Politica
Anche da Bruxelles sconfessione a Roma sulla giustizia: cambiate politica sulla lotta alla corruzione
Il calendario degli eventi politici a volte è davvero spietato. Come se non bastassero i guai che il governo Meloni si trova ad affrontare in Italia nel dopo referendum, un altro colpo durissimo è arrivato da Bruxelles.
In seduta plenaria, quindi col massimo della risonanza politico-mediatica, il Parlamento europeo ha approvato con una maggioranza larga e inattesa (vedremo perché inattesa) una direttiva dello stesso parlamento e del Consiglio sulla lotta contro la corruzione che suona come una clamorosa critica alla politica perseguita in materia dal governo di Roma. In particolare – ma non solo – viene considerato un errore, al quale rimediare nel giro di due anni pena una pesante procedura d’infrazione (si parla di multe da qualche milione al giorno), la cancellazione dal codice penale italiano del reato di abuso d’ufficio.
Un reato molto grave, secondo la direttiva, che tutti gli stati membri sono tenuti a condannare non solo nell’interesse della legalità nei singoli stati, ma anche per eliminare un possibile focolaio di illegalità a livello europeo. Come ha ricordato in serata un comunicato della Corte Costituzionale, i governi dell’Unione, e quindi anche quello italiano, sono obbligati ad attemperare alle prescrizioni delle direttive comunitarie.
Un voto a sorpresa che ha visto anche l’adesione (finta) della destra italiana Una sconfessione che si rovescia a valanga sul capo del ministro delle Giustizia italiano Nordio, il quale non può neppure trovare qualche conforto nella circostanza bizzarra dell’adesione, al momento del voto, di tutti i deputati della maggioranza itraliana di governo. Un rovesciamento di posizioni “spiegata” da esponenti dei Fratelli d’Italia con l'”argomento” per cui il voto condannerebbe comunque reati che in Italia sarebbero stati mantenuti nonostante l’abolizione della norma sull’abuso d’ufficio.
Una falsità bella e buona. La direttiva è estremamente chiara e fa riferimento in modo esplicito e altrettanto indubbio proprio alla figura del reato che in Italia è stato abolito e che ora dovrà inesorabilmente essere ripristinato.
Il voto ha sorpreso gli osservatori, e anche molti deputati del centro e della sinistra, giacché fino alla vigilia era parso che gli esponenti di Fratelli d’Italia fossero orientati piuttosto per l’astensione e gli altri del centrodestra per il no e così avevano votato in commissione. Il dibattito prima del voto ha segnalato comunque clamorose spaccature nel centrodestra italiano, frutto evidente dei ripensamenti imposti dal disastroso (per Meloni & company) esito del referendum sulla giustizia.
Quando il ministro Nordio riuscì ad imporre l’abolizione del reato d’ufficio, infatti, tutto lo schieramento governativo era compatto e tutti i suoi esponenti, compresi quelli di Fratelli d’Italia, ripetevano a pappagallo gli argomenti di chi chiedeva l’abolizione del reato e respingevano quelli di chi denunciava i grossi problemi che ne sarebbero conseguiti in materia di lotta alla corruzione. Uno degli argomenti di chi criticava l’abolizione, va detto, era proprio l’orientamento delle istituzioni di Bruxelles – Commissione, Consiglio e lo stesso Parlamento – che già all’epoca non nascondevano le loro pesanti riserve sulla decisione del centrodestra italiano.
Insomma, già allora non era per niente difficile prevedere che si sarebbe arrivati alla bocciatura che ora mette alla berlina il governo di Roma: tutto il governo, e non solo il ministero della Giustizia. Ci si potrebbe chiedere, a questo punto, perché nonostante fosse del tutto chiaro l’orientamento di Bruxelles, Giorgia Meloni abbia permesso allora che si imboccasse la strada che ha portato inesorabilmente a una esplicita condanna politica per l’Italia.
Ma si tratterebbe di una domanda oziosa. La leader della destra italiana ha dato abbondantissime prove della sua propensione ad andare allo scontro, anche duro, con le istituzioni dell’Unione europea quando la disobbedienza soddisfaceva in qualche modo le sue attitudini alla demagogia sovranista e quando fu decisa l’abolizione del reato i dirigenti del centrodestra erano – a torto o a ragione – convinti del fatto che l’abolizione del reato di abuso d’ufficio fosse popolare, almeno nel seno del loro elettorato.
Va detto che a convincerli di questa visione delle cose concorse, almeno in parte, l’orientamento di un certo numero di amministratori locali (specie sindaci) anche esponenti della sinistra. Tanto che Nordio e i suoi sodali ebbero gioco facile a presentarsi come paladini degli amministratori nelle loro critiche alla (presunta) paralisi che il timore di incorrere in incriminazioni in base al reato di abuso di ufficio procurerebbe nel loro lavoro.
Un pericolo che veniva sbandierato esibendo dati statistici indebitamente forzati riguardo al numero delle denunce e delle assoluzioni in giudizio e che comunque era stato fortemente ridotto con modifiche legislative già introdotte. Il voto dell’assemblea di Strasburgo rimette la questione sui piedi giusti ed è ragionevole sperare che piuttosto che sobbarcarsi il peso, non solo economico, dell’ennesima procedura d’infrazione il governo di Roma si adegui alla prassi (e alla moralità) europea nella lotta alla corruzione.
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