Venerdì 9 gennaio 2026 ore 07:51

Notizie

“Proteggere donne sopravvissute a violenza è un atto politico che merita interventi esclusivi”

Mercoledì 17 dicembre 2025 ore 07:12 Fonte: Altreconomia
“Proteggere donne sopravvissute a violenza è un atto politico che merita interventi esclusivi”
Altreconomia

“La metodologia in ottica di genere è per noi una pietra miliare. Supportare una donna sopravvissuta a violenza non può avere lo stesso approccio dei servizi per tossicodipendenti o per le persone senza dimora perché la relazione politica tra donne che vivono un'oppressione comune è alla base di questo approccio”.

A ribadire il concetto è Francesca De Masi, operatrice antiviolenza, sociologa e presidente di Be Free, cooperativa sociale attiva dal 2007 con centri antiviolenza, anti-tratta e case rifugio in Lazio, Molise, Abruzzo e Umbria. Le sue parole arrivano in risposta a un articolo pubblicato da Altreconomia lo scorso 25 novembre, che metteva in discussione l’efficacia del criterio dell’esclusività previsto dall’Intesa Stato-Regioni del 14 settembre 2022.

Si tratta di uno dei requisiti che l’Intesa vorrebbe modificare per uniformare gli standard di qualità delle strutture che operano nell’antiviolenza. Un punto che però divide le organizzazioni sul territorio nazionale.

Da una parte, in molte contestano che il criterio dell’esclusività in sé non sia uno strumento di valutazione della qualità del lavoro e che, al contrario, per i soggetti più grandi essere dotati di multiservizi -come quelli per i senza dimora, le dipendenze o le persone con disturbi psichiatrici- sia un valore aggiunto che permette di intercettare a 360 gradi i bisogni della donna che chiede aiuto. Dall'altra, i centri antiviolenza nati dai movimenti femministi con lo specifico scopo di contrastare la violenza di genere, come quello di Be Free, supportano questa introduzione ritenendo che le specificità culturali e politiche dei centri antiviolenza si devono necessariamente tradurre in una metodologia che sia esclusiva e unica.

Secondo De Masi infatti i criteri stabiliti dall’Intesa non sono elementi accessori, ma sostanziali perché se è vero che le situazioni di violenza avvengono in contesti diversi, tutti si inseriscono comunque in una struttura sociale che legittima la violenza e accomuna le esperienze di ogni donna. “Non è che perché io sono operatrice antiviolenza allora sono avulsa da questa problematica.

Anzi, ne sono immersa anch'io. Gli operatori per persone senza fissa dimora possono aiutare chi non ha una casa dall'alto del fatto che loro un'abitazione in cui tornare ce l'hanno; io la libertà dalla violenza, in quanto donna, invece non ce l'ho”, aggiunge.

Per Be Free possedere dunque un bilancio esclusivo o prevalente non è una questione solamente economica ma di investimento e di priorità. Il rischio potrebbe se no essere la standardizzazione dell’accoglienza, con associazioni o “multinazionali”, la cui azione non è qualificata come dovrebbe.

Tra i suoi compiti l’antiviolenza include la rilevazione del rischio, consulenze psicologiche e legali specialistiche: “Per realizzare queste operazioni è logico che una cospicua parte del bilancio debba essere dedicata a questo tipo di attività.

Altrimenti c’è il rischio di ricadere in un approccio di natura socio-assistenziale e socio-educativo, dove si parla di perdono, di bigenitorialità, ricadendo in quel processo di vittimizzazione secondaria, senza davvero riuscire a interrompere la dinamica di violenza”. Sarebbero infatti diverse le testimonianze di donne collocate in strutture “neutre” che riportano di aver sperimentato forme di giudizio riguardo al loro essere madri o donne e in cui non è stata valutata con competenza la loro condizione di vulnerabilità in quanto sopravvissute alla violenza.

Quello che serve secondo Carla Quinto, avvocata penalista e responsabile dell’ufficio legale di Be Free, è la riacquisizione di competenze attraverso un welfare abilitante verso l’autodeterminazione: “Una donna che viene al centro antiviolenza arriva talmente tanto sopraffatta da non ricordare nemmeno quello che le piace fare, perché si è abituata a guardare il mondo con gli occhi del maltrattante.

Il lavoro quindi è quello di recuperare le risorse personali che lei stessa ha, evitando l’approccio paternalistico calato dall’alto: non per le donne, ma con le donne”. Come ricorda Quinto, i centri e i rifugi servono anche per monitorare l'escalation della violenza e contenere il rischio di femminicidi.

Gli interventi riguardano quindi la tutela di diritti fondamentali come quello alla vita, all'incolumità, alla salute, alla sicurezza e all'autodeterminazione: obiettivi che non possono soccombere a principi amministrativi di rango inferiore, come quello di garantire la più ampia partecipazione ai bandi e alle procedure di gara. Un’obiezione che però viene mossa è che l’imposizione del criterio di esclusività possa comportare la chiusura di diverse strutture multiservizi con il conseguente taglio quantitativo dei posti di accoglienza per le donne.

Un appunto respinto dall’avvocata, che ricorda che il problema non è solo trovare un posto letto alla donna ma garantire tutto quello che viene riconosciuto a livello nazionale e internazionale: “L’accesso a un percorso di fuoriuscita dalla violenza non può prescindere dall’intervento specializzato per cui sono nati i centri.

Indubbiamente esiste una questione quantitativa di carenza di posti nelle case rifugio: lo stesso Consiglio d'Europa dice che l’Italia è a un decimo degli standard minimi di accoglienza. Ma la risposta a questo problema deve essere più finanziamenti ai centri antiviolenza specializzati e non deroghe alla qualità.

L'emergenza e la necessità di posti non possono giustificare un abbassamento dei requisiti minimi previsti dalla normativa. Questo deve essere molto chiaro”.

Per le due operatrici il circuito dell'antiviolenza, a cui afferiscono servizi territoriali e sociali, tribunali, magistratura e forze dell'ordine, deve includere tutti i partner della rete, ma il fulcro è e deve rimanere il centro antiviolenza o la casa rifugio, perché è lì che si imposta il percorso di fuoriuscita dalla violenza. “Non siamo nemiche delle associazioni non specializzate -precisa De Masi- però vorremmo che venisse riconosciuta la storia caratteristica dell’antiviolenza e la differenza con altri servizi che non fanno questo.

Perché i centri e le case rifugio non sono nate dalle istituzioni ma dal movimento delle donne in conflitto. Noi siamo prima femministe, poi, proprio perché femministe, siamo diventate anche operatrici antiviolenza.

Non ci siamo trovate a gestire queste strutture per caso. Per questo un’altra battaglia che portiamo avanti è quella del riconoscimento politico e istituzionale dell'operatrice antiviolenza in quanto figura professionale, che è un lavoro ben diverso da quello dell’operatrice sociale”.

L'Intesa Stato-Regioni è stata prorogata fino a settembre 2026. Questo tempo sta permettendo alle realtà antiviolenza di confrontarsi sul tema.

L’auspicio di Be Free è di non sbriciolare il sistema che, pur nei suoi limiti, funziona. E soprattutto di non neutralizzarlo:

“Sicuramente nell’Intesa Stato-Regioni ci sono degli aspetti che possono essere migliorati, però al momento mi concentrerei sulla necessità di non peggiorare l’accordo per evitare di creare ulteriori ambiguità. Stiamo già vivendo in un periodo storico di costante attacco ai diritti delle donne e delle libere soggettività e lo si fa proprio aggiungendo, modificando, introducendo diciture.

Ma bisogna stare attenti -conclude Quinto- perché, nonostante i bandi delle donne siano in assoluto quelli più poveri, in questo momento molte realtà che non si sono mai occupate di contrasto alla violenza di genere vogliono accedere all’antiviolenza come fosse una fetta di mercato”. © riproduzione riservata L'articolo “Proteggere donne sopravvissute a violenza è un atto politico che merita interventi esclusivi” proviene da Altreconomia.

Articoli simili