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Politica

Il coraggio di Sanchez, la violenza di Netanyahu, il silenzio dell’Europa

Domenica 12 aprile 2026 ore 17:00 Fonte: Strisciarossa
Il coraggio di Sanchez, la violenza di Netanyahu, il silenzio dell’Europa
Strisciarossa

ISTANBUL – Controcorrente rispetto alla quasi totalità dei capi di governo europei e degli stessi vertici dell’Unione, compresa l’ormai sempre più sconcertante e inadeguata Kaja Kallas, Madrid ha denunciato apertamente le violazioni del diritto internazionale a Gaza. Non solo: ha chiesto una revisione degli accordi tra Unione Europea e Israele e ha sostenuto le iniziative giudiziarie internazionali in corso.

A questa presa di posizione, politica e giuridica, non più semplicemente retorica, Benjamin Netanyahu ha risposto con parole che segnano un’ulteriore escalation di violenza da parte del primo ministro israeliano e del suo governo. “La Spagna ha diffamato i nostri soldati, l’esercito più morale del mondo.

Ne pagherà le conseguenze”. Il premier spagnolo Pedro Sanchez L’attacco minaccioso del governo israeliano Non è una dichiarazione.

È una minaccia. Un linguaggio che non appartiene al lessico delle relazioni internazionali tra Stati democratici, ma a quello dell’intimidazione e che richiama più un codice mafioso che una dialettica diplomatica: colpire chi devia, per ammonire tutti gli altri.

Ed è esattamente così che va letta. Non come uno scatto d’ira, ma come un messaggio politico, da parte di chi si sente impunito e impunibile, indirizzato all’intera Europa: chi rompe il silenzio paga il prezzo.

Un linguaggio che si sta normalizzando. Donald Trump, nel pieno dell’escalation con l’Iran, ha evocato la cancellazione di un’intera civiltà.

Quando un primo ministro parla di “conseguenze” rivolte a uno Stato europeo e un leader americano evoca apertamente scenari di annientamento, non siamo più dentro il perimetro della diplomazia conflittuale, ma dentro un altro codice. Stati Uniti e Israele — da tempo blocco inscindibile — stanno agendo come vettori di questo slittamento: un linguaggio che legittima la punizione collettiva, che normalizza la minaccia e che, soprattutto, viene pronunciato senza conseguenze.

È qui che si consuma il salto di paradigma: nelle parole prima ancora che nei fatti. Perché il linguaggio tra Stati non resta confinato ai vertici, ma filtra, si deposita e finisce per ridefinire anche il codice implicito dell’umanità.

Un esempio che vale per tutti è il prolungato silenzio sul genocidio indisturbato di Gaza. Uno sterminio di fronte al quale l’Europa non è stata in grado di emettere una sola dichiarazione che avesse conseguenze sul terreno.

Non una. E che anche in questo frangente osserva e tace.

Il dubbio che questo silenzio sia anche il prodotto di ricatti e vulnerabilità delle prime linee non solo cresce, ma diventa legittimo. Un’Europa che va contro tutti i suoi principi, svilendosi e delegittimandosi da sola con il proprio silenzio, e che tuttavia oggi trova il tempo di mandare un messaggio ‘forte e chiaro’ al direttore della Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco: se la Russia partecipa, vi togliamo i fondi.

Che Netanyahu millanti credito parlando di “esercito più morale del mondo” quando solo a Gaza quell’esercito ha causato oltre 72.000 morti e oltre 180.000 feriti — con stime indipendenti che indicano cifre decisamente più alte, e senza contare le migliaia di persone che quell’esercito ha assassinato in Libano, Cisgiordania, Iran — significa che l’impunità è ormai così radicata da essersi trasformata in norma, e che questa norma consente a criminali e ricercati di parlare come fossero i padroni del mondo. Un capo di governo colpito da un mandato della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, alla guida di uno Stato chiamato a rispondere davanti alla Corte Internazionale di Giustizia per accuse di genocidio, non può rivendicare alcuna superiorità morale.

Ancora meno può minacciare un altro Stato solo perché non si sottomette, come altri fanno, e non si allinea alle sue politiche genocidarie e sanguinarie. E non può nemmeno pretendere di riscrivere il significato delle parole.

Trump e Netanyahu (Foto by Jim LoScalzo – Pool via CNP/Shutterstock (15510189s) . Dall’Europa un silenzio sconcertante Siamo davanti a una frattura tra realtà e narrazione, tra diritto e forza che diventa sempre più grande.

Il punto, però, non è solo Israele. Il punto è l’Europa.

Di fronte a parole irricevibili rivolte a uno Stato membro, il silenzio europeo sconcerta. Non una presa di posizione netta.

Non una reazione politica all’altezza. Mai nulla.

A voler fare la storia di questo silenzio, si deve partire dal 1945, da quando l’Europa occidentale — e in modo particolare l’Italia — si muove dentro un equilibrio di dipendenza strategica dagli Stati Uniti. Il Piano Marshall non è stato solo ricostruzione: è stato un piano di colonizzazione in piena regola che ha segnato l’inizio di un vincolo politico e geopolitico che non si è mai sciolto.

Oggi, a questa subalternità, in Italia se ne è aggiunta un’altra, più subdola e altrettanto vincolante. L’8 marzo 2023, giorno in cui Netanyahu è venuto in visita incontrando Giorgia Meloni, il nostro governo ha siglato un accordo di cooperazione nel settore della cybersecurity con Israele, uno dei settori più delicati per la sovranità di un Paese.

Quel giorno, a nostra insaputa, i sovranisti ci hanno consegnato ai sionisti. All’epoca denunciai il silenzio della stampa nazionale, nel quale fece eccezione solo un articolo di Alberto Negri su il manifesto, mettendo in guardia dal pericolo che un simile accordo comportava per il nostro Paese.

Alberto Negri ha riassunto in maniera icastica il punto in cui si trova l’Italia: “quello della Meloni è un governo di sovranisti che fanno ridere, eredi del fascismo che sembrano dei fascisti kosher. Strettamente in linea con Israele”.

Ha ragione, e non è solo un problema italiano. Oggi siamo di fronte a governi e a un’Europa che si proclamano autonomi ma risultano incapaci di esprimere una posizione indipendente proprio sui dossier più cruciali.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: silenzio su Gaza, silenzio di fronte al mandato della Corte Penale Internazionale, silenzio sulla Corte Internazionale di Giustizia, silenzio sugli attacchi ai contingenti internazionali come UNIFIL, silenzio sull’attacco illegale all’Iran, silenzio sulla strage di civili in Libano, silenzio sull’annessione in Cisgiordania, silenzio sulla legge che introduce la pena di morte, silenzio sulle dichiarazioni di Itamar Ben-Gvir, silenzio sulle bande di coloni responsabili di violenze e assassinii, silenzio sulla strage di bambini in Palestina, silenzio sui centri di detenzione israeliani che sono campi di tortura. Silenzio quando si tratta di Israele.

Sempre e comunque. La realtà è che per la Russia sono arrivati 19 pacchetti di sanzioni e il ventesimo è in canna, più un ventunesimo che riguarda il Padiglione russo a Venezia.

E ancora una volta non si capisce perché la Russia deve stare fuori e Israele e gli Stati Uniti dentro. Israele non paga mai dazio.

Mai. Zero.

Zero assoluto. Solo timidi rimbrotti, privi di autorevolezza e di conseguenze.

È tutto gravissimo. Dispotico.

Distopico. Sconcertante.

Prova evidente della totale subalternità di un’Europa che, vista da qui, dalle acque del Bosforo, ci appare ancora più fragile, incapace, inconsistente. Per cui: solidarietà alla Spagna.

Che oggi ci fa vergognare un po’ meno di essere europei. L'articolo Il coraggio di Sanchez, la violenza di Netanyahu, il silenzio dell’Europa proviene da Strisciarossa.

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