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Cultura

Le arti al tempo di Napoleone

Domenica 7 dicembre 2025 ore 10:13 Fonte: La ricerca
Le arti al tempo di Napoleone
La ricerca

Il cavallo colossale di Antonio Canova e la Testa Carafa di Donatello, come esposti in mostra. Gallerie d’Italia Milano, mostra Eterno e visione.

Roma e Milano capitali del Neoclassicismo Intesa Sanpaolo apre al pubblico dal 28 novembre 2025 al 6 aprile 2026 nel suo spazio museale di Milano – le splendide Gallerie d’Italia – la mostra Eterno e visione. Roma e Milano capitali del Neoclassicismo a cura di Francesco Leone, Elena Lissoni e Fernando Mazzocca.

Si tratta di un’esposizione realizzata con il Patrocinio della Città di Milano e in partnership con la Bibliothèque nationale de France, e si collega spiritualmente a quella sulla pittura di Andrea Appiani, in corso a Palazzo Reale, già segnalata su queste colonne. Roma e Milano “capitali” della cultura L’intento è quello di confrontare le due “capitali” artistiche dell’età napoleonica, Roma e Milano, entrambe proiettate verso la modernità (Milano in particolare, ovviamente) ma al tempo stesso saldamente legate alla grandezza dell’antico (Roma in particolare, ancor più ovviamente).

Antonio Canova, Testa di Napoleone come Marte pacificatore, post 1803, Gesso, Bassano del Grappa, Musei Biblioteca Archivio © MBA Musei Biblioteca Archivio Bassano del Grappa / foto HEADS Production. Infatti nel periodo compreso tra il 1796, anno della discesa di Napoleone in Italia (nelle vesti di “Bonaparte liberatore” di foscoliana memoria), e il 1814, che segna la caduta dell’Impero, il nostro Paese (allora non ancora unito…) vive un profondo rinnovamento politico, economico e sociale.

Roma e Milano – come si diceva – ne rappresentano, dal punto di vista artistico e culturale, i centri più attivi, ma con una significativa differenza. Roma, forte della fastosa eredità dell’età imperiale e di quella rinascimentale, continua ad attrarre artisti da tutta Europa nonostante una certa marginalità politica;

Milano, divenuta capitale prima della Repubblica Italiana e poi del Regno d’Italia, si afferma come uno dei “poli” più avanzati del Neoclassicismo europeo, il movimento artistico e letterario che si riproponeva – sulla scia delle idee di Winckelmann – di parlare dell’oggi attraverso le forme universali ed eterne, e pertanto magistrali, che la classicità di aveva lasciato. Gessi di Antonio Canova, come esposti in mostra.

Gallerie d’Italia Milano, mostra Eterno e visione. Roma e Milano capitali del Neoclassicismo Il merito dei curatori è stato, a mio avviso, quello di non avere trascurato nessun ambito artistico, poiché tra le oltre cento opere esposte troviamo dipinti, sculture, marmi, disegni, incisioni (comprese quelle del mio amatissimo Piranesi) e straordinari esempi d’arte decorativa provenienti da importanti musei italiani e internazionali, nonché da collezioni private.

Il percorso espositivo prevede dieci sezioni tematiche, ricostruendo i percorsi umani e creativi dei maggiori artisti dell’epoca, tra i quali spiccano nomi illustri come quelli di Antonio Canova, Giuseppe Bossi e – appunto – Andrea Appiani. Un cavallo colossale, tra Rivoluzione e Restaurazione Non c’è dubbio che il visitatore, appena entrato, resti subito colpito da una presenza a dir poco “ingombrante”.

Si tratta di un colossale cavallo in gesso patinato a finto bronzo che misura ben 430 x 474 cm, la cui storia – a dir poco tormentata – diventa metafora di quella dell’Italia del primo Ottocento, in bilico tra Rivoluzione e Restaurazione: vale quindi la pena di raccontarla per esteso. Si tratta di un’opera la cui prima ideazione va messa in relazione con il progetto di realizzare un monumento equestre a Napoleone da collocare nel Foro Bonaparte: il suo arrivo a Milano richiedeva di essere celebrato con i giusti onori, come l’avvento di un dio o un eroe della Roma antica.

Questo progetto – affidato ad Antonio Canova (a chi se no?) – non andò a buon fine e il monumento equestre a Napoleone fu pensato per la città di Napoli. Anche questa volta, però, per la caduta dell’imperatore nel 1814, il progetto non fu realizzato e il cavallo colossale fu riutilizzato – ironia della storia… – per un monumento a Carlo III di Borbone.

Una seconda versione venne usata per realizzare un altro monumento a Ferdinando I di Borbone: duplice ironia della storia… I due modelli in gesso di furono portati, dopo la morte di Canova, a Bassano del Grappa, custoditi nel locale Museo Civico. Durante la Seconda Guerra Mondiale il modello del cavallo di Carlo III andò distrutto, un po’ come è capitato ad alcuni gessi conservati a Possagno, dei quali ho scritto di recente; quello di Ferdinando I rimase invece incolume, ma venne sezionato (in ben duecento “porzioni”!) agli inizi degli anni Sessanta e quindi dimenticato nei depositi del museo.

Grazie a un eccezionale restauro ora questo capolavoro è stato restituito alla sua maestosa integrità e collocato all’inizio della mostra, esposto per la prima volta al pubblico dopo la sua ricomposizione. Davvero azzeccata l’idea di mettere al suo fianco la celebre Protome di cavallo, detto Testa Carafa (1456) di Donatello, poiché Canova per i suoi monumenti equestri si avvalse di una lunga tradizione iconografica che andava dalla Roma antica (si pensi al Marc’Aurelio del Campidoglio…) all’Italia moderna di Donatello, appunto, ma anche di Leonardo e Bernini.

Bossi, Canova, Appiani Essendomi molto dilungato su questioni – per così dire – “equine”, cercherò di essere un po’ più sintetico sulle sezioni successive dell’esposizione. Mi è però d’obbligo ricordare l’ampio spazio dedicato a Giuseppe Bossi, teorico, pittore, collezionista e fondatore della Pinacoteca di Brera, e al suo sodalizio con Antonio Canova (“gessi” del quale sono disseminati un po’ ovunque…): insieme contribuirono alla costruzione dell’immagine ideale dell’Italia moderna, erede dell’antico e protagonista dell’Europa delle arti.

Giuseppe Bossi, Incontro di Edipo cieco con le figlie, 1805, Olio su tela, Trezzo sull’Adda, Biblioteca comunale «Alessandro Manzoni», Ph Mario Donadoni Di questo pittore – Bossi, intendo – mi preme menzionare almeno un dipinto al quale sono personalmente affezionato, e cioè l’Incontro di Edipo cieco con le figlie (1805), enorme olio su tela (291 x 494,5 cm) che si conserva abitualmente a Trezzo sull’Adda, nella Biblioteca comunale “Alessandro Manzoni”. E le ragioni della mia affezione sono duplici.

Da classicista, infatti, mi appassiona la resa patetica del tema sofocleo (ispirato forse dalle lezioni a Brera del Parini sull’Edipo re), ma non posso neppure dimenticare di averne già scritto alcuni anni fa poco dopo la sua riscoperta ed esposizione in quel di Trezzo, al quale ebbi l’onore di essere invitato dai curatori della “Collezione Crivelli” alla quale apparteneva. Giuseppe Bossi, Napoleone appoggiato al globo, 1806, olio su tela, Collezione privata Paolo e Federico, Foto Manusardi, Milano.

Di Giuseppe Bossi vi è in mostra anche un ritratto del 1806 di Napoleone, giovanilmente imbronciato mentre si appoggia al globo terrestre, che per la sua originalità mi ha impressionato più di un altro di Bonaparte come re d’Italia – invero assai paludato – realizzato dal pittore ufficiale Andrea Appiani. Non troppo distante vi è inoltre un sublime gesso canoviano nel quale il Nostro ha le risolute sembianze di Marte pacificatore.

Architettura, arti decorative ed ebanistica   Bernard–Armand Marguerite, Corona, Oro, argento, vetri e paste vitree, madreperla, velluto, Milano, Pinacoteca di Brera, in deposito al Museo del Risorgimento © Pinacoteca di Brera, Milano – MiC / Foto Thierry Radelet. Ricordavo prima l’intento dei curatori teso a ricostruire il clima di quell’epoca attraverso una grande diversità di oggetti e pluralità di fenomeni.

Tra gli episodi più spettacolari rievocati in mostra troviamo il progetto visionario del Foro Bonaparte di Giovanni Antonio Antolini, mai realizzato anche se destinato a segnare l’urbanistica di Milano pure nei secoli successivi; ma anche l’incoronazione di Napoleone a re d’Italia nel Duomo di Milano, evocata attraverso la preziosa esposizione degli Onori d’Italia: mantello, corona, scettro e oggetti cerimoniali. Ho notato che i visitatori, davanti a questi memorabilia, indugiavano a lungo, fotografandoli da ogni angolazione: chissà se in questo atteggiamento ha influito (anche) la grande impressione suscitata dal recente furto dei gioielli della Corona francese al Louvre?

Manifattura Manfredini, Pendola raffigurante il carro di Diana, 1807–1809 circa, Bronzo dorato al mercurio, marmo verde di Varenna, smalto, Venezia, Fondazione Querini Stampalia, Foto Adriano Mura. Due parole sugli splendidi orologi “stile impero”, di produzione sia milanese sia romana (magari me ne regalassero uno, invece del solito Swatch!), come pure su alcuni preziosi mobili, alcuni dei quali opera del celebre ebanista lombardo Giuseppe Maggiolini.

Spicca, tra gli altri oggetti, una Coppia di commodes del 1789 che Maggiolini creò in legno intarsiato su disegno di Andrea Appiani (ancora e sempre lui…) e progetto del grandissimo decoratore Giocondo Albertolli. Solo un cenno alle incisioni “romane” del veneto Giovan Battista Piranesi, affiancate a quelle del collega milanese Domenico Aspari: nonostante la mia “milanesità” (sì, sono milanese da molte generazioni…) non posso che affermare l’assoluta supremazia tecnica e tematica del primo dei due, le cui opere sono – già lo ricordavo – tra le mie grandi passioni, come pure un reiterato oggetto dei miei studi.

Giuseppe Maggiolini (ebanista), Andrea Appiani (disegnatore), su progetto di Giocondo Albertolli e Raffaele Albertolli, Coppia di commodes, 1789, Legno intarsiato, intagliato e dorato, bronzo a patina scura, Cellatica, Fondazione Paolo e Carolina Zani – Casa Museo, BAMSphoto – Rodella. Il primato letterario di Milano Laddove Milano primeggia, invece, è sul versante letterario, poiché qui in quel periodo imperversavano figure come Giuseppe Parini, Ugo Foscolo e il giovane Alessandro Manzoni, mentre Vincenzo Monti risiedette in entrambe le città oggetto della mostra.

Di loro sono esposti busti o ritratti, alcuni dei quali celeberrimi, come quello foscoliano di François–Xavier Fabre; accanto a lui, quello – giovanile, appunto – di quel Manzoni che, nipote dell’illuminista Cesare Beccaria e poi egli stesso “padre nobile” del Romanticismo italiano, rappresenta una cerniera tra due epoche che a Milano videro nascere le loro manifestazioni artistico–letterarie più significative. Proprio lui, che mentre già ideava la romanticissima vicenda dei due giovani popolani oppressi che lo ha reso famoso, rendeva omaggio nel 1821 a quell’uom fatale – eponimo dell’epoca della nostra esposizione, detta appunto “età napoleonica” – che il 5 maggio dello stesso anno moriva, lasciando la terra intera così percossa, attonita per non sapere se un’altra simile orma di più mortale la verrà mai più a calpestar.

Quel che è certo è che se Bonaparte avesse davvero “calpestato” la terra in sella al cavallo ideato dal Canova, ne vedremmo ancora le orme sul terreno! L'articolo Le arti al tempo di Napoleone proviene da La ricerca.

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