra notte in bianco, correndo dentro e fuori dai rifugi al ricevimento del messaggio di allerta sul cellulare, al dodicesimo giorno di guerra, agli israeliani viene chiesto di trascinarsi a lavorare con la paura di venire sorpresi dalle bombe lungo il tragitto. Intanto le scuole sono ancora chiuse, cosa che penalizza in particolare le donne; le attività commerciali cercano di sopravvivere come possono, dal momento che la gente preferisce allontanarsi da casa solo in caso di reale necessità, e la mobilitazione dei riservisti paralizza interi settori produttivi.

Se la borsa israeliana tiene e lo shekel, la moneta, non crolla, sotto la superficie la situazione è molto più complessa perché l’economia non può reggersi a lungo solo sull’industria della difesa. Così, mentre le compagnie aeree straniere annullano uno dopo l’altro i voli che dovevano portare gli israeliani all’estero per le imminenti vacanze pasquali di fine marzo, i media assolvono all’ingrato compito di preparare gli animi al protrarsi della guerra per diverse settimane, soprattutto ora che si è riaperto anche il fronte libanese.

Nonostante il sempre troppo esteso consenso dell’opinione pubblica a queste operazioni belliche contro il nemico di turno, rigorosamente presentate dalla propaganda come “necessarie” e dalla “portata storica”, anche la proverbiale resilienza della popolazione, reduce da due anni e mezzo di conflitto, lutti, traumi e incertezza, comincia a vacillare e con essa le promesse di vittoria. La verità è che nessuno sa dove si fermerà l’escalation, né quanto durerà.

Ma, mentre morti, feriti, sfollati e devastazione si moltiplicano, non serve un esperto per capire che gli obiettivi sbandierati dal tracotante Netanyahu, quand’anche condivisi, sono ancora lontani dall’essere raggiunti anche a causa del fatto che gli interessi di Stati Uniti e Israele, pur essendo in parte convergenti, non sono tuttavia identici. Secondo il politologo libanese Gilbert Achcar, se Netanyahu punta a neutralizzare definitivamente l’Iran, Trump potrebbe accontentarsi di indebolire il regime nella speranza di gestirlo e contenerlo senza per questo destabilizzare tutta la regione con conseguenze economiche su scala mondiale.

Israele, dal canto suo, punta invece al collasso, verosimilmente applicando la logica del divide et impera che persegue da decenni anche nella gestione della questione palestinese. L’idea che la frammentazione del nemico si riveli utile strategicamente spiegherebbe, secondo Achcar, il tentativo da parte di Israele di erodere progressivamente la struttura dell’Iran sia attraverso la pressione militare, esercitata parallelamente anche contro i suoi alleati, che tramite lo sfruttamento delle fragilità interne tra cui la crisi economica, le proteste sociali e le divisioni tra elite, preferendo scenari di guerra civile o collasso statale ad un Iran forte e coeso.

In sostanza l’interesse dello Stato ebraico sarebbe quello di colpire infrastrutture militari e nucleari, eliminare figure chiave del regime e ridurre drasticamente la capacità iraniana di esercitare potere nella regione. Tuttavia, la strada della trasformazione radicale dell’equilibrio regionale auspicata da Netanyahu, che utilizza abilmente il caos per mantenere la poltrona e guadagnare nei sondaggi in vista delle elezioni di novembre, non è affatto esente da imprevisti che vanno da una ricompattazione interna all’Iran ad un’escalation regionale con il rischio di un collasso incontrollato e scenari simili a quelli già visti in Libia e Iraq, con la proliferazione di milizie e persino la perdita di controllo sul nucleare.

Ostaggi di questo scenario apocalittico, che nel breve periodo potrebbe evolvere in una guerra a bassa intensità con picchi periodici, sono, insieme alle popolazioni, anche i monoteismi troppo spesso accusati dagli analisti occidentali di essere responsabili dei conflitti della regione. A ben vedere non si tratta di guerre di fede, bensì della strumentalizzazione della retorica religiosa da parte delle leadership per favorire la mobilitazione politica e identitaria.

A testimoniarlo è una Gerusalemme pressoché deserta, privata del flusso di pellegrini e visitatori, sospesa in un silenzio irreale. Ai fedeli musulmani quest’anno è vietato pregare alla moschea di Al-Aqsa.

La restrizione era stata introdotta già prima dell’escalation militare con l’Iran, ma con l’inizio della guerra i quartieri palestinesi di Gerusalemme Est sono stati di fatto blindati. L’economia legata ai pellegrinaggi e al turismo religioso subisce contraccolpi pesantissimi dato che per molti commercianti palestinesi il Ramadan rappresenta il periodo più redditizio.

Anche le comunità cristiane vivono un momento di forte inquietudine. Negli ultimi anni si sono moltiplicati episodi di vandalismo contro chiese e monasteri, così come aggressioni verbali o fisiche contro sacerdoti e pellegrini, e molti temono che il clima politico e religioso sempre più radicalizzato metta a repentaglio la loro presenza nella città.

In questo clima austero e di repressione anche i luoghi santi ebraici risultano difficilmente accessibili a causa delle restrizioni di sicurezza, ma quel che rattrista maggiormente è vedere come ricorrenze liete del calendario si vanno trasformando nella massima espressione del nazionalismo religioso radicale, fino a costituire momenti di reale tensione e talvolta di minaccia per palestinesi, cristiani e altri gruppi religiosi. Così è stato la settimana scorsa per Purim, la festa che ricorda la salvezza del popolo ebraico dal complotto del ministro persiano Aman, narrata nel Libro di Ester.

Nonostante le severe restrizioni agli assembramenti imposte dalla protezione civile, gruppi di ragazzi si sono radunati comunque per festeggiare, improvvisando feste nei parcheggi sotterranei e, come ha raccontato Nir Hasson in un contributo per il quotidiano Haaretz, non sono mancati episodi di ubriachezza e cori razzisti, tra cui il tristemente noto slogan: «Che il tuo villaggio bruci». Al termine della giornata l’ennesimo autista di autobus palestinese è stato aggredito nel quartiere di Bayit Vegan da una delle bande di estremisti che da tempo seminano le strade di dimostrazioni di forza e di odio etnico, potendo contare sull’impunità garantita loro dalla polizia del fanatico ministro Ben Gvir.

Alla base di questa deriva c’è un’educazione errata unita a una lettura superficiale delle scritture. Nel caso della festività di Purim, il cortocircuito biblico è legato alla figura di Amalek che nel libro del Deuteronomio (Deuteronomio 25:17-18) rappresenta il nemico archetipico di Israele: «Ricordati di ciò che ti fece Amalek durante il cammino, quando uscivate dall’Egitto: come ti venne incontro per via e colpì alle spalle tutti i più deboli che stavano dietro di te, mentre tu eri stanco e sfinito, e non temette Dio.» Nella tradizione questa memoria si intreccia con la storia narrata nel Libro di Ester dove il ministro persiano Aman, che progetta lo sterminio degli ebrei, viene descritto come «l’Agaghita», cioè discendente del re amalecita Agag.

È lui a convincere il re a decretare la distruzione del popolo ebraico: «C’è un popolo disperso e separato fra i popoli di tutte le province del tuo regno; le sue leggi sono diverse da quelle di ogni altro popolo… se piace al re si ordini che sia distrutto.» (Ester 3:8-9) Da qui nasce l’idea, profondamente radicata nell’immaginario religioso ebraico, che ogni generazione debba confrontarsi con il proprio Amalek: il nemico assoluto, colui che minaccia l’esistenza stessa del popolo. Il problema sorge quando una categoria come questa viene trasferita acriticamente nella politica contemporanea di uno Stato sovrano, omettendo che il male degli amaleciti deriva dal fatto che non attaccano un esercito, bensì i più vulnerabili: gli ultimi della carovana, gli stanchi, coloro che non sono in grado di difendersi.

Per tale motivo, secondo il filosofo e teologo israeliano Yeshayahu Leibowitz, che ha dedicato molte riflessioni al tema dell’uso politico delle categorie bibliche, il racconto di Amalek non costituisce affatto un mandato politico o militare per il presente, ma, al contrario, contiene un ammonimento morale. Il paradosso, osservava Leibowitz, è evidente: quando una società utilizza la figura di Amalek per giustificare la violenza contro popolazioni civili o contro chi è più vulnerabile, finisce per riprodurre esattamente il comportamento che il testo biblico condanna.

In questo senso la memoria di Amalek dovrebbe funzionare come monito etico e non certo come giustificazione della guerra o del razzismo che imperversa in Cisgiordania. Purtroppo però le narrazioni religiose ereditate dalla diaspora contribuiscono a trasformare la guerra in qualcosa di inevitabile addomesticando la popolazione che accetta rassegnata il proprio destino di eterna vittima che non ha scelta se non quella di ricorrere all’uso della forza.

Il governo Netanyahu è particolarmente abile nel ricorrere a tali narrazioni simboliche, ampiamente coadiuvato dai commentatori televisivi che celebrano presunti successi militari con entusiasmo quasi euforico conferendo al discorso pubblico toni trionfalistici che contribuiscono a mantenere la popolazione in uno stato di mobilitazione emotiva. Eppure ridurre la religione a semplice motore del conflitto sarebbe un errore.

Al contrario, secondo lo studioso e mediatore dei conflitti Marc Gopin, professore al Center for World Religions, Diplomacy and Conflict Resolution della George Mason University, le tradizioni religiose possono rappresentare una risorsa fondamentale nei processi di pace. Proprio dove la diplomazia tradizionale spesso fallisce perché ignora la dimensione simbolica e spirituale delle società, secondo Gopin i leader religiosi, invece, possono parlare un linguaggio capace di attraversare le identità collettive e di riconoscere il dolore reciproco delle comunità.

Alcune figure religiose cercano già di muoversi in questa direzione denunciando da anni violazioni dei diritti umani nei territori occupati, promuovendo il dialogo interreligioso e invocando il cessate il fuoco. Si tratta di voci minoritarie, che tuttavia dimostrano che la religione può essere anche un linguaggio di mediazione, non soltanto di mobilitazione identitaria.

Del resto, la stessa tradizione biblica che oggi viene così spesso mobilitata per giustificare la guerra contiene anche una promessa radicalmente diversa: «Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione e non impareranno più la guerra.» (Isaia 2:4) Nella tradizione ebraica questo tempo coincide con l’era del Messia e con la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme. Si tratta di un’immagine lontanissima dalla città che oggi vive tra sirene e checkpoint, attraversata dalla paura e dalla diffidenza, ma chissà che non sia in questo terzo spazio liminale tra promessa e realtà che si nasconda la speranza.

Immagine in anteprima: Frame video Associated Press via YouTube

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