Politica
Le razzie di Trump l’acceleratore del riscaldamento globale
Da tempo quando si affronta il problema dell’acqua sulla Terra si usa dire che si combatteranno per l’acqua più guerre di quante se ne sono combattute per il petrolio. Trent’anni fa fu Ismail Serageldin, vicepresidente della Banca Mondiale, che nel 1995 avvertì:
“Se le guerre del XX secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del XXI secolo avranno come oggetto l’acqua. Da Israele all’India, passando per la Turchia, sono numerosi i focolai che presto potrebbero sfociare in veri e propri conflitti armati.”.
Pur riconoscendo la importanza della disponibilità dell’acqua (potabile) e la gravità della sua mancanza perchè, come pure si usa dire, l’acqua è vita; pur riconoscendo tutto questo mi permetto di concordare meno sulle cause di belligeranza per il suo possesso. Fermi restando i diffusi focolai di conflitti per il suo approvvigionamento.
Del quale sono protagonisti fiumi quali il Nilo, il Giordano, il Tigri, l’Eufrate. Tuttavia sono meno d’accordo sul diffuso rischio di guerre partendo dal presupposto che l’acqua è una risorsa rinnovabile, (il ciclo dell’acqua) ce n’è tanta ed è anche abbastanza equamente distribuita sulla Terra, per non parlar del mare.
Il petrolio e gli idrocarburi in genere, invece, sono una risorsa non rinnovabile, cioè esauribile, che un giorno toccherà il picco della disponibilità sino a crollare alla disponibilità zero. Il famoso primo rapporto del MIT al Club di Roma sui dilemmi dell’umanità, noto come Rapporto sui limiti dello sviluppo, già nel 1970 prevedeva che questo picco si potesse raggiungere intorno al 2020.
Sappiamo che le cose non sono andate così e il petrolio si continua ad estrarne, a raffinarlo e a consumarlo. Malgrado gli impegni assunti dalla quasi totalità dei Paesi firmatari degli accordi di Parigi a dicembre 2015 di procedere progressivamente alla decarbonizzazione con l’abbattimento del consumo di combustibili fossili.
Tra quei firmatari vi sono stati anche gli Stati Uniti i quali, però, ne sono usciti, poi rientrati e poi ancora usciti con le due presidenze di Donald Trump. Trump il quale, negando il ruolo umano come responsabile del mutamento climatico in atto è tra i maggiori sostenitori della opportunità di proseguire sull’uso e consumo dei combustibili fossili primo fra tutti il petrolio.
E poiché non ne possiede in sufficienza tale da assicurargli un lunghissimo avvenire, ritiene suo compito presidenziale il dovere di razziarlo là dove si trova. Anche in modo belligerante come dimostra l’intervento in Venezuela e il tentativo di mettere le mani sulla Groenlandia per costituire una ampia e più ricca Unione delle Repubbliche Americane.
Nel caso del Venezuela è sufficientemente chiaro (come ha scritto Massimo Cavallini) che al presidente degli Stati Uniti interessa poco e niente dei venezuelani e nel modo dittatoriale o democratico in cui possano essere governati. L’interesse reale è legato invece alla risorsa petrolio di cui il Venezuela è ricco, ma che per motivi geologici e politici viene estratto in misura inferiore alle potenzialità.
Su questa potenzialità il presidente statunitense intende intervenire per fare arrivare negli Stati Uniti, come ha dichiarato, dai 30 ai 450 ,milioni di barili di petrolio. La Groenlandia è diversa.
È molto più interessante come strategia politica e come giacimento immenso di minerali e “terre rare”. Il tutto, però sotto una calotta di ghiaccio spessa oltre un chilometro ed estesa per oltre due milioni di chilometri quadrati.
Impadronirsene è importante e sarebbe un vero affare. Ma farlo sul modello del rapimento di Maduro in Venezuela è impossibile.
I 56mila abitanti (la metà del quartiere Vomero-Arenella a Napoli) di questa che è la più grande isola della Terra, per l’85per cento sono contrari a diventare un’altra stella della bandiera statunitense. Ma Trump avendo dichiarato di non poter fare a meno della Groenlandia, saprà già come fare: se l’Europa (nel senso di UE) lo lascia fare.
Fra l’altro non bisogna ignorare che la Groenlandia è parte della Danimarca dalla quale si può staccare solo con un referendum. Ma, per la immensa presenza di ghiaccio che prima ricordavo, è anche un ambiente massimamente minacciato dal riscaldamento globale che ne sta rapidamente sciogliendo la superficie sotto la quale c’è quel ben di Dio al quale prima mi riferivo.
Se aggiungiamo che questa immensa isola è bagnata dal Mar Glaciale Artico anch’esso coinvolto nel rapido scioglimento dei ghiacciai, capiamo anche perché la geografia fisica si avvia a cambiare con l’apertura del sospirato passaggio a Nord-Ovest. Passaggio aperto dalla navigabilità del Mar glaciale artico molto più comoda e remunerativa del passaggio dal canale di Suez.
E passaggio “sospirato” per il commercio internazionale che vede protagoniste anche Russia e Cina. Naturalmente a Trump che è il maggiore acceleratore del riscaldamento globale e che anela ad arrivare alle riserve groenlandesi, non va bene la competizione con Russia e Cina.
Per cui occorrerebbe una Groenlandia libera da “impegni” europeistici nella quale aqquartierare migliaia di soldati e mezzi corazzati: per terra, per cielo e per mare. Allora?
Allora è evidente che guerre per il petrolio e non solo si continua a combatterle e verosimilmente se ne combatteranno ancora e più acremente di quanto non siano e possono essere quelle per l’acqua. Anche per questo viviamo e vivrà chi ci succederà in un pianeta nel quale è forte il rischio che guerre si aggiungano e si succedano a guerre.
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