Cultura
Descrizioni della luce in «Vento largo» di Francesco Biamonti
Da scrittore, credo di sapere quanto sia importante l’incipit nell’economia di un romanzo. Eppure, ogni volta che inizio a leggere un nuovo testo di narrativa le prime righe scivolano via senza che io le degni di particolare attenzione.
Non so dire perché. Ogni volta mi trovo già a metà della prima pagina, se non all’inizio della seconda, e solo a quel punto mi rendo conto di stare leggendo.
È una sensazione simile a quella che si prova stando a bordo di un aereo che decolla. Dopo la spinta iniziale dei motori l’aereo torna in posizione orizzontale, ondeggia un po’, e tu pensi: sì, adesso sto veramente volando.
Come se le prime righe fossero soltanto carburante da bruciare per andare in quota. È accaduto anche in occasione della mia lettura di Vento largo di Francesco Biamonti.
Le prime righe sono volate via senza che me ne rendessi conto. Poi già alla sedicesima riga della prima pagina qualcosa ha richiamato la mia attenzione.
Nelle pause della brezza il silenzio si posava sul silenzio.[1] La trovo immediatamente meravigliosa. La rileggo.
Penso che non ci sia modo migliore di dire quella cosa lì. È una frase perfetta.
Mi rendo conto che ho tra le mani un libro che forse vale la pena leggere con un po’ più di attenzione. Ricomincio a leggere dall’inizio.
Solo ora mi soffermo sulla prima scena che viene descritta. Una veglia funebre, più precisamente la veglia funebre di un passeur, una di quelle persone che aiutano clandestini e contrabbandieri a superare di nascosto la frontiera.
Per descrivere la veglia, il narratore usa pochissime frasi, tra cui questa: Stavano tutti fuori della porta; solo una donna era rimasta accanto al morto e, insieme a un fiore dal lungo stelo, proiettava la sua ombra sul pavimento di battuto.[2] Prima questa frase l’avevo ingoiata senza elaborarla.
Ma ora, dopo l’illuminazione della frase perfetta sul silenzio, mi appare decisiva. Innanzitutto il narratore fa (o meglio, non fa) qualcosa che mi sembra degno di nota: evita la descrizione del morto, cioè il protagonista della veglia.
Il resto, poi, è raccontato in modo indiretto. La maggior parte dei convenuti, infatti, si trova oltre la porta.
Dunque non si vede, non è nella scena descritta. L’unica a esserci è la donna, della quale però è l’ombra quella che il narratore sceglie di farci percepire.
Questo particolare, l’ombra, risulterà fondamentale nel seguito della lettura, anche se a questo punto ancora non posso saperlo. Vado avanti.
A pagina cinque c’è l’incontro tra il protagonista del romanzo, Varì (anche lui un passeur), e una donna, Sabèl, che si rivelerà uno dei personaggi principali. In merito a Sabèl, l’autore dice:
I bagliori, che salivano dalla costa, la toccavano prima di percorrere gli ulivi, le rocce, e morire contro le montagne.[3] Anche questa frase è formidabile. Sabèl è un personaggio importante, di una bellezza sconvolgente (almeno per Varì, così ho appena letto); lo scenario intorno è dominante, commuove.
Eppure in questa frase il vero protagonista è la luce: Sabèl e il paesaggio non sono che “oggetti” toccati dal percorso dei bagliori che salendo dalla costa vanno a schiantarsi contro le pareti rocciose.
Prima la luce “in negativo” (l’ombra) della donna alla veglia funebre, ora questa inaspettata, violenta corsa dei fotoni. Comincio a pensare che la luce sia un elemento fondamentale di Vento largo.
Continuo a leggere. Un nuovo indizio lo trovo all’inizio del terzo capitolo:
Pensava a Sabèl, mentre riposava. La rivedeva sopra, sui sentieri polverosi, la rivedeva mentre andava a guardare il mare, che laggiù si dorava dopo tanto sole.
Raffiche di luce opalescente, staccatesi dal largo, calcinavano il sentiero.[4] Di nuovo un’immagine portentosa. Il mare non riflette la luce del sole (come accade fisicamente) ma si dora, come fanno gli alimenti esposti alle alte temperature.
Il mare cuoce sotto il sole e il bagliore della sua superficie non viene spiegato in termini ottici, ma termodinamici, come se il primo strato di molecole d’acqua venisse abbrustolito, si solidificasse. E ancora: raffiche di luce che si staccano e vanno a calcinare il sentiero.
Di nuovo quest’idea della luce non come permeazione dell’ambiente, ma come elemento dell’ambiente, come raggio che è in un punto e poi si sposta in un altro, aggredendolo, modificandolo. Calcinandolo.
Più tardi, alla fine del capitolo ottavo, scoprirò il seguente passaggio, in cui la luce diventa tangibile: Le rocce di cresta segnavano il cielo di una luce che si ossificava.[5] È fatta.
Decido che voglio leggere Vento largo come se fosse un romanzo sulla luce, come un’antologia di descrizioni della luce. La vicenda di Varì, della scomparsa di Sabèl, le traversate notturne oltre confine, Albert il marinaio e Virgin, tutto questo passa in secondo piano.
È solo un pretesto per continuare ad attraversare queste pagine di luce. Mi accorgo che in certi passaggi la parola “luce” viene ripetuta senza timore, anche tre o quattro volte nello stesso capoverso.
Nel breve capitolo quarto compare cinque volte, tre delle quali in tre righe consecutive. Altre tre volte, a stretto giro, nella prima pagina del quattordicesimo capitolo.
E anche quando non viene nominata esplicitamente, è sempre protagonista di qualche azione notevole. La luce, insomma, non si limita a essere (o non essere: on/off), ma fa qualcosa.
Come in questo caso (ed è solo uno dei tanti): Il sole già in declino, imporporata qualche terra e qualche roccia, faceva lungo i muri e sui crinali certi giochi struggenti.[6] E ancora (capitolo sesto):
Virgin era sparita; la luce della vetrata ne avvertiva l’assenza; luce senza pietà. E, come ogni volta che vedeva quella luce, Varì pensava al muro del tempo.[7] La luce avverte l’assenza di Virgin.
Non è conseguenza inconsapevole dell’assenza di Virgin (dal momento che la donna non è più di fronte alla vetrata, tutta la superficie è riempita di luce), ma la avverte, la subisce, come se la luce fosse il soggetto animato e la donna l’oggetto. Nel capitolo ottavo:
Un’ombra scattò nel fuoco minerale delle rocce, nel grandinio di luce; scattò e scomparve. – Cos’è? – Una donnola.[8] I personaggi, nel discorso diretto, chiamano le cose con il loro nome. Una donnola è una donnola.
Il narratore, nell’indiretto, parla invece di ombre che si muovono nella luce. Anche le luci più deboli sono comunque, paradossalmente, forti.
Nel capitolo quindicesimo: Cenarono di pane e aringa.
Il tavolo era accostato alla finestra e la luna di febbraio, ormai calante, ma ancora piena di luce, formava una lunga scala, di buio e gradini marmorei. Alle crete dilagava.[9] La fase che precede il novilunio, quando cioè il satellite è completamente in ombra, è comunque, in barba all’astronomia, piena di luce.
Così piena che dilaga. Non citerò tutte le occorrenze.
Mi sembra però meritevole di menzione un passaggio dell’ultimo capitolo, il diciannovesimo, quando Varì e il professore incontrano Evelina, una vecchia cieca del paese. La donna chiede a Varì se vede ancora Sabèl e aggiunge:
È sempre bella?… Vorrei che Dio mi ridesse la vista per rivederla.[10] Importante anche la breve descrizione del narratore che al termine del dialogo tra Evelina e Varì, a proposito della cieca, dice: E se ne andò a tentoni, nera contro il bianco.[11] Se la mia ipotesi (Vento largo è un romanzo sulla luce) è esatta, allora non è casuale l’apparizione di questa donna cieca (che ha perso, cioè, la luce degli occhi) a poche mosse dalla fine.
E la fine è costituita da questa frase: Veniva scuro, tornavano già i gabbiani dalle rumentiere; sorvolavano rocce.
Intonacati d’aria andavano al mare ancora marmoreo come a un letto di pace.[12] Il romanzo sulla luce si chiude con una dissolvenza a nero dove fino alla fine, fino a che può, brilla il bianco: il bianco del marmo del mare (ancora un mare solido) e il bianco dei gabbiano «intonacati d’aria». Un’immagine che deve aver colpito l’editore che ha scelto, per la copertina della prima edizione di Vento largo, un olio su tela di Nicolas de Staël intitolato proprio I gabbiani (Les mouettes) dove il volo degli uccelli di mare è reso attraverso corpose, materiche pennellate.
Solo a questo punto, giunto alla fine, vado a rileggere l’incipit, la prima frase in assoluto, quella che non avevo degnato di attenzione. Nella luce distesa tra ulivi e solitudini di rocce arrivò il suono della campana mediana.[13] La prima parola è luce.
Note [1] Francesco Biamonti, Vento largo, Torino, Einaudi, 1991, pag. 3 [2] Biamonti, Vento largo, cit., pag. 3 [3] Biamonti, Vento largo, cit., pag. 5 [4] Biamonti, Vento largo, cit., pag. 19 [5] Biamonti, Vento largo, cit., pag. 50 [6] Biamonti, Vento largo, cit., pag. 22 [7] Biamonti, Vento largo, cit., pag. 36 [8] Biamonti, Vento largo, cit., pag. 48 [9] Biamonti, Vento largo, cit., pag. 84 [10] Biamonti, Vento largo, cit., pag. 106 [11] Biamonti, Vento largo, cit., ibid. [12] Biamonti, Vento largo, cit., pag. 107 [13] Biamonti, Vento largo, cit., pag. 3 L'articolo Descrizioni della luce in «Vento largo» di Francesco Biamonti proviene da La ricerca.